VIZI E VIRTU DEGLI INDICATORI

4 novembre 2009

Relazione di Salvatore La Rosa

“VIZI E VIRTU’ DEGLI INDICATORI”

 

Il dibattito sugli indicatori della felicità parte da molto lontano. E’ da circa ottanta anni che economisti e statistici  studiano la maniera di sintetizzare il concetto di benessere nazionale utilizzando il PIL quale misura del livello di benessere  presupponendo che il benessere economico  possa essere  la condizione di base  dello  stato di soddisfazione della popolazione  se non della sua felicità. Sono molte le occasioni nelle quali sono stati denunciati dagli stessi statistici i limiti di tale indicatore per tutta una serie di paradossi che un impiego non ragionato del PIL si porta dietro.  Bob Kennedy in un discorso del lontano 1968     denunciava  un macroscopico limite dell’ indice dal momento che esso comprende tra i suoi addendi  anche la produzione di napalm , di testate nucleari, e di programmi televisivi che glorificano la violenza allo scopo di vendere giocattoli ai nostri figli.

Alla fine degli anni Ottanta è stato proposto un indice del Benessere Economico Sostenibile ma l’indice è circolato soltanto tra gli specialisti e qualche organizzazione non governativa. Più recentemente è stato proposto L’Indice dello Sviluppo Umano il cui andamento è oggetto ogni anno di un rapporto dell’Onu

L’ISU utilizza il PIL ma ne mitiga gli effetti di distorsione combinandolo con altri due indicatori : la speranza di vita e l’accesso al sistema educativo

Infine, è storia dei nostri giorni,  la commissione presieduta  da  Sarkozy  ha rivisitato il PIL suggerendo raccomandazioni  e istruzioni   per un uso ed una interpretazione piu razionale che tenga conto anche dei problemi ambientali, della  redistribuzione del reddito, della  povertà, dell’istruzione e della sanità.

Angela Buccafusca Senza categoria

La recente crisi finanziaria globale

31 ottobre 2009

Relazione di Padre Gianni Notari

“La recente crisi finanziaria globale”

La recente crisi finanziaria globale ha radicalizzato una tendenza. Con la flessibilità dei fattori produttivi, la liquidità e la perfetta mobilità delle attività finanziarie prevalgono non solo un riduzionismo nella concezione delle forme di impresa (l’unica forma di impresa concepibile è quella che massimizza il profitto), ma, soprattutto un riduzionismo antropologico. L’esclusiva ricerca del profitto mette in liquidazione la persona. E quando la persona è svenduta cambiano i parametri dell’esistenza e prendono il sopravvento l’alienazione e lo spossessamento; tutto diventa merce da vendere al mercato. La dignità della persona non vale più nulla. A dettare le regole del gioco è il dio denaro: un dio esigente che si impossessa dei nostri pensieri, ci rinchiude nella prigione della solitudine e butta nel pozzo del profitto la chiave che apre la porta del palazzo della gratuità.

Ci si ritrova schiavi di un metallico e assordante tintinnio che impedisce la complessa ed affascinante danza della vita; è cancellato il sogno di un’esistenza fatta di condivisione, di amore donato e ricevuto.

Quali sono le conseguenze di tutto questo? Aumenta l’indifferenza e il distacco da tutto ciò che non merita di essere comprato. Cosa ci importa della sofferenza dei deboli e della loro rabbia? Essi sono un problema di sicurezza e un affare di polizia! Nel grande supermercato della vita danno solo fastidio! I loro volti imploranti dignità e giustizia turbano la serenità dei nostri acquisti e delle transazioni commerciali.. Quando muore la gratuità, quando tutto viene messo in liquidazione, i poveri sono considerati un incidente della storia. E i loro paladini sono visti come ingenui sognatori.Ciò che conta è la solidità del nostro conto in banca, la stabilità degli indici in borsa. «Mors tua, vita mea».

In questa ovvia normalità tutta la vita diventa una corsa esasperante.  Si corre per avere. Non esistono orari, relazioni, affetti. Non si ha più il tempo di fermarsi.

Ma è normale che sia così? Questa cultura del profitto ha gettato l’umanità nel baratro delle solitudini. La relazione gratuita è diventata un lusso di chi non ha niente da fare.

 E accade di tutto, emergono estremismi e fondamentalismi impazziti. Anche nei vissuti familiari. Questa ossessione del dio denaro, questo dominio del dio denaro e delle economie che lo esaltano sta destabilizzando il mondo.. Questa normalità acquisita, anche se da molti vissuta con disagio, comincia a fare i conti con qualcosa di altamente destabilizzante: la rabbia degli outsiders e le nostre inquietudini. Pensiamo agli esiti dell’ultima  crisi finanziaria globale.

Ricordo una dichiarazione che fece David Turoldo qualche anno prima della sua morte: «Ma verrà, uomini, verrà – e non è lontano – quel giorno che l’oceano di miseria e di dolore si metterà in moto, uscirà dai suoi confini con il boato della disperazione. Quell’oceano della collera dei poveri, degli oppressi, dei delusi…

Ora  la coscienza sta maturando in profondità e in silenzio; ma poi eromperà e allora sarà più notte della notte. Allora chi è nei campi non torni a casa e chi è sul terrazzo non scenda a prendersi il mantello….

Allora l’oceano dei poveri strariperà come se la terra fosse capovolta, scossa dalle fondamenta. I potenti ci stermineranno in molti. Ma pure molti di loro saranno sterminati».

 

L’attuale modello di sviluppo è in crisi, una crisi drammatica che richiede rinnovate attenzioni, lucide analisi, prospettive innovative e sostenibili.

 Il mondo è cambiato.  E noi dobbiamo cambiare. Innanzitutto non facendo più  finta che tutto è come prima, che possiamo continuare a vivere vigliaccamente una vita normale. Con quel che sta succedendo nel mondo la nostra vita non può, non deve, essere “normale”. Di questa “normalità” dovremmo avere vergogna. La nostra coscienza è chiamata a scuotersi, a cercare nuove soluzioni, a creare spazi vivibili che ridiano fiducia ad un corpo sociale che non vede più prospettive.

Facendo tesoro di quanto ci insegna la crisi finanziaria globale, è urgente trovare quegli anticorpi di cui il sistema ha bisogno per evitare degenerazioni patologiche. Un patto etico per lo sviluppo e una rivoluzione antropologica sono i primi due passi ineludibili per umanizzare la globalizzazione e l’economia mondiale. In un mondo globale in difetto di governance, la sostenibilità sociale e ambientale diventa un’urgenza etica. Il mercato  deve rivedere le logiche interne che lo animano: i beni o i servizi che vengono venduti dovrebbero contenere maggiore valore sociale e ambientale, superando quell’approccio dicotomico in cui esiste un prima (nel quale i valori e istanze sociali vengono messe da parte) e un dopo ( del tempo libero o della seconda parte della vita dedicata alla filantropia) nel quale si pongono rimedi alle esternalità sociali ed ambientali negative generate nel momento della creazione di valore. L’’impresa non può essere un’istituzione “asociale”, che si muove sul terreno eticamente neutro del mercato, alla quale chiedere semplicemente efficienza e creazione di ricchezza; sarà poi lo stato a redistribuire più equamente le fette della torta. Testimone di questa prospettiva è la cosiddetta “economia civile” che contesta nei fatti le funzioni nefaste del Capitalismo Finanziario come quella chiamata “gestione derivati”. Pensiamo all’effetto trainante delle logiche che in varie parti del mondo stanno animando le cooperative sociali, il commercio equo e solidale, le banche etiche, il microcredito……. Queste rinnovate prospettive offrono agli imprenditori, ai lavoratori e ai consumatori tanti benefici immateriali: valorizzazione della soggettività, vantaggio psicologico di non subire l’alienazione, condivisione del fini dell’azione comune, senso di equità. Questa rinnovata visione ha anche effetti positivi ad un livello macro. Come auspicato da più parti, questo valore aggiunto potrebbe rinforzare la capacità del mercato di produrre non solo guadagni di efficienza ma anche ridurre, attraverso gli scambi solidali che promuovono l’auto sviluppo dei produttori marginalizzati, quella disuguaglianza che impedisce la realizzazione delle pari opportunità e l’uscita dalla povertà estrema  di ampie fasce della popolazione mondiale. Un esito di questa prospettiva etica è la crescita di fiducia del consumatore ma anche la sua centralità come persona. Vivere non è solo avere “cose”, ma anche altro. In questi anni Amartya Sen ha proposto di superare la visione di uno sviluppo e di un benessere legata solo ad indicatori prevalentemente materiali o cognitivi, come il reddito, la sicurezza della casa, la salute o l’istruzione, per renderla più dipendente dalla “facoltà di agire” (agency)  delle persone, ossia dalle differenti possibilità di convertire i suddetti beni primari in uno star bene acquisito, in una qualità di vita soddisfacente[i].

 



[i] Cfr. A.SEN, La disuguaglianza: Un riesame critico, Il Mulino, Bologna 1994, p.47.

Angela Buccafusca Senza categoria

ECONOMISTI ED ESPERTI SI INCONTRANO A PALERMO

27 ottobre 2009

SUD

ECONOMISTI ED ESPERTI SI INCONTRANO A PALERMO

Il Mediterraneo, l’opportunità di sviluppo per l’Europa. Questo il titolo di un convegno organizzato dalla Uil Sicilia che avrà luogo oggi allo Steri di Palermo.

 

da Lab – Il Socialista del 16 Ottobre 2009

 

La giornata di confronto sarà presenziata dal segretario Uil, Luigi Angeletti, Stefania Craxi, Gianni De Michelis e poi ancora economisti ed esperti di strategie per lo sviluppo: tutti intorno a un tavolo per affrontare i problemi della crescita del Mezzogiorno siciliano all’interno del Mediterraneo. Sul tavolo anche i problemi legati all’investimento dei fondi Fas e delle risorse di Agenda 2007.

“Dal Mediterraneo – spiega Claudio Barone, segretario regionale della Uil – passano tutti i futuri flussi di sviluppo. A questa grande opportunità devono tendere le scelte dello Stato e delle classi dirigenti del Mezzogiorno. Bisogna interpretare il cambiamento e mettere da parte la difesa di interessi localistici. Per questo – aggiunge- la Uil dice no al dirottamento di risorse verso l’assistenzialismo. E dice no anche al dirottamento di risorse esclusivamente verso il Nord, perché significherebbe difendere in modo sterile qualche città a scapito di tutto il resto del Paese. E’ indispensabile invece investire più risorse in infrastrutture e sviluppo. Fra gli interventi previsti, anche quelli di Roberto Lagalla, rettore dell’Università di Palermo, Carmelo Barbagallo, Carlo Fiordaliso e Paolo Pirani segretari confederali Uil, Lelio Cusimano, presidente della Fondazione Federico II, e Vincenzo Falgares, direttore generale del dipartimento Cooperazione della Regione.

Angela Buccafusca Rassegna Stampa

SCRUSCIOFROMSICILY (MA LA FANNO STA SECESSIONE, O NO?)

23 ottobre 2009

scruscioFromSicily (Ma la fanno sta secessione, o no?)

di Salvatore Modica

da NoiseFromAmerika del 21 Ottobre 2009

Il titolo è scruscio from Sicily (scruscio in siciliano significa noise), ma il contenuto è scruscio dalla Lombardia, perché la mia domanda è: perché Bossi invece di fare tutto questo scruscio non fa veramente la secessione? Io non sono un esperto di contabilità nazionale, ma la risposta che i dati sembrano suggerire è semplice: non gli interessa, perché il Nord non ci guadagnerebbe più di tanto. Per il Sud non sono affatto sicuro che questa sia una buona notizia, perché una soluzione ‘endogena’ ai problemi socio-politici del Mezzogiorno di cui parla Michele non è esattamente dietro l’angolo. Provo ad elaborare questi due punti.

Il primo punto si può, in modo semplificato, porre come segue: come mai esiste la Lega Nord, in Italia?

L’estate scorsa parlai un po’ con Michele della situazione politico-economica italiana, e alla fine si rimase che gli dovevo una risposta a questa domanda. La mia inconfessabile sensazione era che la risposta fosse: perché al Nord ci sono molti onesti e operosi e al sud un sacco di buoni a nulla e delinquenti, quindi questi ci vogliono scaricare, e non a torto. Leggendo cose come:

il Mezzogiorno [...] continua a ricevere (e sprecare) ingentissime risorse sottratte a chi, nel Centro-Nord, le produce lavorando

pensai che sotto sotto anche Michele la pensasse così, e gliene chiesi conferma. Ma lui non confermò, anzi tuonò, “Ma mi hai preso per un cretino qualunque?” A quel punto il solo vero cretino restavo io (anche se lui non lo sapeva), e ci dovevo pensare meglio. Adesso, fermo restando il fatto degli operosi ecc, in effetti non credo sia quella la risposta. Credo che la Lega sia nata in Italia perchè il Nord reclamava un peso politico proporzionato alla sua rilevanza economica, in un contesto storico nel quale i trasferimenti spaziali di risorse sono diventati rilevanti almeno quanto quelli economico-sociali (ho scritto un articolo su questo che potete vedere qui).

E il fatto delle ‘ingentissime risorse’? Se fosse vero la minaccia di secessione sarebbe credibile. Ma non credo che le cose stiano così. Ho dato un prima occhiata ai dati dei Conti Pubbilici Territoriali (CPT) sulla spesa del settore pubblico allargato e quelli Istat sul PIL (del 2006, gli ultimi che ho trovato completi in entrambi senza sforzo). Ho eliminato il Centro, quindi tutti i totali saranno N+S, non Italia (=N+C+S). Il PIL di Nord+Sud è ripartito nelle proporzioni 70/30 (70% al Nord, 30% al Sud). La popolazione, per inciso, è 56/44. Sui CPT ho guardato le due voci della spesa corrente dove più si annidano gli sprechi: Spesa Personale e Acquisto Beni e Servizi. La ripartizione Nord/Sud è rispettivamente 53/47 e 66/34. C’è ovviamente uno scostamento significativo nelle Spese Personale rispetto alle quote nel PIL, quindi nel Sud c’è spreco in questa voce. Quanto ci perde il Nord? Assumendo che la spesa del Nord sia ‘giusta’, un totale teorico aggregato per Nord e Sud si trova dividendola per 0,7 (quota PIL del Nord, sempre rispetto a N+S). La spesa giusta del Mezzogiorno sarebbe il complemento al totale teorico; facendo la differenza fra questo e la spesa reale si trova 26.128 milioni di euro. Quanto di questo è finanziato dal Nord? Dai dati CPT le entrate del settore pubblico allargato (N+S) sono ripartite 70/30, quindi il CN ne finanzia il 70%, sicché dall’eccesso personale al Sud il Nord perde 0,7*26.128=18.362 milioni (in questa e nelle prossime moltiplicazioni i risultati sono giusti, i primi membri arrotondati), cioè il 2,3% del PIL del Nord. Anche fermandosi qui, non sembra una cifra che cambia la vita. D’altra parte gli Acquisti Beni e Servizi sono acquisti di manufatti, la cui produzione è ripartita fra Nord e Sud nelle proporzioni 82/18 (voce Istat Industria senza Costruzioni); a Nord e Sud gli acquisti sono risp. 134.378 e 69.824 milioni; a frontiere chiuse il Nord perderebbe ordini per l’82% degli acquisti di beni e servizi del Settore Pubblico Allargato (SPA) al Sud; di questi il 70% sono finanziati da tasse del Nord, sicché il Nord  perderebbe 0,3*0,82*69.824=16.921 milioni. Qui sto assumendo (eroicamente, ok) che gli ordini pubblici sono aggiuntivi rispetto alla produzione in assenza di Stato. Se mettiamo in conto gli interessi sul debito che, indipendentemente da ‘chi’ ha causato l’insorgenza del debito, sono per l’80% erogati al Nord (31.058 MEuro) dunque per il 0,8-0,7 finanziati dal Mezzogiorno, si aggiunge 0,1*31.058=3.195 milioni. Sommando i tre numeri, di spesa corrente a frontiere chiuse il CN guadagna 18.362-(16.921+3.195)=-1.754 milioni. Questo numero cambierebbe certamente con una stima diversa dell’evasione nel Mezzogiorno, o per il fatto che le frontiere non sarebbero del tutto chiuse, o che la produzione per il SPA non è tutta addizionale e in ogni caso contiene beni intermedi prodotti altrove. Ma non credo ne uscirebbe fuori granché. E stiamo tralasciando gli interessi del Nord nel settore privato a Sud, e quelli nelle risorse europee, che sospetto siano forti. In conclusione, da un primo sguardo agli ordini di grandezza dei numeri nei conti sembra doversi dedurre che, in effetti, le minacce di secessione sono solo scruscio.

Il secondo punto da discutere si può porre, per riprendere le parole di Michele, è i fatto che il Sud sia  ‘’socialmente marcescente”. Sono d’accordo con tale giudizio, e in effetti direi che il Sud è anche economicamente marcescente. “Arrivi a Punta Raisi e senti parlare solo di Bandi” (Oliviero Toscani). Bandi por, bandi fas, bandi qui e bandi lì. Tutti dietro ai Bandi, per due motivi. Uno è quello più evidente: fra una cosa e l’altra c’è un sacco di grana. L’altro è la diversion: nella implementazione dei progetti vengono impiegate risorse umane pagate più del loro contributo marginale. Quindi tutti a caccia. Il che è dannoso, intanto perché questi costi riducono la qualità dei servizi prodotti, ma soprattutto perché si caccia lavoro improduttivo. Distruzione non creativa. Economia drogata, giorni che passano a procacciarsi una misera dose. Attenzione, gli sprazzi di luce ci sono: il Dipartimento Politiche per lo Sviluppo, sotto la guida di Fabrizio Barca, negli anni scorsi ha fatto un sacco di sforzi e ha anche ottenuto risultati. Significativi, ma non determinanti. Il problema (socio-politico, indeed) è che quelli che hanno le rendite più alte nello status quo sono anche i più bravi a raccogliere voti. C’è tecnologia seria di public employment engineering, si spezzetta il titolo, si cedono opzioni sui pacchetti, titoli derivati di sussidi e pensioni, promesse contingenti… insomma ogni briciola di impiego pubblico, se la sfrutti bene, ti regala belle soddisfazioni. Specialmente se chi hai di fronte non vede la differenza fra il fumo e l’arrosto. Per inciso, questo dell’ignoranza io credo sia il pezzo più rilevante della risposta al perché fra nord e sud “siamo davanti a due paesi diversi”. Io cerco di sostenerlo da un po’ di anni, Sonnino e Franchetti lo dissero più di cent’anni fa. Ma i minorenni non portano voti. A questo punto non so onestamente perché ci troviamo in questa situazione (nel 1200 la Sicilia era un paese di frontiera, al pari della Lombardia), ma mi preme sapere se e come si può cambiare. Quindi la domanda terra terra che mi faccio è: ci sono i voti per una rivoluzione? Sicuramente il cambiamento passa per una ristrutturazione importante del settore pubblico, che indurrebbe una discontinuità nelle aspettative sul lavoro e di conseguenza nei comportamenti delle persone liberando energia imprenditoriale. Ma queste cose hanno benefici che si misurano su orizzonti più lunghi di quelli degli employment engineers. Possiamo sperare che questi accettino di buttar via i voti che hanno in tasca? Mi pare difficile.

E allora? Allora niente revolution, né da dentro né da fuori. Si continua piano piano, cercando di cambiare qualche epsilon qua e là, facendo quasi sempre sangue marcio perché nessuno ti dà retta. E tu, carissimo Michele, onestamente chiedi: dove sono le elites meridionali? Dove sono? A Chicago, New York, London, Milan. A cercare il successo che qui non può arrivare. Ma qui, tranquillo, piano piano sì -ma fermi mai.

 

 

Angela Buccafusca Rassegna Stampa

Alla Fondazione Curella assegnato il premio Dorso

19 ottobre 2009

Alla Fondazione Curella assegnato il premio Dorso

 

fipas

Giornale di Sicilia del 19 Ottobre 2009

 

Un premio per riconoscere i meriti di un’istituzione scientifico-culturale del Mezzogiorno. Alla Fondazione “Angelo Curella” di Palermo è stato assegnata la XXX edizione del premio internazionale “Guido Dorso”. A consegnare il riconoscimento, il Presidente del Cnr, Luciano Maiani, durante una cerimonia a Palazzo Giustiniani, a Roma. << Un premio significativo - dice Pietro Busetta, Presidente della Fondazione Curella – poiché saranno segnalati contestualmente giovani studiosi del Mezzogiorno e personalità del mondo istituzionale, politico, economico e culturale che hanno contribuito, con la loro attività, a sostenere le esigenze di sviluppo e di progresso del Sud Italia>>.

Angela Buccafusca Rassegna Stampa

L’Italia corre più veloce del Pil

15 ottobre 2009

L’Italia corre più veloce del Pil

Al 22° posto per prodotto interno ma all’8° per ricchezza netta pro capite

 

dì Marco Fortis

Il Sole 24 Ore del 9 ottobre 2009

 

 

Ebbene, se aggiornassimo quell’ana­lisi dell’Economist per valutare og­gi i paesi in più forte recessione e quelli meno colpiti dovremmo consta­tare che tra giugno 2008 e giugno 2009 il tasso di disoccupazione della Germa­nia è cresciuto solo del 5,5% e quello dell’Italia del 10,4%, mentre nelle eco­nomie ben più malate d’America, di Spagna e di Inghilterra l’incremento del tasso di disoccupazione è stato, rispettivamente, del 71%, 66% e 45%. Una diagnosi diametralmente opposta a quella fornita dal Pil.

Lo stesso vale per i consumi delle famiglie, che stanno chiaramente eviden­ziando una forbice. Infatti, nel secondo trimestre 2009 essi sono cresciuti dello 0,3% in Italia rispetto al trimestre precedente e dello 0,7% in Germania, mentre sono diminuiti ancora dello 0,2% negli Stati Uniti, dello 0,6% in Gran Bretagna e dell’i,6% in Spagna. Dal secondo trimestre 2008 al secondo trimestre 2009 i consumi delle fami­glie sono calati cumulativamente dell’1,8% in Italia, mentre sono addirit­tura diminuiti del doppio in Gran Breta­gna (-3,6%) e di oltre il triplo in Spagna (-5,9%). Anche in questo caso ci trovia­mo di fronte a uno scenario che è l’esat­to contrario di ciò che appare dalla sem­plice comparazione dei Pil nazionali.

Un altro indicatore complementare al Pil che sta guadagnando crescente at­tenzione sia nell’ambito delle analisi strutturali sia sotto il profilo delle inda­gini congiunturali è quello della ricchez­za netta delle famiglie.

La ragione è molto semplice: così come in un’impresa non si deve mai guar­dare solo al conto economico ma an­che allo stato patrimoniale (nel senso che il primo può anche andar bene per un anno o due ma se poi l’azienda ha accumulato troppi debiti alla fine rischia di fallire), così anche nel giudica­re l’andamento di un sistema economi­co non è possibile prestare attenzione soltanto alla produzione annua del red­dito e alla sua crescita, perdendo di vi­sta magari altri aspetti cruciali come lo stato del debito pubblico o il deteriora­mento dei conti finanziari delle fami­glie (fattore che può essere persino più insidioso del debito pubblico, come ha dimostrato questa crisi).

Nell’ambito delle analisi strutturali sulla ricchezza spicca lo studio del 2007 del Word institute for development economics research dell’Univer­sità delle Nazioni Unite di Helsinki (Unu-Wider), svolto dal gruppo di lavo­ro di Davies, Sandstrom, Shorrocks e Wolff. Questo studio ha preso in esame 150 paesi per i quali è stata stimata la ricchezza netta prò capite delle fami­glie (composta dalle attività reali, tra cui la casa e i terreni, più le attività fi­nanziarie al netto delle passività finan­ziarie). I dati si riferiscono al 2000 e so­no espressi in dollari internazionali a parità di potere di acquisto.

Da tale analisi emerge che, mentre l’Italia figura soltanto al 22° posto nella graduatoria del Pil pro capite, balza all’ottavo posto per ciò che riguarda la ricchezza netta pro capite, sopravanzando nettamente economie come la Francia, la Germania, l’Australia e i paesi scandinavi.

Per ricchezza mediana per adulto l’Italia è addirittura seconda nel G-20, dietro soltanto al Giappone.

Anche altri studi basati su dati più recenti ma relativi a un minor numero di paesi confermano il forte posizionamento comparato dell’Italia per ciò che riguarda la ricchezza delle famiglie.

Ad esempio, secondo l’analisi di Jannti, Serminska e Smeeding su dati del

Luxembourg wealth study (un centro di ricerche promosso da vari uffici statistici  nazionali e banche centrali, tra cui la Banca d’Italia), il nostro paese si collocherebbe dietro a Svezia, Germania, Canada, Gran Bretagna e Stati Uniti per  reddito pro capite sia medio sia mediano a parità di potere d’acquisto (in dollari del 2002), mentre si porrebbe solo alle I spalle degli Stati Uniti per ricchezza media e davanti agli stessi Stati Uniti per ricchezza mediana, evidenziando in definitiva anche una migliore distribuzione tra la popolazione della ricchezza, che in genere è molto concentrata in tutti i paesi analizzati (l’Italia ha in assoluto l’indice di Gini più basso).           

La Banca d’Italia stima che nel 2007 la ricchezza netta delle famiglie italiane (che fa perno su attività investite per i tre quarti in beni reali e attività finanziarie sicure come depositi e titoli di stato) sia ammontata a 8,5 trilioni di euro, pari all’8,1% del reddito disponibile delle famiglie e a circa 143mila euro pro capite a prezzi correnti: un valore che ci pone ai vertici mondiali. A prezzi costanti la ricchezza netta delle famiglie italiane è aumentala tra il 1995 e il 2007 di ben 2.731 I miliardi di euro (+47%): una performance di gran lunga superiore a quella del Pil (+19%). L’aspetto più interessante è che la crescita della ricchezza delle famiglie italiane è stata molto più solida rispetto a quella di altri paesi i cui valori sono stati particolarmente sospinti, specie nel 2006-2007, dalla bolla immobiliare e finanziaria, come è avvenuto, ad esempio, in Gran Bretagna, paese che ci aveva temporaneamente sopravanzato per ricchezza pro capite. Le famiglie italiane, inoltre, si sono tendenzialmente indebitate di meno.

Sicché nel 2008, dopo lo scoppio della crisi mondiale e la caduta del prezzo delle case e dei titoli finanziari, la ricchezza netta delle famiglie inglesi è crollata di ben 892 miliardi di sterline a valori correnti (-11,9% rispetto al 2007) e il rapporto tra ricchezza netta e reddito disponibile è precipitato da 8,6 a 7,2. Non conosciamo ancora i dati definitivi del 2008 per l’Italia (la nostra banca centrale li diffonderà verso fine anno). Ma si può stimare per il 2008 una diminuzione del rapporto ricchezza netta/reddito disponibile non superiore a 0,6-0,7 punti sino a quota 7,4: livello che ci permetterà di superare nuovamente, sia pure in discesa, l’Inghilterra (senza contare l’effetto di svalutazione della sterlina che renderà le famiglie inglesi ancora più “povere” internazionalmente).

Tutte queste considerazioni ci portano a concludere che, dopo la pulizia dei valori fittizi operata dalla crisi, stiamo tornando a essere, tra i grandi paesi occidentali, quello con le famiglie più ricche in rapporto al reddito, di gran lunga davanti anche agli Stati Uniti, alla Francia e alla Germania. Un’altra cosa non trascurabile che il Pil non ci sta dicendo.

 

Angela Buccafusca Rassegna Stampa

Fondazione Curella, targa del presidente della Repubblica

12 ottobre 2009

Fondazione Curella, targa del Presidente della Repubblica

Giornale di Sicilia

giovedì 8 ottobre 2009

Una targa del Presidente della Repubblica,  Giorgio Napolitano, è stata destinata alla Fondazione  <<Angelo Curella>> di Palermo, in occasione del  premio internazionale << Guido Dorso>>. Il premio è stato assegnato alla memoria di Giulia Carnevale, laureanda in ingegneria all’Università dell’Aquila.

Angela Buccafusca Senza categoria

Verso il congresso del PD

5 agosto 2009

Verso il congresso del PD
di PIETRO BUSETTA

Guerra dichiarata quella all’interno del PD siciliano. Ad ottobre bisognerà eleggere il segretario regionale e le varie componenti del partito vogliono cercare di giocare la partita. L’elezione del nuovo segretario avviene in un momento particolarmente delicato della politica nazionale nel quale si sono messi , finalmente, in gioco alcuni elementi particolarmente innovativi. Il quadro politico complessivo vede infatti nella destra un movimento rilevante che riguarda la posizione dei partiti nazionali verso il Sud. La rivoluzione copernicana che la Lega Nord sta portando avanti produce effetti devastanti in tutto il Paese. Infatti la difesa ad oltranza dei territori di riferimento di tale raggruppamento sta portando ad un desiderio di separazione da parte dei meridionali. Quello che non sono riusciti ad ottenere movimenti indipendentisti , particolarmente presenti in Sicilia come in Sardegna , ma anche nelle altre parti del Mezzogiorno, lo sta ottenendo il 10 % del voto meno avvertito di un Nord ragioniere. Ed infatti l’unica risposta che permetta al Sud di non essere soffocato dallo strapotere governativo della Lega Nord è la nascita ed il rafforzamento dei movimenti autonomisti e dei partiti federati. L’onda dell’elettorato è chiara ed i più attenti politici ne colgono tutto il significato riportando all’interno del proprio raggruppamento le tensioni che nascono nella società. Lo ha fatto prima Lombardo capendo che un movimento autonomista poteva avere un consenso crescente, lo ha ripreso Miccichè con la minaccia di un partito del Sud, ne ha colto il senso Bassolino in Campania come Poli Burtone in Puglia e finalmente il dibattito, in realtà con qualche ritardo, è cominciato, anticipatore Cracolici con il suo incontro “più Sud nei partiti o più partiti del Sud”, anche all’interno del PD siciliano. Che ci fosse la necessità di avere un contraltare allo strapotere della Lega Nord era ormai chiaro da alcuni anni. Tutti gli osservatori congiunturali della Fondazione e recentemente le conclusioni delle Giornate dell’economia del Mezzogiorno avevano un unico leit motiv: bisogna incentivare la nascita dei movimenti autonomisti e trasformare i partiti nazionali in partiti federati altrimenti la difesa degli interessi legittimi dei territori non potrà avvenire. Il problema dello sviluppo del Mezzogiorno è essenzialmente politico più che economico e riguarda la mancanza di forza economica e conseguentemente mediatica di quest’area, che si è sempre espressa con rappresentanti politici che, se non in linea con gli interessi della parte forte del Paese,venivano mal posizionati nelle liste, quando addirittura non candidati, grazie anche ad una legge elettorale che riportava le decisioni delle candidature ad una oligarchia ristretta. La presenza di movimenti autonomisti e di partiti regionali , all’interno dei partiti nazionali, si diceva a avrebbe portato le classi dirigenti nazionali a prendere in considerazione maggiormente le istanze di questi territori costringendo la politica nazionale ad una maggiore attenzione alla soluzione dei problemi, atavici, di queste aree, al di là della saggistica del Sud sprecone, cialtrone, pozzo senza fondo di risorse infinite da abbandonare al suo destino. Gli ultimi avvenimenti, con l’assegnazione delle risorse FAS alla sola Sicilia, ancora non disponibili cash chissà per quanti anni, dimostrano come la strada indicata fosse quella giusta. Ed il dibattito interno del partito democratico sembra tra chi queste riflessioni le ha digerite e somatizzate e chi ancora si attarda in una visione centralista che può anche portare a carriere personali interessanti, magari al governo del Paese statisti avvertiti, come è successo sempre nel passato, ma che devono dimenticare la difesa dei propri territori come pegno da pagare per farsi accettare dalla classe dirigente nazionale. Speriamo che tutto ciò sia sufficiente ed invece non prevalgano quei venti di separatismo che dicono che ormai è meglio andare da soli perché “chiù scuru di mezzanotti non può essere”

Pietro Busetta Contributi

Il Sud alla riscossa, ma chi risponde?

16 luglio 2009

IL DIBATTITO. Nuove iniziative per il riscatto del Meridione e peso politico ed economico del Nord

Il Sud alla riscossa, ma chi risponde?

 

di PIETRO BUSETTA

 da La Sicilia del 13 luglio 2009

 

busetta«Era l’ora: finalmente il Sud finanzia il Nord»,così recentemente commentava Castelli, senatore della Lega Nord, i recenti provvedimenti che hanno visto finanziare con i fondi Fas (Fondi Aree Svantaggiate) una serie di provvedimenti che con tali aree c’entravano poco. In realtà questo è l’ultimo episodio di una serie che hanno messo in difficoltà non pochi parlamentari meridionali anche del Partito della libertà.

Per cui quello che era un dibattito limitato ad alcuni intellettuali più sensibili è diventato argomento e riflessione da confronti politici. Ormai è chiaro a tutti che i problemi della soluzione dell’ormai infinita questione meridionale più che economico è politico. Poiché spesso alle dichiarazioni di principio sulla centralità della questione rispetto al Paese non vi sono comportamenti conseguenti.

Il tema è come fare in modo che il governo nazionale abbia un atteggiamento equo nei confronti delle diverse aree territoriali, considerata la diversa forza contrattuale delle varie realtà. Il tema sul quale si dibatte è se sono necessari dei movimenti autonomisti (o un vero e proprio Partito del Sud) che si bilancino o se è meglio imporre ai partiti nazionali una maggiore presenza delle tematiche che riguardano il Sud. In realtà è un falso problema perché vi è necessità che entrambe le cose accadano. Perché sull’esigenza di movimenti autonomisti che difendano i territori non vi sono dubbi.

In una realtà come quella italiana nella quale la Lega Nord è diventata il cane da guardia degli interessi della parte ricca del Paese, smarcando completamente anche i partiti nazionali, costretti a rincorrere una ormai consolidata questione settentrionale, che vi siano dei contrappesi consistenti di gruppi organizzati sugli interessi delle altre parti del Paese, rimasti senza protezione, non vi sono dubbi. E in realtà, dopo quello dell’autonomia di Lombardo vi sono altre organizzazioni che stanno nascendo: in Puglia, dove Adriana Poli Bortone, lavora a una Lega Sud, «Io Sud», con Emiliano leader, a Napoli con il movimento «Sudd» di Bassolino. Mentre in Sardegna il movimento autonomista ha una lunga storia ed ancora molti aderenti.

L’altra esigenza che sembrava contrapposta ed in realtà è convergente alla prima è di avere all’interno dei partiti nazionali più forza di pressione. Per far ciò è necessario che i partiti nazionali si muovano verso il federalismo dei partiti tra le regioni. Nel senso che ogni organizzazione territoriale regionale del partito abbia un’autonomia, decisionale ampia e pesi all’interno del partito nazionale con proprie rappresentanze. In realtà in un momento in cui la legge elettorale non prevede più le preferenze lo strapotere delle oligarchie partitiche nazionali è aumentato enormemente. Per cui politiche in dissonanza alle volontà dei vertici dei partiti nazionali hanno portato, laddove ve ne siano state, alla eliminazione dai posti con probabilità di successo delle liste, dei possibili dissidenti. La trasformazione dei partiti nazionali in partiti federati porterebbe ad una esaltazione degli interessi locali e legherebbe maggiormente le rappresentanze locati ai territori evitando quel fenomeno diffuso recentemente dell’imposizione di candidati totalmente sganciati o frutto di nepotismi mai sopiti.

Ma ci si chiede se tutto ciò è sufficiente per riequilibrare la situazione italiana in termini di poter definire e perseguire il progetto di unione economica, con eliminazione dei divari, che doveva essere l’obiettivo principale dal giorno in cui nel 1860 si statuì l’unione politica dell’Italia. Il dubbio che la situazione possa continuare analoga a quella che si è avuta nei primi 150 anni di storia del Paese è legittimo. Infatti, la forza economica e anche demografica, ormai della parte forte è tale che il Mezzogiorno è un vaso di coccio tra vasi di ferro. Per cui nei momenti importanti, quando si tratta di ripartire le risorse, è facile che si trovi in una posizione di minoranza. Per tanti motivi, il primo dei quali è l’insufficienza culturale ed economica della propria classe dirigente. Culturale perché si vive in una realtà a ritardo di sviluppo, caratterizzata da istituzioni civili e sociali meno evolute, si pensi alla formazione nella scuola superiore e dell’università. Economica perché qualunque progetto socio culturale ha più difficoltà ad attuarsi considerato che dietro non vi è una forza economica del territorio paragonabile a quella della parte forte, con iniziative editoriali in termini di quotidiani e di televisioni adeguate a diffondere pensiero. Il risultato di tale stato è una divisione del Paese in due parti ormai in atto. Che prevede che il singolo abbia servizi simili ma li abbia diversi a seconda del luogo in cui abita. Se sei lombardo hai il diritto a servizi sanitari, di trasporto, sociali, universitari, di serie A. Un cittadino del Sud, anche se paga una aliquota simile a quella del suo pari reddito milanese ha diritto a servizi di serie B o C, che vuol dire: sanità di serie B, trasporti inadeguati, formazione insufficiente, mancanza di voce. In tale situazione essere nello stesso Paese rischia di dare al Sud solo gli svantaggi di tale unione, di essere solo il mercato di consumo e di localizzazione per gli insediamenti sporchi, leggasi raffinazione del petrolio, smaltimento di rifiuti tossici, centrali atomiche ecc. di non avere la possibilità di una fiscalità di vantaggio che l’Unione ammette solo per tutto il Paese. Paesi con una forza demografica di gran lunga inferiore, dalla Croazia, alla Slovenia dall’Ungheria al Portogallo alla Grecia, fino ad arrivare a Malta e a Cipro hanno rango di paesi europei con diritto alla presidenza e di portare a Bruxelles la loro voce con forza.

Ed allora da parte di molti ci si chiede se la soluzione di dividere il Paese in due parti non sia quella soluzione da cui tutti vorrebbero sfuggire ma che alla fine diventa inevitabile considerato che nei fatti ormai il processo, subdolamente, è già in atto.

Pietro Busetta Contributi , ,

La nuova via del business

10 luglio 2009

La nuova via del business
Dall’Oriente viaggia il traffico Internet, il Mediterraneo è il crocevia

da La Stampa.it del 04/07/09

img3L’hanno chiamata «la nuova via della seta» ed è una prospettiva un po’ immaginifica, ma non così lontana dalla realtà. Se un tempo dall’Oriente arrivavano le spezie, ora è il traffico dei dati a correre lungo il pianeta. E tanti passano per l’Italia. La Sicilia, in particolare è tornata ad essere il crocevia del mondo. Attraverso gli snodi della rete telefonica siciliana, infatti, passano buona parte delle comunicazioni di Africa e Asia che hanno bisogno di collegarsi al resto del mondo. La rete di Internet, infatti, passa attraverso alcuni snodi, detti «Pop», che si trovano nelle città. Ma poi questi «Pop» devono collegarsi tra loro. «E la novità - dice l’ingegnere Stefano Mazzitelli, amministratore delegato della società Sparkle di Telecom Italia - è che da qualche anno il traffico generato dall’Oriente non soltanto è in crescita tumultuosa, ma preferisce orientarsi verso Ovest, cioè verso il Mediterraneo, piuttosto che nella tradizionale rotta verso Est e l’America. Dal 2008 l’Italia è diventato il primo hub dei dati Internet per l’Africa, superando Francia e Gran Bretagna. Il 48% del loro traffico passa per la Sicilia».
Sparkle è una società del gruppo Telecom Italia che negli ultimi cinque anni ha investito seicento milioni di dollari nello sviluppo di una ragnatela di cavi sottomarini in fibra ottica, in grado di far correre i dati alla velocità della luce e in quantità impensabili finora. Per ogni cavo corrono sei coppie di fibre ottiche e ciascuna supporta tre volte quello che servirebbe all’Italia per le sue comunicazioni Internet mondiale. Risultato: l’intero traffico di Israele, della Libia, dell’Egitto, metà traffico di Tunisia e Algeria, buona parte di quello di India e Pakistan, in pratica quasi tutta l’Africa e il Medio Oriente, passano per i suoi piccoli cavi (diametro di 15 centimetri circa) posati in fondo al Mediterraneo. Naturalmente non c’è solo Sparkle. Ma i suoi cavi fanno buona concorrenza a quelli di France Telecom, che collegano direttamente il Maghreb a Marsiglia, e a quelli dei consorzi «IMEWE» e «SMW4», dove peraltro è presente di nuovo Telecom Italia.
«Grazie ai nostri investimenti - dice ancora Mazzitelli - possiamo garantire agli operatori telefonici di tutto il mondo un’adeguata velocità e la sicurezza di accedere ai grandi centri dell’Europa». Inutile passare per Turchia o Grecia, le loro reti telefoniche non sarebbero in grado di reggere così tanto traffico. Ed è un problema di costi (Sparkle incassa oltre cento milioni di euro all’anno per il servizio), ma anche di qualità. Tanto che l’India e il Pakistan non hanno esitazioni a indirizzare il loro traffico per il Mediterraneo e per gli snodi di Catania, Mazara e Palermo. E’ solo l’Oriente più lontano, cioè la Cina o la Malesia, che trovano più conveniente attraversare il Pacifico.
Tutto ciò ha reso di nuovo il Mediterraneo importante. Quantomeno nel mondo delle telecomunicazioni. «Il satellite non può assolutamente garantire queste velocità e questi costi, - dice ancora Mazzitelli - ed è così che siamo tornati al Mare Nostrum». E altre infrastrutture sono in arrivo. Stanno posando sul fondo del Golfo Persico il cavo «IMEWE» che darà ancor più impulso al collegamento tra Mediterraneo e India. E’ stato appena siglato un contratto con un operatore indonesiano che per collegarsi alla Grande Rete Internet ha preferito passare per Palermo.
Vista l’accresciuta importanza del Mediterraneo, ci vorrà però un po’ più di cautela in questo nostro mare tanto bistrattato. Specie nel punto più a rischio, ovvero quando i cavi devono emergere dalle profondità e incontrarsi con la rete in terraferma. Nell’ultimo anno è già successo per due volte che i cavi telefonici sottomarini siano stati tranciati da ancoraggi sbagliati. Una volta l’Egitto è rimasto isolato per mezza giornata. In Rete, al proposito, s’incontrano già ipotesi dietrologiche, del tipo «sono prove di terrorismo informatico» oppure «è il sabotaggio dei Paesi ricchi ai danni di quelli poveri». Mazzitelli ne ride, ma fino a un certo punto: «Prove di sabotaggio non ce ne sono, ma naturalmente questa è una materia particolarmente sensibile e quindi le nostre infrastrutture sono ben protette, sia fisicamente, sia con software adatto».

Claudia Mangano Rassegna Stampa , , ,