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Verso il congresso del PD

5 agosto 2009

Verso il congresso del PD
di PIETRO BUSETTA

Guerra dichiarata quella all’interno del PD siciliano. Ad ottobre bisognerà eleggere il segretario regionale e le varie componenti del partito vogliono cercare di giocare la partita. L’elezione del nuovo segretario avviene in un momento particolarmente delicato della politica nazionale nel quale si sono messi , finalmente, in gioco alcuni elementi particolarmente innovativi. Il quadro politico complessivo vede infatti nella destra un movimento rilevante che riguarda la posizione dei partiti nazionali verso il Sud. La rivoluzione copernicana che la Lega Nord sta portando avanti produce effetti devastanti in tutto il Paese. Infatti la difesa ad oltranza dei territori di riferimento di tale raggruppamento sta portando ad un desiderio di separazione da parte dei meridionali. Quello che non sono riusciti ad ottenere movimenti indipendentisti , particolarmente presenti in Sicilia come in Sardegna , ma anche nelle altre parti del Mezzogiorno, lo sta ottenendo il 10 % del voto meno avvertito di un Nord ragioniere. Ed infatti l’unica risposta che permetta al Sud di non essere soffocato dallo strapotere governativo della Lega Nord è la nascita ed il rafforzamento dei movimenti autonomisti e dei partiti federati. L’onda dell’elettorato è chiara ed i più attenti politici ne colgono tutto il significato riportando all’interno del proprio raggruppamento le tensioni che nascono nella società. Lo ha fatto prima Lombardo capendo che un movimento autonomista poteva avere un consenso crescente, lo ha ripreso Miccichè con la minaccia di un partito del Sud, ne ha colto il senso Bassolino in Campania come Poli Burtone in Puglia e finalmente il dibattito, in realtà con qualche ritardo, è cominciato, anticipatore Cracolici con il suo incontro “più Sud nei partiti o più partiti del Sud”, anche all’interno del PD siciliano. Che ci fosse la necessità di avere un contraltare allo strapotere della Lega Nord era ormai chiaro da alcuni anni. Tutti gli osservatori congiunturali della Fondazione e recentemente le conclusioni delle Giornate dell’economia del Mezzogiorno avevano un unico leit motiv: bisogna incentivare la nascita dei movimenti autonomisti e trasformare i partiti nazionali in partiti federati altrimenti la difesa degli interessi legittimi dei territori non potrà avvenire. Il problema dello sviluppo del Mezzogiorno è essenzialmente politico più che economico e riguarda la mancanza di forza economica e conseguentemente mediatica di quest’area, che si è sempre espressa con rappresentanti politici che, se non in linea con gli interessi della parte forte del Paese,venivano mal posizionati nelle liste, quando addirittura non candidati, grazie anche ad una legge elettorale che riportava le decisioni delle candidature ad una oligarchia ristretta. La presenza di movimenti autonomisti e di partiti regionali , all’interno dei partiti nazionali, si diceva a avrebbe portato le classi dirigenti nazionali a prendere in considerazione maggiormente le istanze di questi territori costringendo la politica nazionale ad una maggiore attenzione alla soluzione dei problemi, atavici, di queste aree, al di là della saggistica del Sud sprecone, cialtrone, pozzo senza fondo di risorse infinite da abbandonare al suo destino. Gli ultimi avvenimenti, con l’assegnazione delle risorse FAS alla sola Sicilia, ancora non disponibili cash chissà per quanti anni, dimostrano come la strada indicata fosse quella giusta. Ed il dibattito interno del partito democratico sembra tra chi queste riflessioni le ha digerite e somatizzate e chi ancora si attarda in una visione centralista che può anche portare a carriere personali interessanti, magari al governo del Paese statisti avvertiti, come è successo sempre nel passato, ma che devono dimenticare la difesa dei propri territori come pegno da pagare per farsi accettare dalla classe dirigente nazionale. Speriamo che tutto ciò sia sufficiente ed invece non prevalgano quei venti di separatismo che dicono che ormai è meglio andare da soli perché “chiù scuru di mezzanotti non può essere”

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Il Sud alla riscossa, ma chi risponde?

16 luglio 2009

IL DIBATTITO. Nuove iniziative per il riscatto del Meridione e peso politico ed economico del Nord

Il Sud alla riscossa, ma chi risponde?

 

di PIETRO BUSETTA

 da La Sicilia del 13 luglio 2009

 

busetta«Era l’ora: finalmente il Sud finanzia il Nord»,così recentemente commentava Castelli, senatore della Lega Nord, i recenti provvedimenti che hanno visto finanziare con i fondi Fas (Fondi Aree Svantaggiate) una serie di provvedimenti che con tali aree c’entravano poco. In realtà questo è l’ultimo episodio di una serie che hanno messo in difficoltà non pochi parlamentari meridionali anche del Partito della libertà.

Per cui quello che era un dibattito limitato ad alcuni intellettuali più sensibili è diventato argomento e riflessione da confronti politici. Ormai è chiaro a tutti che i problemi della soluzione dell’ormai infinita questione meridionale più che economico è politico. Poiché spesso alle dichiarazioni di principio sulla centralità della questione rispetto al Paese non vi sono comportamenti conseguenti.

Il tema è come fare in modo che il governo nazionale abbia un atteggiamento equo nei confronti delle diverse aree territoriali, considerata la diversa forza contrattuale delle varie realtà. Il tema sul quale si dibatte è se sono necessari dei movimenti autonomisti (o un vero e proprio Partito del Sud) che si bilancino o se è meglio imporre ai partiti nazionali una maggiore presenza delle tematiche che riguardano il Sud. In realtà è un falso problema perché vi è necessità che entrambe le cose accadano. Perché sull’esigenza di movimenti autonomisti che difendano i territori non vi sono dubbi.

In una realtà come quella italiana nella quale la Lega Nord è diventata il cane da guardia degli interessi della parte ricca del Paese, smarcando completamente anche i partiti nazionali, costretti a rincorrere una ormai consolidata questione settentrionale, che vi siano dei contrappesi consistenti di gruppi organizzati sugli interessi delle altre parti del Paese, rimasti senza protezione, non vi sono dubbi. E in realtà, dopo quello dell’autonomia di Lombardo vi sono altre organizzazioni che stanno nascendo: in Puglia, dove Adriana Poli Bortone, lavora a una Lega Sud, «Io Sud», con Emiliano leader, a Napoli con il movimento «Sudd» di Bassolino. Mentre in Sardegna il movimento autonomista ha una lunga storia ed ancora molti aderenti.

L’altra esigenza che sembrava contrapposta ed in realtà è convergente alla prima è di avere all’interno dei partiti nazionali più forza di pressione. Per far ciò è necessario che i partiti nazionali si muovano verso il federalismo dei partiti tra le regioni. Nel senso che ogni organizzazione territoriale regionale del partito abbia un’autonomia, decisionale ampia e pesi all’interno del partito nazionale con proprie rappresentanze. In realtà in un momento in cui la legge elettorale non prevede più le preferenze lo strapotere delle oligarchie partitiche nazionali è aumentato enormemente. Per cui politiche in dissonanza alle volontà dei vertici dei partiti nazionali hanno portato, laddove ve ne siano state, alla eliminazione dai posti con probabilità di successo delle liste, dei possibili dissidenti. La trasformazione dei partiti nazionali in partiti federati porterebbe ad una esaltazione degli interessi locali e legherebbe maggiormente le rappresentanze locati ai territori evitando quel fenomeno diffuso recentemente dell’imposizione di candidati totalmente sganciati o frutto di nepotismi mai sopiti.

Ma ci si chiede se tutto ciò è sufficiente per riequilibrare la situazione italiana in termini di poter definire e perseguire il progetto di unione economica, con eliminazione dei divari, che doveva essere l’obiettivo principale dal giorno in cui nel 1860 si statuì l’unione politica dell’Italia. Il dubbio che la situazione possa continuare analoga a quella che si è avuta nei primi 150 anni di storia del Paese è legittimo. Infatti, la forza economica e anche demografica, ormai della parte forte è tale che il Mezzogiorno è un vaso di coccio tra vasi di ferro. Per cui nei momenti importanti, quando si tratta di ripartire le risorse, è facile che si trovi in una posizione di minoranza. Per tanti motivi, il primo dei quali è l’insufficienza culturale ed economica della propria classe dirigente. Culturale perché si vive in una realtà a ritardo di sviluppo, caratterizzata da istituzioni civili e sociali meno evolute, si pensi alla formazione nella scuola superiore e dell’università. Economica perché qualunque progetto socio culturale ha più difficoltà ad attuarsi considerato che dietro non vi è una forza economica del territorio paragonabile a quella della parte forte, con iniziative editoriali in termini di quotidiani e di televisioni adeguate a diffondere pensiero. Il risultato di tale stato è una divisione del Paese in due parti ormai in atto. Che prevede che il singolo abbia servizi simili ma li abbia diversi a seconda del luogo in cui abita. Se sei lombardo hai il diritto a servizi sanitari, di trasporto, sociali, universitari, di serie A. Un cittadino del Sud, anche se paga una aliquota simile a quella del suo pari reddito milanese ha diritto a servizi di serie B o C, che vuol dire: sanità di serie B, trasporti inadeguati, formazione insufficiente, mancanza di voce. In tale situazione essere nello stesso Paese rischia di dare al Sud solo gli svantaggi di tale unione, di essere solo il mercato di consumo e di localizzazione per gli insediamenti sporchi, leggasi raffinazione del petrolio, smaltimento di rifiuti tossici, centrali atomiche ecc. di non avere la possibilità di una fiscalità di vantaggio che l’Unione ammette solo per tutto il Paese. Paesi con una forza demografica di gran lunga inferiore, dalla Croazia, alla Slovenia dall’Ungheria al Portogallo alla Grecia, fino ad arrivare a Malta e a Cipro hanno rango di paesi europei con diritto alla presidenza e di portare a Bruxelles la loro voce con forza.

Ed allora da parte di molti ci si chiede se la soluzione di dividere il Paese in due parti non sia quella soluzione da cui tutti vorrebbero sfuggire ma che alla fine diventa inevitabile considerato che nei fatti ormai il processo, subdolamente, è già in atto.

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Il Pil crolla, la Sicilia soffre

1 luglio 2009

Il Pil crolla, la Sicilia soffre
Report Curella-Diste: nel 2009 Sud ancora più povero. “Effetto della crisi”

da La Sicilia del 01 luglio 2009
di PIETRO BUSETTA

busetta2Sembrano bollettini della sconfitta i report degli ultimi periodi. E su quasi tutti i fronti. E non ci si stranisce più di tanto. In qualche modo le attese negative vengono confermate. E ci si chiede invece se si è già toccato il fondo e ci si può aspettare di nuovo la crescita.
Ovviamente è con grande dispiacere che si registrano le cadute di quasi tutti gli aggregati di riferimento: il pil nel suo complesso, ma anche la perdita di posti di lavoro, le esportazioni che registrano andamenti non particolarmente positivi.
Gli effetti della crisi mondiale mordono anche in quelle periferie che da perdere hanno poco. Nel Mezzogiorno considerato prevalentemente assistito e fatto soprattutto di pubblico la caduta del pil è infatti notevole. Si parla di un -5,5%, che non è una percentuale da poco per una area già povera.
Presentato ieri al Rettorato dell’Università di Palermo, il diciannovesimo rapporto del Diste Consulting e della Fondazione Curella dà la misura di quanto bisognerà lavorare per risalire la china. Ed il titolo del rapporto è illuminante: chi ha meno da; chi ha più riceve, ed il sottotitolo: il finanziamento del Sud al Nord.
Non è un fatto nuovo: per tanti anni il Sud è stato strumentale rispetto ai programmi del Nord ricco. Con le sue persone formate che si spostano a seconda delle esigenze della parte sviluppata; con il suo mercato di consumo utilizzato come mercato di sbocco per le industrie nazionali; con gli stessi fondi strutturali usati per finanziare fabbriche della industria nazionale, che al momento opportuno, utilizzati i finanziamenti ricevuti, venivano chiuse; con i suoi territori dove localizzare gli impianti, per esempio di raffinazione, magari già obsoleti che nessuno voleva.
Tutto ciò coperto dalla retorica di un Sud, nel quale si versavano ingenti risorse, che puntualmente sprecava, alimentando il circuito della malavita organizzata. E nei momenti difficili esso paga il conto più salato. Perché se in quest’area si perde un posto di lavoro è l’unico che si ha in famiglia; se diminuiscono le esportazioni l’azienda chiude.
E la sensazione netta è che questa crisi non sta insegnando niente al Paese. Non si approfitta del momento per riflettere su un diverso modello che consenta di investire in modo consistente nella formazione e nella ricerca, per competere con i nuovi entranti nel mercato mondiale.
Anzi si tolgono quei pochi o molti soldi che la Comunità Europea ci ha obbligato a destinare al Sud, con stratagemmi risibili, per finanziare la crisi, che come è noto morde anche nelle aree ricche.
E tale comportamento lo si teorizza da parte di esponenti della Lega Nord: finalmente il Sud sprecone si sta rendendo utile a chi lavora e produce, affermano i leghisti doc come Castelli. E si finanzia la detassazione dell’Ici, Milano 2015, il terremoto dell’Abruzzo, il deficit del comune di Catania o il tracollo colposo dell’Amia di Palermo. Quello che doveva essere fatto con fondi diversi porta al saccheggio delle risorse da destinare agli investimenti produttivi o alle infrastrutture del Sud.
Tanto e come i parenti poveri, se un giorno non ricevono il quotidiano schiaffo si chiedono come mai. D’altra parte gli obiettivi che il Nord ed il Sud hanno sembrerebbero, ad una visione miope, contrapposti. E’ evidente che se si costruisce il ponte sullo Stretto si sottraggono risorse alla rete autostradale del Nord; se si investe sull’alta velocità della Napoli-Palermo probabilmente non si collegheranno altri centri del Nord Est e così via.
Poiché in costanza di risorse limitate e di un debito pubblico tra i più elevati del mondo, anche se in questo momento non costa molto considerato che i tassi sono molto bassi, non si può pensare di utilizzare la coperta troppo corta per coprire tutti. E se c’è qualcuno che deve e ha più facilità a restare scoperto questo è il Sud, ormai abituato a dormire all’addiaccio e al freddo. Ma forse in più si cominciano a rendere conto che “chiù scuru e mezzanotti un po’ fari” e cercano vie risolutive alla mancanza di forza sul governo nazionale, ormai condizionato nella maggioranza pesantemente dalla Lega Nord e nella minoranza dall’inseguire una supposta e sempre più strombazzata questione settentrionale.
La soluzione dei movimenti autonomisti o del cosiddetto partito del Sud insieme ai partiti federati diventa una via d’uscita indispensabile, il lento Sud, con anni di ritardo, si accorge che deve contare politicamente altrimenti la sua fine sarà la desertificazione demografica e la definitiva accettazione che si è cittadini di serie B.

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Dall’euroscetticismo possibile guarire

11 giugno 2009

Dall’euroscetticismo possibile guarire

da La Sicilia dell’11 giugno 2009

di PIETRO BUSETTA

euenl-eu27“Non è quando gli elmi cadono che si  perde la guerra ma quando si sono messi in testa” diceva Bertolt Brecht in una delle sue opere più note. A chiusura delle urne ed a risultati ormai consolidati ci si chiede perché vi è questa disaffezione all’Europa da parte dei cittadini del continente.  Proverò a fornire alcune delle tante motivazioni che possono essere date a tale fenomeno che sta diventando preoccupante, soprattutto per coloro che, come gli italiani, alla grande casa madre europea sembra hanno sempre creduto.
“Troppo in fretta e troppo male” potrebbe essere il motivo dominante di una spiegazione convincente. Troppo in fretta l’allargamento verso Est. Si capisce che le nazioni più forti, Francia e Germania, abbiano spinto, con il beneplacito di alcune parti dell’Italia - non dimentichiamo che l’allargamento si è compiuto con Prodi presidente della commissione europea -  perché l’interesse a conquistare quei mercati era grande per le loro economie. L’Est della Germania, lo ricordo prima a me stesso che a i miei lettori, confina con Polonia, Repubblica ceca ed è a poche centinaia di chilometri da Slovacchia, Ungheria e Romania. Il loro interesse era grande: quelli erano mercati importanti, e bisognava conglobarli al più presto in un progetto di grande Europa. L’altra motivazione per questi paesi è stata quella, allargando ad est, di far diventare Berlino e Parigi il baricentro dell’Unione, come regolarmente è avvenuto. Il loro interesse era quindi molto chiaro.
Non altrettanto lo era chiaro quello dei Paesi del Sud Europa, in particolare della Spagna e dell’ Italia. Il nostro Paese, che fu decisivo con Prodi come dicevo nella velocizzazione dell’allargamento, aveva tutto da temere da tale processo accelerato per due ordini di motivi: il primo che spostando il baricentro europeo a Nord, Roma, come è stato, sarebbe diventata periferica; il secondo che aggiungendo poveri, quelli già esistenti avrebbero avuto meno aiuto. Ed il Paese con le più alte disuguaglianze era proprio l’Italia, con un terzo del Paese, Il Mezzogiorno, che doveva colmare il divario con la media europea, in termini di occupazione e di reddito, in particolare di Spagna e Italia. Si poteva, forse, allungando i tempi ottenere un maggior impegno, non solo economico a risolvere prima i problemi di coloro che già nell’Unione c’erano.
Ma anche dato per scontato che i tempi dell’allargamento dovevano essere quelli, ma non la pensiamo così, non si capisce perché non essere più graduali nella circolazione di uomini e merci. Il risultato del libero movimento di cechi, polacchi, rumeni, bulgari, non più extracomunitari, ha avuto l’effetto di una diga che si apre riversando l’acqua nei contenitori più accoglienti. Ma anche l’acqua che era già dentro, al contatto con quella nuova è andata in ebollizione formando una miscela esplosiva. Non ci voleva molto a capirlo.

[n.d.r. Immagine: colori più chiari in corrispondenza delle ultime fasi dell'allargamento]

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Il «Guardiano dell’unità» e il caso Sud

26 maggio 2009

Il «Guardiano dell’unità» e il caso Sud

da La Sicilia del 24/05/09
di PIETRO BUSETTA

napolitanoUna visita, quella del presidente Napolitano, per onorare la memoria dei due eroi Borsellino- Falcone che però va oltre il Sud come problema criminale per riportare la nostra realtà alla dimensione che dovrebbe avere. Cioè di un’area di 21 milioni di abitanti senza la quale non è pensabile qualunque progetto di sviluppo del Paese. Ed i risultati comparati con quelli del resto dell’Europa e degli altri paesi industrializzati dimostrano tutta la dimensione di tale affermazione.
Il bisogno del Presidente della Repubblica di conoscere dalla viva voce di chi lavora e studia in questi territori la dimensione problematica dell’economia della realtà siciliana e meridionale è una indicazione di percorso interessante ed una dimostrazione di sensibilità che conferma la volontà da parte della prima carica dello Stato di essere guardiano dell’unità nazionale. Che non può essere solo quella politica e che rischia di frantumarsi se accanto ad essa non vi è quella economica.
Negli ultimi anni la stessa parola “Mezzogiorno” è diventato sinonimo di malaffare, di spreco, di inefficienza, di criminalità, di marginalità in una parola di irredimibilità. Ed invece un Presidente che riprende il tema con affermazioni forti sulla centralità della problematica è da ammirare, perché certo in un momento in cui le risorse del Mezzogiorno vengono saccheggiate e dirottate verso le aree forti, per l’expo 2015 di Milano piuttosto che per finanziare la detassazione dell’Ici, in cui una forza politica determinante per la tenuta del governo si permette di affermare che è finalmente arrivato il momento che lo straccione Sud finanzi il Nord, in un momento come questo, affermare in estrema controtendenza la centralità della problematica e l’impossibilità di non tenerla presente è estremamente coraggioso.
Dal colloquio è emersa l’esigenza di un progetto per quest’area. Di un programma nazionale di governo che si riprometta di eliminare il sottosviluppo della zona, nella quale lavora una persona su quattro invece che una su due nel giro dei prossimi 8 anni, che sono poi quelli della prossima programmazione.
Il 2015 dovrebbe essere l’anno di chiusura del prossimo programma dell’Unione cofinanziato dall’Italia. Un progetto in cui sia chiaro come si possono creare quei tre milioni di posti di lavoro di saldo occupazionale che permetterebbero al Mezzogiorno di non essere più area di emigrazione. Tutto ciò passa da una produttività del lavoro in linea con quella della Mitteleuropa, ed invece la nostra produttività è molto più bassa. Sia nell’industria, come nell’agricoltura e ancor di più nei servizi. Soluzione l’attrazione di investimenti dall’esterno dell’area nei settori di grande innovazione e di alta tecnologia in sinergia con i quattro poli universitari che dovrebbero diventare le navi rompighiaccio per attraversare le paludi ormai congelate del sottosviluppo e rendere navigabile la nostra realtà alle maxi navi del capitalismo internazionale.
Ma è estremamente difficile che la rotta sia a Sud se non vi sono le condizioni minime di attrazione.
Che si parli di ferrovie, di porti, di aeroporti la situazione è estremamente precaria, così come ogni velleità di fiscalità di vantaggio si è arenata ed è stata sostituita da una di svantaggio rispetto al resto del Paese. Perché investire da noi se per andare da Palermo a Catania non bastano 5 ore e se l’alta velocità si ferma a Napoli? Il timore è che anche coloro che sulla base di incentivi della Cassa del Mezzogiorno prima e della successiva 64 poi, in una visione di razionalizzazione dei propri interventi, chiudano gli stabilimenti a Sud di Napoli come sta pensando già di fare la Fiat di Termini Imerese. Ed allora ben venga il monito del Capo dello Stato di ricordarsi di quest’area. Ma ciò non basta è necessario che si pretenda, in un momento in cui bisogna pensare a modelli di sviluppo nuovi, considerato i1 fallimento di quelli precedenti, che vi sia un progetto chiaro, tempi definiti, strategie di breve e di lungo termine e una verifica degli impegni presi da Autority indipendenti.

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Quei soldi scippati e utilizzati dal Nord

17 novembre 2008

busetta_lombNelle vecchie riviste di avanspettacolo, quando un cantante non era ritenuto all’altezza e non aveva un timbro di voce sufficiente, il pubblico cominciava a rumoreggiare gridando “ senza microfono, senza microfono” . E quando il povero malcapitato  era stato costretto a cantare a voce  libera lo si sommergeva di fischi. E’ quello che sta accadendo al Mezzogiorno. Per anni si è sostenuto, anche grazie alle utili sponde di alcuni santoni meridionalisti, come il senatore Rossi del Partito democratico, che i soldi destinati al Mezzogiorno sono stati una valanga enorme. Una massa di risorse che, con la complice informazione dei quotidiani nazionali, Sole 24 ore in testa, si diceva erano destinati al Mezzogiorno. Risorse, peraltro, che nella pubblicistica corrente, venivano poi sprecate in mille rivoli ed in parte andavano alla criminalità organizzata. Assunto tale assioma come vero, il passaggio successivo di togliere risorse al Mezzogiorno era assolutamente naturale e a dir poco legittimo. Ed è quello che sta accadendo in questi giorni con i fondi FAS, fondi destinati alle aree a ritardo di sviluppo ma che sono diventati un salvadanaio al quale attingere a piene mani ogni qual volta è necessario e Dio sa quanto in periodi di vacche magre le esigenze siano tante.
Comincia a levarsi qualche voce dissonante ma ormai il guaio è fatto ed è difficile porvi rimedio. Il presidente dell’Assemblea regionale, Francesco Cascio, ha annunciato la presentazione a breve di uno studio «che metterà fine alla favola della Sicilia che mangia risorse pubbliche»: «La spesa pubblica pro capite in Sicilia è di 14 mila euro, a fronte di una media nazionale di 16 mila euro e dei 20 mila euro delle regioni autonomistiche del Nord - dice Cascio - Un dato, questo, che considera la spesa di Stato, regioni, province e comuni».
«Ribadisco ancora una volta l’uso improprio dei fondi Fas dirottati per le aree del Centro-Nord e per finalità diverse da quelle istituzionali - dice Lombardo
“La cosa scandalosa - ha osservato Miccichè - è che appena spendiamo 140 milioni per la Sicilia, si lamentano i lombardi. Una vigliaccata, lo dico molto chiaramente: noi abbiamo dato 1,4 miliardi di euro all’Expo di Milano con i nostri soldi, quelli destinati al Fas per il Mezzogiorno. Immancabile la polemica sui fondi destinati a Catania dal decreto sulle autonomie approvato in Consiglio dei ministri insieme al Federalismo fiscale: “Allora - ha aggiunto Miccichè - Catania dovrà restituire i 140 milioni soltanto dopo che Milano restituirà i 1,4 miliardi di euro”.
Ed è anche vero che la prossima finanziaria taglia. Tagli, parecchi, ma soprattutto al Sud. Si parla di una sottrazione di almeno 3,6 miliardi di euro. Ed ancora qui bordate di Miccichè: “La verità - precisa Miccichè - è che per adesso gli unici fondi che ci sono, sono quelli per il Mezzogiorno”. Secondo il sottosegretario, “il problema è territoriale e non politico. Nei prossimi 5-6 anni - ha spiegato - finiranno i fondi strutturali e si andrà verso il Federalismo, se in questi anni ci tolgono pure i quattrini che abbiamo è chiaro che il problema comincia a diventare serio”.  D’altra parte per capire se i soldi sono stati pochi o molti basta calcolare quanto la Germania ha destinato per risolvere il problema del suo Est . Cifre che sono pari a 20 volte quelle destinate al Sud negli stessi periodi. Poi si può sostenere che sono stati , da noi , anche sprecati  e questo non è consentito a chi utilizza risorse di altri . ma la favola dei molti soldi è solo una leggenda metropolitana.
Per questo in 200, tutti i relatori delle “Giornate dell’economia del Mezzogiorno”, organizzate dalla Fondazione Curella e dal Diste consulting, dal 3 all’8 di novembre a Palermo, hanno contribuito alla redazione di  una «carta per il Sud» inviata poi al governo nazionale ed a tutti i parlamentari meridionali: 10 punti programmatici che hanno l’obiettivo di portare le regioni del Mezzogiorno ad un Pil pro capite pari all’80 per cento di quello del Nord (oggi è fermo al 58 per cento). Un documento che vuole essere anche un «no chiaro e netto» ad un federalismo fiscale a danno delle regioni povere. Non a caso al primo punto della carta c’è «la garanzia che la quota di spesa pubblica per investimenti nel Mezzogiorno prevista dalle leggi esistenti venga mantenuta».
Ed tali prese di posizioni e la conseguente polemica aperta con lo scontro verbale con Galan dei “mamma li turchi”! un primo risultato lo hanno ottenuto. L’approvazione nella finanziaria della protezione o di una mezza blindatura dei fondi Fas , che prevede  nel caso di diverso utilizzo delle risorse un ritorno al Cipe delle delibere e non l’automatismo che fin oggi c’è stato per cui gli scippi di Tremonti erano stati più semplici, sono un primo passo fondamentale.
Adesso la strada è tutta in salita ma se il Sud riesce ad organizzarsi e ad evitare che si segua una strada che più che una parte politica , come afferma Miccichè, sta cercando di percorrere una intere area per accaparrarsi maggiori risorse avrà il merito di evitare un processo secessionista che se non viene interrotto rischia di spaccare il Paese.

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Galan, il Sud e i vasi di coccio

11 novembre 2008

“Mamma li turchi: senza alcun offesa per i veri turchi“ così ha reagito Giancarlo Galan, presidente della regione Veneto al documento dei Governatori meridionali, riuniti in occasione delle giornate dell’economia del Mezzogiorno, organizzate a Palermo dalla Fondazione Curella e dal Diste Consulting. Quest’affermazione potrebbe essere letta come una indispettita reazione dovuta alla sensazione che le regioni meridionali vogliono organizzarsi da parte di un ex venditore di Publitalia con modi spicci e un pò di rozzezza veneta.  Ma Galan non è uno sprovveduto. Si è laureato in giurisprudenza all’Università di Padova e ha ottenuto un master in Business administration alla Bocconi di Milano. Alle elezioni politiche del 2006 è stato eletto senatore per Forza Italia nel Veneto ed è un politico, da ormai 20 anni. Quindi non può essere solo una reazione non controllata.  Forse ha voluto rassicurare la Lega Nord, che tanta importanza ha nella sua coalizione,che appoggerà il federalismo fiscale in modo convinto per portare a casa un pò di soldi in più a spese delle regioni meridionali.
Ma al di là delle motivazioni più profonde vi è nella frase, bollata giustamente come sciocchezza dal presidente Lombardo, un misto di protervia nei confronti dei parenti poveri che vorrebbero pure parlare, e di razzismo mal celato verso questi terroni che adesso vorrebbero, cialtroni e mantenuti, pure, dire la loro.  Stupisce la mancata reazione da parte dell’Udc, sia in sede nazionale che siciliana, che pure fa parte di quella giunta regionale. Forse una dichiarazione da parte di Cuffaro, di Romano, che pure tanto peso hanno nell’UDC nazionale, sarebbe opportuna. Stranisce che i deputati del Pdl eletti in Sicilia, non si schierino nei confronti di quella che vorrebbe essere un’offesa alle istituzioni di un’area di 21 milioni di abitanti che rappresenta un terzo del Paese.
Peraltro il documento firmato dai Governatori meridionali è solo una timida dichiarazione di intenti che non fa che affermare il diritto alla sopravivenza del Sud. Anche se é giusto liquidare come sciocchezze le affermazioni di Galan una qualche riflessione su questi toni sopra le righe va fatta.
Perché vi è ormai una campagna denigratoria ed offensiva nei confronti dei meridionali che non può essere più tollerata e che sta portando a degli effetti devastanti. Infatti le frasi sui professori meridionali che sarebbero inadeguati ad insegnare nelle scuole del Nord, il continuo sberleffo nei confronti di un’area che si manifesta nella affermazioni di molti deputati leghisti, sta portando ad una forma di fastidio sempre più manifesto nei confronti del Nord. Ed il rischio che si confondano alcuni, pochi in verità, ma che contano  tanto nel governo nazionale, con tutta la popolazione settentrionale fatta in maggioranza da benpensanti, colti e rispettosi cittadini, è grande.  Perché la reazione che colgo sempre più spesso è del tipo: se non ci vogliono nel Paese andiamocene.  E questa è una reazione trasversale, che viene da destra e sinistra, ma  che non ci possiamo consentire. Non perché da una secessione il Sud non potrebbe anche guadagnarci. Quando si è tra vasi di ferro, o di acciaio, il rischio per quelli di coccio ad ogni minima scossa di rompersi è grande.  E lo si è visto con tutte le riforme che negli ultimi anni sono state fatte, da quella dell’Università del tre più due che certo non serviva al Meridione fino al prossimo federalismo che serve solo alle regioni settentrionali. Forse noi avremmo molto più bisogno di un centralismo attento allo sviluppo dei nostri territori, come peraltro dimostrato dalla Germania, che ha preso in mano l’eliminazione dei divari con la ex DDR , versando in quella parte una valanga di soldi, di professionalità dell’Ovest, di esperienza accumulata sui mercati internazionali. Dicevo non perché non avremmo una nostra convenienza dallo sciogliere una unità che ci vede recentemente come una realtà da far morire. I dati demografici venuti fuori dall’osservatorio della Fondazione Curella per il Mezzogiorno per i prossimi venti anni sono devastanti. Ma perché il Paese diviso in due verrebbe sempre più retrocesso dal ruolo di grande, che già adesso stenta a mantenere, a quello di province, che conterebbero nell’Unione quanto la Slovenia o la repubblica Ceca. Gli interessi del Mezzogiorno sarebbero forse più tutelati di quanto non siano da un Paese che ha solo voglia di tagliare tale appendice. Forse il politecnico del Mediterraneo l’otterremmo, ed anche qualche sede di organismo comunitario. E magari potremmo essere più attenti ed evitare di diventare la raffineria di prodotti energetici del Paese. E non dovremmo pagare con i soldi della Unione, per riequilibrare i divari,   dati con il Fas,  l’Expo 2015 di Milano.  Ma non possiamo accettare che un processo storico che ha finalmente unito il Bel Paese dove si parla la dolce lingua, nato dal sacrificio di tanti combattenti che ci hanno creduto sacrificando la propria vita, venga messo in discussione dagli interessi beceri di bottega di una piccola minoranza di incolti, che non vogliono pagare il debito accumulato in anni di disattenzione verso un’area che è stata per anni mercato esclusivo del Nord, che ha fornito braccia e menti al suo sviluppo, classe dirigente ad un Paese che pare essersene dimenticato.

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Giornate dell’Economia: il professore Porta partecipa alla sessione inaugurale

13 ottobre 2008

Anche il professore Pier Luigi Porta ha dato la sua adesione alla partecipazione alle Giornate dell’Economia del Mezzogiorno che si terranno a Palermo dal 3 all’8 novembre.
Il professore Porta sarà a Palermo lunedì 3 novembre alle 9.30 presso la Società Siciliana per la Storia Patria per parlarci del tema “Economia e Felicità”, del quale si è occupato nel suo percorso di studioso.
Il professore Porta insegna all’Università degli Studi Milano-Bicocca ed è membro del suo senato accademico.

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Economia e felicità

7 ottobre 2008

Una kermesse di sei giorni. Oltre 100 relatori, più di 20 organizzazioni coinvolti, due incontri istituzionali: quello dei presidenti delle regioni, organizzato dal governatore Lombardo e quello dei rettori degli atenei italiani, convocato dal rettore di Messina, Tomasello, coordinatore delle università siciliane. Il gruppo bancario medio siciliano coinvolto: Banca S.Angelo, Banca Nuova e Credito Siciliano. Primari enti di ricerca nazionali ed internazionali come l’OCSE, l’ISTAT, la SVIMEZ, la Fondazione Banco di Napoli, SRM. Insomma un’iniziativa di alto livello che spazierà dall’alta formazione, al federalismo per un tema che è tutto un programma: “Economia e felicità”.

In un momento in cui il crollo delle borse mondiali ci fa capire che un’epoca è finita e che la distribuzione delle risorse tra i protagonisti del mondo non potrà più essere la stessa, perché si sono seduti nuovi entranti al tavolo della distribuzione del PIL mondiale, riflettere sul collegamento tra economia e felicità diventa fondamentale. Poiché i paesi divenuti ricchi di risorse materiali non sono altrettanto ricchi di felicità e qualità di vita. Basta guardare come sta aumentando l’obesità nei paesi sviluppati, anche tra i giovanissimi, o il consumo di antidepressivi. O all’incapacità di gestire lo smaltimento di rifiuti in maniera da non esserne sommersi e di limitare le emissioni di gas nocivi. Al bisogno di quantità di energia sempre più abbondante che ha portato alla contrapposizione tra aree e a guerre, commerciali o reali.
Ed allora forse è il momento di pensare ad un diverso modello di sviluppo, che contemporaneamente metta i paesi ricchi in grado di associare livelli elevati di benessere economico e rispetto per l’ambiente e coesione sociale, consentendo allo steso tempo ai nuovi entranti di accrescere il benessere secondo modelli innovativi, poiché quelli già vecchi ed usurati hanno manifestato il loro limite. Se i due miliardi di cinesi e indiani sono ormai una realtà con i quali già stiamo facendo i conti, non dobbiamo dimenticare i segnali che vengono da un Sud America che ha innescato processi di sviluppo interessanti o dall’Africa, dove alcune aree, come il Sud Africa, vogliono dire la propria e pretendono per i propri abitanti le risorse necessarie per soddisfare perlomeno i bisogni primari delle proprie popolazioni.
In tale variegato panorama “cosa deve fare il Mezzogiorno?” è una domanda alla quale urge dare una risposta convincente per un Paese che vuole restare unito. Che non può essere certo quella della Lega Nord, che pensa di risolvere i problemi chiudendosi sempre più nell’egoismo miope di un’area sempre più piccola e invecchiata, che pensa di potersi tenere le risorse che produce senza condividerle con altri. Dimenticando che il sistema Italia ha un ruolo tra i Paesi sviluppati perché è parte di un sistema ampio e complesso che fornisce energia raffinata (Sicilia), braccia e menti (tutto il Mezzogiorno) e un grande mercato di consumo fatto di 60 milioni di abitanti. Che può svolgere un ruolo fondamentale nell’Unione Europea e nella future Unione del Mediterraneo, e non solo perché Lampedusa rappresenta la base di accoglienza per tutti gli emigranti che altrimenti perderebbero le loro vite in mare. Lo ha ben capito la Germania che ha voluto in modo determinato la riunificazione con la ex DDR, pagando per tale obiettivo un costo altissimo, ribaltato, peraltro, in buona parte sul resto d’Europa.

Vi sono due forme di pensiero: quello verticale, logico, consequenziale. Tipicamente maschile, quello che prevede per fare stare in piedi l’uovo di Colombo di trovare un baricentro impossibile. E poi vi è il pensiero orizzontale, tipicamente femminile, che per fare stare in piedi l’uovo lo schiaccia. Forse è tempo di ricorrere a nuovi modi di pensare e di sviluppare nuovi modelli di progresso della nostra società. Le giornate dell’economia del Mezzogiorno che si svolgeranno a Palermo dal 3 all’8 novembre vogliono proprio rappresentare l’occasione per avviare tale ricerca.

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