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VIZI E VIRTU DEGLI INDICATORI

4 novembre 2009

Relazione di Salvatore La Rosa

“VIZI E VIRTU’ DEGLI INDICATORI”

 

Il dibattito sugli indicatori della felicità parte da molto lontano. E’ da circa ottanta anni che economisti e statistici  studiano la maniera di sintetizzare il concetto di benessere nazionale utilizzando il PIL quale misura del livello di benessere  presupponendo che il benessere economico  possa essere  la condizione di base  dello  stato di soddisfazione della popolazione  se non della sua felicità. Sono molte le occasioni nelle quali sono stati denunciati dagli stessi statistici i limiti di tale indicatore per tutta una serie di paradossi che un impiego non ragionato del PIL si porta dietro.  Bob Kennedy in un discorso del lontano 1968     denunciava  un macroscopico limite dell’ indice dal momento che esso comprende tra i suoi addendi  anche la produzione di napalm , di testate nucleari, e di programmi televisivi che glorificano la violenza allo scopo di vendere giocattoli ai nostri figli.

Alla fine degli anni Ottanta è stato proposto un indice del Benessere Economico Sostenibile ma l’indice è circolato soltanto tra gli specialisti e qualche organizzazione non governativa. Più recentemente è stato proposto L’Indice dello Sviluppo Umano il cui andamento è oggetto ogni anno di un rapporto dell’Onu

L’ISU utilizza il PIL ma ne mitiga gli effetti di distorsione combinandolo con altri due indicatori : la speranza di vita e l’accesso al sistema educativo

Infine, è storia dei nostri giorni,  la commissione presieduta  da  Sarkozy  ha rivisitato il PIL suggerendo raccomandazioni  e istruzioni   per un uso ed una interpretazione piu razionale che tenga conto anche dei problemi ambientali, della  redistribuzione del reddito, della  povertà, dell’istruzione e della sanità.

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La recente crisi finanziaria globale

31 ottobre 2009

Relazione di Padre Gianni Notari

“La recente crisi finanziaria globale”

La recente crisi finanziaria globale ha radicalizzato una tendenza. Con la flessibilità dei fattori produttivi, la liquidità e la perfetta mobilità delle attività finanziarie prevalgono non solo un riduzionismo nella concezione delle forme di impresa (l’unica forma di impresa concepibile è quella che massimizza il profitto), ma, soprattutto un riduzionismo antropologico. L’esclusiva ricerca del profitto mette in liquidazione la persona. E quando la persona è svenduta cambiano i parametri dell’esistenza e prendono il sopravvento l’alienazione e lo spossessamento; tutto diventa merce da vendere al mercato. La dignità della persona non vale più nulla. A dettare le regole del gioco è il dio denaro: un dio esigente che si impossessa dei nostri pensieri, ci rinchiude nella prigione della solitudine e butta nel pozzo del profitto la chiave che apre la porta del palazzo della gratuità.

Ci si ritrova schiavi di un metallico e assordante tintinnio che impedisce la complessa ed affascinante danza della vita; è cancellato il sogno di un’esistenza fatta di condivisione, di amore donato e ricevuto.

Quali sono le conseguenze di tutto questo? Aumenta l’indifferenza e il distacco da tutto ciò che non merita di essere comprato. Cosa ci importa della sofferenza dei deboli e della loro rabbia? Essi sono un problema di sicurezza e un affare di polizia! Nel grande supermercato della vita danno solo fastidio! I loro volti imploranti dignità e giustizia turbano la serenità dei nostri acquisti e delle transazioni commerciali.. Quando muore la gratuità, quando tutto viene messo in liquidazione, i poveri sono considerati un incidente della storia. E i loro paladini sono visti come ingenui sognatori.Ciò che conta è la solidità del nostro conto in banca, la stabilità degli indici in borsa. «Mors tua, vita mea».

In questa ovvia normalità tutta la vita diventa una corsa esasperante.  Si corre per avere. Non esistono orari, relazioni, affetti. Non si ha più il tempo di fermarsi.

Ma è normale che sia così? Questa cultura del profitto ha gettato l’umanità nel baratro delle solitudini. La relazione gratuita è diventata un lusso di chi non ha niente da fare.

 E accade di tutto, emergono estremismi e fondamentalismi impazziti. Anche nei vissuti familiari. Questa ossessione del dio denaro, questo dominio del dio denaro e delle economie che lo esaltano sta destabilizzando il mondo.. Questa normalità acquisita, anche se da molti vissuta con disagio, comincia a fare i conti con qualcosa di altamente destabilizzante: la rabbia degli outsiders e le nostre inquietudini. Pensiamo agli esiti dell’ultima  crisi finanziaria globale.

Ricordo una dichiarazione che fece David Turoldo qualche anno prima della sua morte: «Ma verrà, uomini, verrà – e non è lontano – quel giorno che l’oceano di miseria e di dolore si metterà in moto, uscirà dai suoi confini con il boato della disperazione. Quell’oceano della collera dei poveri, degli oppressi, dei delusi…

Ora  la coscienza sta maturando in profondità e in silenzio; ma poi eromperà e allora sarà più notte della notte. Allora chi è nei campi non torni a casa e chi è sul terrazzo non scenda a prendersi il mantello….

Allora l’oceano dei poveri strariperà come se la terra fosse capovolta, scossa dalle fondamenta. I potenti ci stermineranno in molti. Ma pure molti di loro saranno sterminati».

 

L’attuale modello di sviluppo è in crisi, una crisi drammatica che richiede rinnovate attenzioni, lucide analisi, prospettive innovative e sostenibili.

 Il mondo è cambiato.  E noi dobbiamo cambiare. Innanzitutto non facendo più  finta che tutto è come prima, che possiamo continuare a vivere vigliaccamente una vita normale. Con quel che sta succedendo nel mondo la nostra vita non può, non deve, essere “normale”. Di questa “normalità” dovremmo avere vergogna. La nostra coscienza è chiamata a scuotersi, a cercare nuove soluzioni, a creare spazi vivibili che ridiano fiducia ad un corpo sociale che non vede più prospettive.

Facendo tesoro di quanto ci insegna la crisi finanziaria globale, è urgente trovare quegli anticorpi di cui il sistema ha bisogno per evitare degenerazioni patologiche. Un patto etico per lo sviluppo e una rivoluzione antropologica sono i primi due passi ineludibili per umanizzare la globalizzazione e l’economia mondiale. In un mondo globale in difetto di governance, la sostenibilità sociale e ambientale diventa un’urgenza etica. Il mercato  deve rivedere le logiche interne che lo animano: i beni o i servizi che vengono venduti dovrebbero contenere maggiore valore sociale e ambientale, superando quell’approccio dicotomico in cui esiste un prima (nel quale i valori e istanze sociali vengono messe da parte) e un dopo ( del tempo libero o della seconda parte della vita dedicata alla filantropia) nel quale si pongono rimedi alle esternalità sociali ed ambientali negative generate nel momento della creazione di valore. L’’impresa non può essere un’istituzione “asociale”, che si muove sul terreno eticamente neutro del mercato, alla quale chiedere semplicemente efficienza e creazione di ricchezza; sarà poi lo stato a redistribuire più equamente le fette della torta. Testimone di questa prospettiva è la cosiddetta “economia civile” che contesta nei fatti le funzioni nefaste del Capitalismo Finanziario come quella chiamata “gestione derivati”. Pensiamo all’effetto trainante delle logiche che in varie parti del mondo stanno animando le cooperative sociali, il commercio equo e solidale, le banche etiche, il microcredito……. Queste rinnovate prospettive offrono agli imprenditori, ai lavoratori e ai consumatori tanti benefici immateriali: valorizzazione della soggettività, vantaggio psicologico di non subire l’alienazione, condivisione del fini dell’azione comune, senso di equità. Questa rinnovata visione ha anche effetti positivi ad un livello macro. Come auspicato da più parti, questo valore aggiunto potrebbe rinforzare la capacità del mercato di produrre non solo guadagni di efficienza ma anche ridurre, attraverso gli scambi solidali che promuovono l’auto sviluppo dei produttori marginalizzati, quella disuguaglianza che impedisce la realizzazione delle pari opportunità e l’uscita dalla povertà estrema  di ampie fasce della popolazione mondiale. Un esito di questa prospettiva etica è la crescita di fiducia del consumatore ma anche la sua centralità come persona. Vivere non è solo avere “cose”, ma anche altro. In questi anni Amartya Sen ha proposto di superare la visione di uno sviluppo e di un benessere legata solo ad indicatori prevalentemente materiali o cognitivi, come il reddito, la sicurezza della casa, la salute o l’istruzione, per renderla più dipendente dalla “facoltà di agire” (agency)  delle persone, ossia dalle differenti possibilità di convertire i suddetti beni primari in uno star bene acquisito, in una qualità di vita soddisfacente[i].

 



[i] Cfr. A.SEN, La disuguaglianza: Un riesame critico, Il Mulino, Bologna 1994, p.47.

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Fondazione Curella, targa del presidente della Repubblica

12 ottobre 2009

Fondazione Curella, targa del Presidente della Repubblica

Giornale di Sicilia

giovedì 8 ottobre 2009

Una targa del Presidente della Repubblica,  Giorgio Napolitano, è stata destinata alla Fondazione  <<Angelo Curella>> di Palermo, in occasione del  premio internazionale << Guido Dorso>>. Il premio è stato assegnato alla memoria di Giulia Carnevale, laureanda in ingegneria all’Università dell’Aquila.

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