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Archivio per la categoria ‘Rassegna Stampa’

ECONOMISTI ED ESPERTI SI INCONTRANO A PALERMO

27 ottobre 2009

SUD

ECONOMISTI ED ESPERTI SI INCONTRANO A PALERMO

Il Mediterraneo, l’opportunità di sviluppo per l’Europa. Questo il titolo di un convegno organizzato dalla Uil Sicilia che avrà luogo oggi allo Steri di Palermo.

 

da Lab – Il Socialista del 16 Ottobre 2009

 

La giornata di confronto sarà presenziata dal segretario Uil, Luigi Angeletti, Stefania Craxi, Gianni De Michelis e poi ancora economisti ed esperti di strategie per lo sviluppo: tutti intorno a un tavolo per affrontare i problemi della crescita del Mezzogiorno siciliano all’interno del Mediterraneo. Sul tavolo anche i problemi legati all’investimento dei fondi Fas e delle risorse di Agenda 2007.

“Dal Mediterraneo – spiega Claudio Barone, segretario regionale della Uil – passano tutti i futuri flussi di sviluppo. A questa grande opportunità devono tendere le scelte dello Stato e delle classi dirigenti del Mezzogiorno. Bisogna interpretare il cambiamento e mettere da parte la difesa di interessi localistici. Per questo – aggiunge- la Uil dice no al dirottamento di risorse verso l’assistenzialismo. E dice no anche al dirottamento di risorse esclusivamente verso il Nord, perché significherebbe difendere in modo sterile qualche città a scapito di tutto il resto del Paese. E’ indispensabile invece investire più risorse in infrastrutture e sviluppo. Fra gli interventi previsti, anche quelli di Roberto Lagalla, rettore dell’Università di Palermo, Carmelo Barbagallo, Carlo Fiordaliso e Paolo Pirani segretari confederali Uil, Lelio Cusimano, presidente della Fondazione Federico II, e Vincenzo Falgares, direttore generale del dipartimento Cooperazione della Regione.

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SCRUSCIOFROMSICILY (MA LA FANNO STA SECESSIONE, O NO?)

23 ottobre 2009

scruscioFromSicily (Ma la fanno sta secessione, o no?)

di Salvatore Modica

da NoiseFromAmerika del 21 Ottobre 2009

Il titolo è scruscio from Sicily (scruscio in siciliano significa noise), ma il contenuto è scruscio dalla Lombardia, perché la mia domanda è: perché Bossi invece di fare tutto questo scruscio non fa veramente la secessione? Io non sono un esperto di contabilità nazionale, ma la risposta che i dati sembrano suggerire è semplice: non gli interessa, perché il Nord non ci guadagnerebbe più di tanto. Per il Sud non sono affatto sicuro che questa sia una buona notizia, perché una soluzione ‘endogena’ ai problemi socio-politici del Mezzogiorno di cui parla Michele non è esattamente dietro l’angolo. Provo ad elaborare questi due punti.

Il primo punto si può, in modo semplificato, porre come segue: come mai esiste la Lega Nord, in Italia?

L’estate scorsa parlai un po’ con Michele della situazione politico-economica italiana, e alla fine si rimase che gli dovevo una risposta a questa domanda. La mia inconfessabile sensazione era che la risposta fosse: perché al Nord ci sono molti onesti e operosi e al sud un sacco di buoni a nulla e delinquenti, quindi questi ci vogliono scaricare, e non a torto. Leggendo cose come:

il Mezzogiorno [...] continua a ricevere (e sprecare) ingentissime risorse sottratte a chi, nel Centro-Nord, le produce lavorando

pensai che sotto sotto anche Michele la pensasse così, e gliene chiesi conferma. Ma lui non confermò, anzi tuonò, “Ma mi hai preso per un cretino qualunque?” A quel punto il solo vero cretino restavo io (anche se lui non lo sapeva), e ci dovevo pensare meglio. Adesso, fermo restando il fatto degli operosi ecc, in effetti non credo sia quella la risposta. Credo che la Lega sia nata in Italia perchè il Nord reclamava un peso politico proporzionato alla sua rilevanza economica, in un contesto storico nel quale i trasferimenti spaziali di risorse sono diventati rilevanti almeno quanto quelli economico-sociali (ho scritto un articolo su questo che potete vedere qui).

E il fatto delle ‘ingentissime risorse’? Se fosse vero la minaccia di secessione sarebbe credibile. Ma non credo che le cose stiano così. Ho dato un prima occhiata ai dati dei Conti Pubbilici Territoriali (CPT) sulla spesa del settore pubblico allargato e quelli Istat sul PIL (del 2006, gli ultimi che ho trovato completi in entrambi senza sforzo). Ho eliminato il Centro, quindi tutti i totali saranno N+S, non Italia (=N+C+S). Il PIL di Nord+Sud è ripartito nelle proporzioni 70/30 (70% al Nord, 30% al Sud). La popolazione, per inciso, è 56/44. Sui CPT ho guardato le due voci della spesa corrente dove più si annidano gli sprechi: Spesa Personale e Acquisto Beni e Servizi. La ripartizione Nord/Sud è rispettivamente 53/47 e 66/34. C’è ovviamente uno scostamento significativo nelle Spese Personale rispetto alle quote nel PIL, quindi nel Sud c’è spreco in questa voce. Quanto ci perde il Nord? Assumendo che la spesa del Nord sia ‘giusta’, un totale teorico aggregato per Nord e Sud si trova dividendola per 0,7 (quota PIL del Nord, sempre rispetto a N+S). La spesa giusta del Mezzogiorno sarebbe il complemento al totale teorico; facendo la differenza fra questo e la spesa reale si trova 26.128 milioni di euro. Quanto di questo è finanziato dal Nord? Dai dati CPT le entrate del settore pubblico allargato (N+S) sono ripartite 70/30, quindi il CN ne finanzia il 70%, sicché dall’eccesso personale al Sud il Nord perde 0,7*26.128=18.362 milioni (in questa e nelle prossime moltiplicazioni i risultati sono giusti, i primi membri arrotondati), cioè il 2,3% del PIL del Nord. Anche fermandosi qui, non sembra una cifra che cambia la vita. D’altra parte gli Acquisti Beni e Servizi sono acquisti di manufatti, la cui produzione è ripartita fra Nord e Sud nelle proporzioni 82/18 (voce Istat Industria senza Costruzioni); a Nord e Sud gli acquisti sono risp. 134.378 e 69.824 milioni; a frontiere chiuse il Nord perderebbe ordini per l’82% degli acquisti di beni e servizi del Settore Pubblico Allargato (SPA) al Sud; di questi il 70% sono finanziati da tasse del Nord, sicché il Nord  perderebbe 0,3*0,82*69.824=16.921 milioni. Qui sto assumendo (eroicamente, ok) che gli ordini pubblici sono aggiuntivi rispetto alla produzione in assenza di Stato. Se mettiamo in conto gli interessi sul debito che, indipendentemente da ‘chi’ ha causato l’insorgenza del debito, sono per l’80% erogati al Nord (31.058 MEuro) dunque per il 0,8-0,7 finanziati dal Mezzogiorno, si aggiunge 0,1*31.058=3.195 milioni. Sommando i tre numeri, di spesa corrente a frontiere chiuse il CN guadagna 18.362-(16.921+3.195)=-1.754 milioni. Questo numero cambierebbe certamente con una stima diversa dell’evasione nel Mezzogiorno, o per il fatto che le frontiere non sarebbero del tutto chiuse, o che la produzione per il SPA non è tutta addizionale e in ogni caso contiene beni intermedi prodotti altrove. Ma non credo ne uscirebbe fuori granché. E stiamo tralasciando gli interessi del Nord nel settore privato a Sud, e quelli nelle risorse europee, che sospetto siano forti. In conclusione, da un primo sguardo agli ordini di grandezza dei numeri nei conti sembra doversi dedurre che, in effetti, le minacce di secessione sono solo scruscio.

Il secondo punto da discutere si può porre, per riprendere le parole di Michele, è i fatto che il Sud sia  ‘’socialmente marcescente”. Sono d’accordo con tale giudizio, e in effetti direi che il Sud è anche economicamente marcescente. “Arrivi a Punta Raisi e senti parlare solo di Bandi” (Oliviero Toscani). Bandi por, bandi fas, bandi qui e bandi lì. Tutti dietro ai Bandi, per due motivi. Uno è quello più evidente: fra una cosa e l’altra c’è un sacco di grana. L’altro è la diversion: nella implementazione dei progetti vengono impiegate risorse umane pagate più del loro contributo marginale. Quindi tutti a caccia. Il che è dannoso, intanto perché questi costi riducono la qualità dei servizi prodotti, ma soprattutto perché si caccia lavoro improduttivo. Distruzione non creativa. Economia drogata, giorni che passano a procacciarsi una misera dose. Attenzione, gli sprazzi di luce ci sono: il Dipartimento Politiche per lo Sviluppo, sotto la guida di Fabrizio Barca, negli anni scorsi ha fatto un sacco di sforzi e ha anche ottenuto risultati. Significativi, ma non determinanti. Il problema (socio-politico, indeed) è che quelli che hanno le rendite più alte nello status quo sono anche i più bravi a raccogliere voti. C’è tecnologia seria di public employment engineering, si spezzetta il titolo, si cedono opzioni sui pacchetti, titoli derivati di sussidi e pensioni, promesse contingenti… insomma ogni briciola di impiego pubblico, se la sfrutti bene, ti regala belle soddisfazioni. Specialmente se chi hai di fronte non vede la differenza fra il fumo e l’arrosto. Per inciso, questo dell’ignoranza io credo sia il pezzo più rilevante della risposta al perché fra nord e sud “siamo davanti a due paesi diversi”. Io cerco di sostenerlo da un po’ di anni, Sonnino e Franchetti lo dissero più di cent’anni fa. Ma i minorenni non portano voti. A questo punto non so onestamente perché ci troviamo in questa situazione (nel 1200 la Sicilia era un paese di frontiera, al pari della Lombardia), ma mi preme sapere se e come si può cambiare. Quindi la domanda terra terra che mi faccio è: ci sono i voti per una rivoluzione? Sicuramente il cambiamento passa per una ristrutturazione importante del settore pubblico, che indurrebbe una discontinuità nelle aspettative sul lavoro e di conseguenza nei comportamenti delle persone liberando energia imprenditoriale. Ma queste cose hanno benefici che si misurano su orizzonti più lunghi di quelli degli employment engineers. Possiamo sperare che questi accettino di buttar via i voti che hanno in tasca? Mi pare difficile.

E allora? Allora niente revolution, né da dentro né da fuori. Si continua piano piano, cercando di cambiare qualche epsilon qua e là, facendo quasi sempre sangue marcio perché nessuno ti dà retta. E tu, carissimo Michele, onestamente chiedi: dove sono le elites meridionali? Dove sono? A Chicago, New York, London, Milan. A cercare il successo che qui non può arrivare. Ma qui, tranquillo, piano piano sì -ma fermi mai.

 

 

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Alla Fondazione Curella assegnato il premio Dorso

19 ottobre 2009

Alla Fondazione Curella assegnato il premio Dorso

 

fipas

Giornale di Sicilia del 19 Ottobre 2009

 

Un premio per riconoscere i meriti di un’istituzione scientifico-culturale del Mezzogiorno. Alla Fondazione “Angelo Curella” di Palermo è stato assegnata la XXX edizione del premio internazionale “Guido Dorso”. A consegnare il riconoscimento, il Presidente del Cnr, Luciano Maiani, durante una cerimonia a Palazzo Giustiniani, a Roma. << Un premio significativo - dice Pietro Busetta, Presidente della Fondazione Curella – poiché saranno segnalati contestualmente giovani studiosi del Mezzogiorno e personalità del mondo istituzionale, politico, economico e culturale che hanno contribuito, con la loro attività, a sostenere le esigenze di sviluppo e di progresso del Sud Italia>>.

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L’Italia corre più veloce del Pil

15 ottobre 2009

L’Italia corre più veloce del Pil

Al 22° posto per prodotto interno ma all’8° per ricchezza netta pro capite

 

dì Marco Fortis

Il Sole 24 Ore del 9 ottobre 2009

 

 

Ebbene, se aggiornassimo quell’ana­lisi dell’Economist per valutare og­gi i paesi in più forte recessione e quelli meno colpiti dovremmo consta­tare che tra giugno 2008 e giugno 2009 il tasso di disoccupazione della Germa­nia è cresciuto solo del 5,5% e quello dell’Italia del 10,4%, mentre nelle eco­nomie ben più malate d’America, di Spagna e di Inghilterra l’incremento del tasso di disoccupazione è stato, rispettivamente, del 71%, 66% e 45%. Una diagnosi diametralmente opposta a quella fornita dal Pil.

Lo stesso vale per i consumi delle famiglie, che stanno chiaramente eviden­ziando una forbice. Infatti, nel secondo trimestre 2009 essi sono cresciuti dello 0,3% in Italia rispetto al trimestre precedente e dello 0,7% in Germania, mentre sono diminuiti ancora dello 0,2% negli Stati Uniti, dello 0,6% in Gran Bretagna e dell’i,6% in Spagna. Dal secondo trimestre 2008 al secondo trimestre 2009 i consumi delle fami­glie sono calati cumulativamente dell’1,8% in Italia, mentre sono addirit­tura diminuiti del doppio in Gran Breta­gna (-3,6%) e di oltre il triplo in Spagna (-5,9%). Anche in questo caso ci trovia­mo di fronte a uno scenario che è l’esat­to contrario di ciò che appare dalla sem­plice comparazione dei Pil nazionali.

Un altro indicatore complementare al Pil che sta guadagnando crescente at­tenzione sia nell’ambito delle analisi strutturali sia sotto il profilo delle inda­gini congiunturali è quello della ricchez­za netta delle famiglie.

La ragione è molto semplice: così come in un’impresa non si deve mai guar­dare solo al conto economico ma an­che allo stato patrimoniale (nel senso che il primo può anche andar bene per un anno o due ma se poi l’azienda ha accumulato troppi debiti alla fine rischia di fallire), così anche nel giudica­re l’andamento di un sistema economi­co non è possibile prestare attenzione soltanto alla produzione annua del red­dito e alla sua crescita, perdendo di vi­sta magari altri aspetti cruciali come lo stato del debito pubblico o il deteriora­mento dei conti finanziari delle fami­glie (fattore che può essere persino più insidioso del debito pubblico, come ha dimostrato questa crisi).

Nell’ambito delle analisi strutturali sulla ricchezza spicca lo studio del 2007 del Word institute for development economics research dell’Univer­sità delle Nazioni Unite di Helsinki (Unu-Wider), svolto dal gruppo di lavo­ro di Davies, Sandstrom, Shorrocks e Wolff. Questo studio ha preso in esame 150 paesi per i quali è stata stimata la ricchezza netta prò capite delle fami­glie (composta dalle attività reali, tra cui la casa e i terreni, più le attività fi­nanziarie al netto delle passività finan­ziarie). I dati si riferiscono al 2000 e so­no espressi in dollari internazionali a parità di potere di acquisto.

Da tale analisi emerge che, mentre l’Italia figura soltanto al 22° posto nella graduatoria del Pil pro capite, balza all’ottavo posto per ciò che riguarda la ricchezza netta pro capite, sopravanzando nettamente economie come la Francia, la Germania, l’Australia e i paesi scandinavi.

Per ricchezza mediana per adulto l’Italia è addirittura seconda nel G-20, dietro soltanto al Giappone.

Anche altri studi basati su dati più recenti ma relativi a un minor numero di paesi confermano il forte posizionamento comparato dell’Italia per ciò che riguarda la ricchezza delle famiglie.

Ad esempio, secondo l’analisi di Jannti, Serminska e Smeeding su dati del

Luxembourg wealth study (un centro di ricerche promosso da vari uffici statistici  nazionali e banche centrali, tra cui la Banca d’Italia), il nostro paese si collocherebbe dietro a Svezia, Germania, Canada, Gran Bretagna e Stati Uniti per  reddito pro capite sia medio sia mediano a parità di potere d’acquisto (in dollari del 2002), mentre si porrebbe solo alle I spalle degli Stati Uniti per ricchezza media e davanti agli stessi Stati Uniti per ricchezza mediana, evidenziando in definitiva anche una migliore distribuzione tra la popolazione della ricchezza, che in genere è molto concentrata in tutti i paesi analizzati (l’Italia ha in assoluto l’indice di Gini più basso).           

La Banca d’Italia stima che nel 2007 la ricchezza netta delle famiglie italiane (che fa perno su attività investite per i tre quarti in beni reali e attività finanziarie sicure come depositi e titoli di stato) sia ammontata a 8,5 trilioni di euro, pari all’8,1% del reddito disponibile delle famiglie e a circa 143mila euro pro capite a prezzi correnti: un valore che ci pone ai vertici mondiali. A prezzi costanti la ricchezza netta delle famiglie italiane è aumentala tra il 1995 e il 2007 di ben 2.731 I miliardi di euro (+47%): una performance di gran lunga superiore a quella del Pil (+19%). L’aspetto più interessante è che la crescita della ricchezza delle famiglie italiane è stata molto più solida rispetto a quella di altri paesi i cui valori sono stati particolarmente sospinti, specie nel 2006-2007, dalla bolla immobiliare e finanziaria, come è avvenuto, ad esempio, in Gran Bretagna, paese che ci aveva temporaneamente sopravanzato per ricchezza pro capite. Le famiglie italiane, inoltre, si sono tendenzialmente indebitate di meno.

Sicché nel 2008, dopo lo scoppio della crisi mondiale e la caduta del prezzo delle case e dei titoli finanziari, la ricchezza netta delle famiglie inglesi è crollata di ben 892 miliardi di sterline a valori correnti (-11,9% rispetto al 2007) e il rapporto tra ricchezza netta e reddito disponibile è precipitato da 8,6 a 7,2. Non conosciamo ancora i dati definitivi del 2008 per l’Italia (la nostra banca centrale li diffonderà verso fine anno). Ma si può stimare per il 2008 una diminuzione del rapporto ricchezza netta/reddito disponibile non superiore a 0,6-0,7 punti sino a quota 7,4: livello che ci permetterà di superare nuovamente, sia pure in discesa, l’Inghilterra (senza contare l’effetto di svalutazione della sterlina che renderà le famiglie inglesi ancora più “povere” internazionalmente).

Tutte queste considerazioni ci portano a concludere che, dopo la pulizia dei valori fittizi operata dalla crisi, stiamo tornando a essere, tra i grandi paesi occidentali, quello con le famiglie più ricche in rapporto al reddito, di gran lunga davanti anche agli Stati Uniti, alla Francia e alla Germania. Un’altra cosa non trascurabile che il Pil non ci sta dicendo.

 

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La nuova via del business

10 luglio 2009

La nuova via del business
Dall’Oriente viaggia il traffico Internet, il Mediterraneo è il crocevia

da La Stampa.it del 04/07/09

img3L’hanno chiamata «la nuova via della seta» ed è una prospettiva un po’ immaginifica, ma non così lontana dalla realtà. Se un tempo dall’Oriente arrivavano le spezie, ora è il traffico dei dati a correre lungo il pianeta. E tanti passano per l’Italia. La Sicilia, in particolare è tornata ad essere il crocevia del mondo. Attraverso gli snodi della rete telefonica siciliana, infatti, passano buona parte delle comunicazioni di Africa e Asia che hanno bisogno di collegarsi al resto del mondo. La rete di Internet, infatti, passa attraverso alcuni snodi, detti «Pop», che si trovano nelle città. Ma poi questi «Pop» devono collegarsi tra loro. «E la novità - dice l’ingegnere Stefano Mazzitelli, amministratore delegato della società Sparkle di Telecom Italia - è che da qualche anno il traffico generato dall’Oriente non soltanto è in crescita tumultuosa, ma preferisce orientarsi verso Ovest, cioè verso il Mediterraneo, piuttosto che nella tradizionale rotta verso Est e l’America. Dal 2008 l’Italia è diventato il primo hub dei dati Internet per l’Africa, superando Francia e Gran Bretagna. Il 48% del loro traffico passa per la Sicilia».
Sparkle è una società del gruppo Telecom Italia che negli ultimi cinque anni ha investito seicento milioni di dollari nello sviluppo di una ragnatela di cavi sottomarini in fibra ottica, in grado di far correre i dati alla velocità della luce e in quantità impensabili finora. Per ogni cavo corrono sei coppie di fibre ottiche e ciascuna supporta tre volte quello che servirebbe all’Italia per le sue comunicazioni Internet mondiale. Risultato: l’intero traffico di Israele, della Libia, dell’Egitto, metà traffico di Tunisia e Algeria, buona parte di quello di India e Pakistan, in pratica quasi tutta l’Africa e il Medio Oriente, passano per i suoi piccoli cavi (diametro di 15 centimetri circa) posati in fondo al Mediterraneo. Naturalmente non c’è solo Sparkle. Ma i suoi cavi fanno buona concorrenza a quelli di France Telecom, che collegano direttamente il Maghreb a Marsiglia, e a quelli dei consorzi «IMEWE» e «SMW4», dove peraltro è presente di nuovo Telecom Italia.
«Grazie ai nostri investimenti - dice ancora Mazzitelli - possiamo garantire agli operatori telefonici di tutto il mondo un’adeguata velocità e la sicurezza di accedere ai grandi centri dell’Europa». Inutile passare per Turchia o Grecia, le loro reti telefoniche non sarebbero in grado di reggere così tanto traffico. Ed è un problema di costi (Sparkle incassa oltre cento milioni di euro all’anno per il servizio), ma anche di qualità. Tanto che l’India e il Pakistan non hanno esitazioni a indirizzare il loro traffico per il Mediterraneo e per gli snodi di Catania, Mazara e Palermo. E’ solo l’Oriente più lontano, cioè la Cina o la Malesia, che trovano più conveniente attraversare il Pacifico.
Tutto ciò ha reso di nuovo il Mediterraneo importante. Quantomeno nel mondo delle telecomunicazioni. «Il satellite non può assolutamente garantire queste velocità e questi costi, - dice ancora Mazzitelli - ed è così che siamo tornati al Mare Nostrum». E altre infrastrutture sono in arrivo. Stanno posando sul fondo del Golfo Persico il cavo «IMEWE» che darà ancor più impulso al collegamento tra Mediterraneo e India. E’ stato appena siglato un contratto con un operatore indonesiano che per collegarsi alla Grande Rete Internet ha preferito passare per Palermo.
Vista l’accresciuta importanza del Mediterraneo, ci vorrà però un po’ più di cautela in questo nostro mare tanto bistrattato. Specie nel punto più a rischio, ovvero quando i cavi devono emergere dalle profondità e incontrarsi con la rete in terraferma. Nell’ultimo anno è già successo per due volte che i cavi telefonici sottomarini siano stati tranciati da ancoraggi sbagliati. Una volta l’Egitto è rimasto isolato per mezza giornata. In Rete, al proposito, s’incontrano già ipotesi dietrologiche, del tipo «sono prove di terrorismo informatico» oppure «è il sabotaggio dei Paesi ricchi ai danni di quelli poveri». Mazzitelli ne ride, ma fino a un certo punto: «Prove di sabotaggio non ce ne sono, ma naturalmente questa è una materia particolarmente sensibile e quindi le nostre infrastrutture sono ben protette, sia fisicamente, sia con software adatto».

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Inceneritori in Sicilia, il grande sogno di Berlusconi

9 luglio 2009

Inceneritori in Sicilia, il grande sogno di Berlusconi

da OsservatorioSicilia.it del 05/07/09

inceneritori1Era prevedibile ed è successo. La gara d’appalto europea per gli inceneritori, detti per convenienza politica e per gentile concessione a Enel ed altri interessati al CIP6, termovalorizzatori, è andata deserta.
La domanda che si pone ora è quale gioco e quale speculazione si starebbe attuando su questi impianti che sono la soluzione peggiore per risolvere il problema dello smaltimento dei rifiuti senza emissioni di particelle nocive e senza “scarti” di lavorazione che come noto, per gli inceneritori non sono “inerti” e necessitano di un sito di stoccaggio. Più o meno come le scorie nucleari.
Ma è il sogno di Berlusconi quello di incenerire la Sicilia quando esistono alternative più avanzate e tecnologicamente sicuri, ma con gli inceneritori i grandi gruppi industriali , Falck, della Waste Italia e della Sicilpower e dei grandi finanziari che stanno loro dietro, possono ottenere enormi ricavi a costo quasi zero e l’Enel, che acquisterà l’energia otterrà un prezzo doppio rispetto a quello di mercato. Come risultato generale si può dire che ai siciliani rimarranno i tumori e l’inquinamento ambientale oltre all’esoso pagamento dello smaltimento dei rififuti (si pagherà il prelievo e anche l’incerimento) agli imprenditori del nord ed alla finanza l’utile economico a rischio zero.
Perché dunque la gara è andata deserta? Chiaro, chi ha iniziato le strutture di morte hanno utilizzato tecnologie ormai superate e quindi oggi pensano di realizzano il massimo profitto sapendo a priori che tutto quanto da loro costruito è da demolire.
Se non ci fosse stato lo stop europeo, la politica italiana berlusconiana ci avrebbe regalato non solo gli inceneritori ma anche  il biglietto per il “paradiso” considerato che avrebbero costruirto ben 4 “chernobil”.
Adesso il Presidente della Regione Siciliana sembra intenzionato a stoppare il tutto e rimettere in discussione quanto, per spinte economiche e politiche interessate, è stato fatto e per questo penserebbe di imporre all’Arra un cambio di strategia. Tutto da rifare quindi in prospettiva 2011 quando saremo finalmente costretti ad attuare almeno il 65% della raccolta differenziata, pena pesanti sanzioni dall’Europa. .
Finalmente Lombardo ha parlato dei per i disastri ambientali di Melilli e Priolo, ma questo gli impone di non smentirsi assecondando il sogno di Berlusconi.
Non è chiaro a cosa si vuole arrivare ma sembrerebbe che finalmente si comincia ad aprire gli occhi dalla nebbia che il governo nazionale, Berlusconi e i gruppi industriali del nord, Enel compresa, avevano calato sulle soluzioni economicamente più convenienti, sicuri, che non emettono sostanze inquinanti e non producono scarti, quali gli impianti pirolotici ed anaerobici i cui residui di lavorazione, inerti, si utilizzano per la costruzione di strade.
Lombardo penserebbe a soluzioni che non emetterebbe PM10 e punterebbe sul metodo  ”pirolisi”, con processo di “gassificazione”, a fiamma “fredda”.
Sembra che esistano due possibili soluzioni, tecnologicamente contigue, già diffuse sia in Europa che negli Stati Uniti: la “dissociazione molecolare” ed i termovalorizzatori  ”a torcia al plasma” .
Un impianto “a dissociazione molecolare” di media capacità si presume costi per la sua costruzione almeno il 75% in meno di un inceneritore e tra manutenzione e costi di esercizio arriverebbe a circa 6 milioni di euro/anno  che sarebbero interamente coperti dal ricavo, ancora però tutto da quantificare, della vendita dell’energia elettrica.
Esistono però, come già più volte scritto, impianti pirolitici ed anaerobici che hanno il pregio di non produrre inquinamento e di costare poco sia come realizzazione che come costi di esercizio interamente coperti dalla vendita di energia e dei residui di lavorazione riutilizzabili, a differenza degli scarti “non inerti” degli impianti a dissociazione molecolare e degli inceneritori a torcia a plasma che devono essere stoccate come residui pericolosi come le scorie nucleari.
Ecco che questi impianti, tecnologicamente avanzati e sicuri, fonte di reddito e di manodopera, che non necessitano dell’obolo di stato, leggasi CIP6, non fanno comodo alle lobbies del nord Italia che spingono verso quelle soluzioni a loro più confacenti.
Gli occhi si starebbero aprendo e la nebbia governativa nazionale comincia a diradarsi ma ancora troppi dubbi gravano su queste operazioni che paiono sempre orientate da gruppi di potere dediti alla speculazione ed al guadagno sulla pelle dei cittadini.

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Su termovalorizzatori e rifiuti in Sicilia, Lombardo è “revisionista” e dice all’Arra: “adesso si cambia tutto”

9 luglio 2009

Su termovalorizzatori e rifiuti in Sicilia, Lombardo è “revisionista” e dice all’Arra: “adesso si cambia tutto”

da SiciliaInformazioni.it del 04/07/09

lombardoTermovalorizzatori in Sicilia. La gara di appalto europea per i primi tre, del 30 giugno scorso, “aperta” a tutti ma andata deserta, sta spingendo il presidente della Regione ad imporre all’Arra un cambio di strategia. Se pensiamo che il “Piano dei rifiuti” che prevedeva i quattro mega termovalorizzatori in Sicilia (indipendentemente dagli obblighi e dagli obiettivi posti dalla Ue sulla raccolta differenziata) è del 2002, e non è mai passato dal vaglio dell’Ars, si comprende il perché dell’orientamento “revisionista” di Raffaele Lombardo.
Cosa vuole fare il governatore? Intanto, spiegano i suoi collaboratori, non può e non vuole smentire né la sua adesione alla filosofia sull’energia pulita e la terza rivoluzione industriale di Rifkin, né le norme di legge sul riciclo ed il riuso dei rifiuti, che impone alla Sicilia di raggiungere la quota di raccolta differenziata del 65%, entro il 31 dicembre 2011. Pena, pesanti multe della Ue
Prioritariamente, il presidente intende chiudere con il “pasticcio”, di origine cuffariano, delle ingombranti presenze della Falck, della Waste Italia e della Sicilpower. Grandi soggetti imprenditoriali, legittimamente interessati a vendere ciò che già fanno, ed hanno (ossia tecnologie del 1999- 2002 ormai superate), per realizzare il massimo del profitto con il minimo dello sforzo (ndr :subappalti in loco a parte). Aziende che, in quanto “vincitrici” della prima gara , organizzata per “concessioni” (ndr: ossia cedendo, irrevocabilmente, a soggetti privati, la titolarità e la proprietà di: progetti, terreni, autorizzazioni, titoli di finanziamento pubblico) porterebbe in sè l’incognita di spogliare la Regione di ogni prerogativa, sia di programmazione del settore rifiuti, che di loro legittimo controllo diretto. Quindi, una parte strategica della filiera dei rifiuti finirebbe, esclusivamente, nelle mani di privati, legittimamente interessati a massimizzare il loro profitto, con riverberi non benefici sulle future aliquote Tarsu. Sarebbe , perciò, un’avventura. Aggravata dalle mega dimensione degli impianti e dalle tecnologie che si prevedono di utilizzare e che, al di là della loro datazione, prevedono, sempre, il sistema dell’espulsione di gas e vapori, tramite un camino; che non può dare mai certezze.
Così, il leader politico autonomista, che al suo ultimo congresso nazionale dell’Mpa ha tuonato contro le precedenti classi politiche siciliane di governo, per i disastri ambientali di Melilli e Priolo, ora non può “rischiare” di mettersi lui sottoscopa per il futuro. Non ne avrebbe nessun vantaggio politico, né alcuna scusante.
Ecco, perché Lombardo pensa ad impianti di dimensioni sensibilmente più piccoli, parecchio meno costosi, più numerosi (da 4 a 6/7), ma soprattutto tecnologicamente di ultima generazione, e senza camino verticale. L’unica, materiale garanzia, che questi impianti non possano produrre un inquinamento eco-ambientale. Negli ultimi anni sia l’Enea che il Cnr, hanno collaborato con americani e scandinavi sulla nuova frontiera del metodo della “pirolisi”, con processo di “gassificazione”, a fiamma “fredda”. Il tipo di procedimento che permette la massima resa produttiva ed energetica nella bruciatura dei rifiuti, con il pregio di minori costi – di costruzione e gestione – senza alcuna alea di emissioni inquinanti (niente pm10, nano polveri, diossina, etc) nell’atmosfera.
Esistono due possibili soluzioni, tecnologicamente contigue, già diffuse sia in Europa che negli Stati Uniti: la “dissociazione molecolare” ed i termovalorizzatori “a torcia al plasma” (e senza camino verticale).
Per sommi capi, vi facciamo un esempio concreto: un impianto “a dissociazione molecolare” della capacità di lavorazione di 250mila tonnellate l’anno (adeguato per Palermo e provincia) costerebbe all’incirca 15 milioni di euro, impegnerebbe una quarantina di dipendenti, avrebbe un costo di manutenzione sui 4 milioni di euro l’anno, con un costo di smaltimento dei residui appena attorno al un milione e mezzo di euro, contro un ricavo certo al minimo di 8 milioni di euro annui, solo per vendita di energia. Ed infine, per costruirli basterebbero poco meno di 400 giorni lavorativi. Se poi fosse dotato dei moderni pannelli solari di ultima generazione (per alimentarne la produzione), diverrebbe un modello “verde” di riferimento per l’Italia e per l’Europa.
Peraltro, ridiscutere l’allocazione dei nuovi siti degli impianti e l’innalzamento del loro numero – come sta facendo Lombardo - permetterebbe di erigere un ulteriore parapetto ideale, per reggere lo scontro in un eventuale contenzioso giudiziario con la Falck e le altre società interessate. Aziende “concessionarie”, che reclamano il pagamento complessivo di circa 300 milioni di euro quale rimborso per lavori preliminari, già effettuati nei quattro siti a suo tempo previsti, sulla base della originaria gara di “affidamento in concessione”; la stessa, fortunatamente, cassata in radice dall’Alta Corte di Giustizia Europea.
Ha spiegato Lombardo. “E’ vero, che esiste il rischio di un duro contenzioso giudiziario. Ma non è vero che procedendo come io mi riprometto, si rischia di perdere altro tempo utile per fronteggiare l’emergenza, o addirittura di perdere tutti i finanziamenti pubblici. Perché, comunque, per costruire i quattro termovalorizzatori previsti ci vorrebbero almeno tre/quattro anni di ulteriore attesa, per cui nel frattempo dovremmo continuare ad andare avanti con le discariche. Il Piano, poi, si può cambiare senza alcun rischio, specie se lo vota l’Ars, che quello di Cuffaro non ha mai votato”.
Infine, il presidente della Regione ha espresso la sua determinazione a voler affrontare al più presto all’Ars la riforma degli Ato, bloccata da Udc e Pdl da circa 8 mesi. Il fallimento e l’agonia di almeno 19 Ato su 27, ha già prodotto un “buco” complessivo da pagare per le casse regionali, di oltre un miliardo di euro. Una voragine incredibile. “Aver ritardato l’iter di questa indispensabile riforma Ato – ha commentato Lombardo – è stato un vero e proprio atto criminale, che ha consegnato all’incedere dell’emergenza rifiuti, intere porzioni del nostro territorio regionale”. Ribadendo, così, quanto aveva già dichiarato a Siciliainformazioni.com il 15 maggio scorso.
Sulla recente e velata minaccia di Berlusconi di voler commissariare, da Roma, il comparto rifiuti siciliano, Lombardo ha invece glissato. Evitando di prendere una posizione diretta e frontale. Delegando la gestione della fattispecie all’opera ed alla valutazione dell’assessore alla Protezione civile Gaetano Armao che, da fine giurista, ha messo subito le mani avanti: “Vedremo e valuteremo laddove sussistano le condizioni”. Parole che ci permettiamo, arbitrariamente, di poter tradurre così: “Si potrà concordare una sorta di commissariamento, se potranno tornarci utili, alla bisogna, nuovi ed importanti fondi statali, extra Fas e a condizione di non perdere, però, la nostra autonoma titolarità regionale di iniziativa, gestione e controllo”.

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Usura, Campania maglia nera. Al Trentino il titolo d’intoccabile

9 luglio 2009

Usura, Campania maglia nera. Al Trentino il titolo d’intoccabile
La classifica delle aree più minacciate dagli “strozzini” vede ai primi posti anche Calabria, Puglia e Sicilia

da La Stampa.it del 04/07/09

img11La maglia nera del rischio usura spetta alla Campania. Seguono la Calabria, la Puglia e la Sicilia. A Nordest, invece, abbiamo l’area meno interessata, o quasi, da questo pericolo. Friuli Venezia Giulia, Emilia Romagna, Veneto e il Trentino Alto Adige infatti, sono tra le regioni italiane quelle meno interessate dalla piaga dello «strozzinaggio».
Il giudizio arriva dall’Ufficio studi della associazione artigiani e piccole imprese - Cgia di Mestre, sulla base di un’elaborazione in cui sono stati messi a confronto alcuni indicatori regionalizzati riferiti al 2008 quali la disoccupazione, i fallimenti, i protesti, i tassi di interesse applicati, le denunce di estorsione e di usura, il numero di sportelli bancari e il rapporto tra sofferenze ed impieghi registrati negli istituti di credito.
«Dimensionare l’usura o le estorsioni solo attraverso il numero di denunce - commenta il segretario della Cgia, Giuseppe Bortolussi - non è molto attendibile perché il fenomeno rimane in larga parte sommerso e risulta quindi leggibile con difficoltà, approssimazione e attendibilità relativa. Per questo abbiamo messo a confronto ben 8 sottoindicatori per cercare di dimensionare con maggiore fedeltà questa emergenza. Ma quello che forse pochi sanno - continua Bortolussi - sono le motivazioni per le quali molti cadono nelle mani degli strozzini. Oltre al perdurare della crisi per artigiani e commercianti sono le scadenze fiscali a spingere molti operatori economici nella morsa degli usurai. Per i disoccupati o i lavoratori dipendenti, invece, sono i problemi finanziari che emergono dopo brevi malattie o infortuni».
Ritornando alla metodologia di calcolo di questo indicatore si evince che nelle aree dove c’è più disoccupazione, alti tassi di interesse, maggiore sofferenze, pochi sportelli bancari e tanti protesti la situazione è decisamente a rischio. Ebbene, rispetto ad un indicatore nazionale medio stabilito dagli esperti dell’associazione artigiani mestrina pari a 100, il tasso di usura rilevato in Campania, a cui spetta la maglia nera, è di 173 (pari al 73% in più della media Italia), in Calabria 161 (61% in più rispetto la media Italia), in Puglia 144 (44% in più della media Italia) e in Sicilia 143 (43% in più della media Italia).
Mentre sul podio degli ’intoccabilì dagli strozzini o quasi, stanno il Trentino Alto Adige con un indice di rischio usura pari a 50 (50% in meno della media nazionale), seguito dalla Valle d’Aosta con 61 (39% in meno della media Italia), dal Veneto con 66 (34% in meno della media Italia) e dall’ Emilia Romagna con 68 (32% in meno del dato medio Italia).
Se, invece, si analizza il dato nudo e crudo delle denunce per usura registrate nel 2007 (purtroppo ultimo dato disponibile a livello territoriale) con 1,79 denunce ogni 100.000 abitanti è il Molise a guidare la classifica. Segue la Campania con 1,52 ogni 100.000 abitanti. Per quanto concerne le estorsioni, invece, è la Campania a svettare in cima alla graduatoria con 25,67 denunce ogni 100mila abitanti. Segue la Calabria con 22,02 ogni 100mila abitanti.

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Patto etico per lo sviluppo

8 luglio 2009

Patto etico per lo sviluppo

di GIANNI NOTARI
da La Repubblica Palermo del 03/07/09

notari_alle_giornateeconomia2008La Sicilia deve il suo “benessere” all’erogazione di risorse pubbliche ma queste, allo stato dei fatti, hanno determinato una deriva assistenzialistica che limita enormemente le possibilità di individuare percorsi autonomi di sviluppo centrati sul mercato, sulla libera concorrenza, sull’impresa.
Tale stato di cose deve terminare.
La domanda da porsi – e qui sta la nuova “questione” meridionale – è come fare. Riteniamo che sia arrivato il momento di riprenderci in mano la nostra storia, disegnando un modello di sviluppo che sia alternativo all’attuale stato delle cose.
Prendiamo spunto dalla vicenda dei Fondi Fas per proporre alcune riflessioni a questo proposito. La cronaca politica dei giorni scorsi ha mostrato in maniera evidente che questi fondi sono stati oggetto di beghe di palazzo, finalizzate a porre gerarchie fra correnti e partiti. Crediamo sia corretto porre fine a questa sorta di “intervento straordinario” che ci conduce, paradossalmente, a desiderare di continuare ad essere area depressa. Quello che non può essere accettato è che questo accada con simili modalità, solo per conquistare e mantenere vantaggi di una parte su un’altra.
Ben venga un nuovo corso economico in Sicilia. Ben venga la fine di una redistribuzione miope delle risorse, avulsa da ogni ben definito piano di sviluppo. Ma per far ciò è necessario un progetto. È bene ribadire che la redistribuzione di fondi da parte delle autorità centrali ai “soggetti territoriali” più deboli non è certo un male di per sé, ma lo è diventato per il modo in cui negli anni tutto ciò è stato gestito. Non sono mancati gli studi e le ricerche che hanno messo in evidenza gli sprechi e le anomalie nel sistema di gestione; eppure, poco o nulla è cambiato e tutto ciò ha avuto pesantissime ripercussioni sull’economia ma anche sulla cultura, sulle aspettative e sulle scelte degli attori sociali. Non sarà compito facile immaginare e realizzare una prospettiva diversa ma per incamminarsi in questa direzione è, come prima cosa, necessario un “Patto etico della Sicilia” che unisca tutte le forze politiche intorno ad un nuovo percorso di riforma e di partecipazione.
Occorre manifestare una “comunanza di intenti” che vada oltre la destra e la sinistra per raccogliere la parte rinnovata dei partiti, insieme alle espressioni più dinamiche della società siciliana come il mondo della finanza, gli imprenditori, l’università, i centri di alta formazione, l’associazionismo, il sindacato.
Non è possibile creare alleanze solo in virtù di una spartizione fra chi ha ottenuto ampi consensi elettorali. Si tratta, in definitiva, di esprimere una governance professionalizzata e rinnovata nei quadri.
Il “Patto etico della Sicilia”, però, non deve basarsi su un’autonomia intesa come rivendicazione di privilegi; autonomia non significa isolarsi ma, al contrario, lavorare per imparare a camminare sulle proprie gambe e diventare credibili dinanzi al resto del Paese, interlocutori e partner. C’è bisogno di credibilità: a livello istituzionale, politico, economico. La Sicilia, infatti, è ricca di una vitalità troppo spesso schiacciata da logiche opprimenti.
I dati forniti recentemente da Bankitalia sono preoccupanti. La crisi è globale ma i nostri problemi vanno oltre l’attuale congiuntura, sono strutturali. Manca un vero tessuto produttivo ed è la spesa regionale a portare avanti l’economia per il 40%; il tasso di disoccupazione è il più alto d’Italia, stentano le esportazioni, rallenta il credito. Dati che trovano una conferma nell’ultimo “Report Sud” pubblicato dalla Fondazione Curella e dal DISTE Consulting.
È ora di porre fine alle logiche delle poltrone, dell’improvvisazione e delle politiche dell’emergenza. È tempo di pianificare. È tempo di mettere insieme le migliori forze di cui questa terra dispone per delineare un processo di cambiamento. Comprendiamo che non si tratta di un passaggio facile e che chi assolve a compiti di governo – così come a quelli dell’opposizione – si troverà a gestire problemi e transizioni che non si risolvono con le buone intenzioni. Vogliamo richiamare, però, la politica della speranza di Castells. La politica, infatti, può svolgere un ruolo essenziale nell’avviare processi di rinnovamento e di crescita qualora riesca a conquistare (con atti concreti e ben mirati e non certo con le messianiche retoriche) la fiducia dei cittadini. Allora, come dimostra il caso americano, è possibile avere “speranza” che si possano superare anche i momenti più bui, investendosi personalmente per raggiungere questo obiettivo.
Perché non proviamo ad avviare percorsi nuovi senza riciclare il vecchio? L’assunzione di responsabilità che la nostra classe politica è chiamata a compiere rispetto a ciò, però, non deve essere misurata sul “qui ed ora”, sulle logiche interne ai partiti o sul mero computo dei voti. È qualcosa di più grande di cui sono capaci solo coloro che lasciano un segno nella storia. Si tratta di decidere se essere solo alcuni fra i tanti rappresentanti eletti che affollano un Parlamento sempre meno credibile e stimato oppure se essere qualcosa di diverso. È il momento di scegliere. E agire.

 


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Le banche protestano contro i «tutori» del credito

3 luglio 2009

Le banche protestano contro i «tutori» del credito
da IlSole24ore.com del 02/07/09

img1Il tavolo tra banche e prefetti sulla verifica dell’erogazione del credito alle imprese comincia a mostrare i primi nervi scoperti. Più che altro, però, questo avviene nelle zone di provincia lontane dai grandi centri abitati. È quanto fa trapelare l’Abi, l’associazione bancaria italiana. I rappresentanti del Governo, secondo quanto riferito ieri dall’agenzia Radiocor, sono andati oltre quanto previsto dalla normativa – ovvero la segnalazione alla banca di un reclamo di un cliente – e hanno indetto riunioni a tre, Prefetto-banca-cliente al quale non é stato concesso il credito, per discutere, nel merito, i singoli casi. Un comportamento che ha spinto l’Abi ad avanzare una formale protesta nei confronti del ministero dell’Economia e dell’Interno, promotori, attraverso i ministri Roberto Maroni e Giulio Tremonti, dell’iniziativa di monitoraggio dell’andamento del credito nei confronti di famiglie e imprese nata con il decreto legge anti-crisi.
Gli Osservatori regionali sul credito, istituiti presso i capoluoghi di Regione a partire da aprile, hanno tutti già svolto la loro prima riunione d’esordio. Il clima tra i partecipanti ai tavoli, almeno nelle grandi metropoli, é risultato molto collaborativo. Il problema é sorto invece per alcuni Osservatori costituiti in città non capoluoghi di regione dove i rappresentanti del Governo, secondo le fonti interpellate, hanno avuto comportamenti non conformi alla direttiva di Economia e Interno. Tra i comportamenti contestati dall’associazione guidata da Corrado Faissola c’é la convocazione da parte dei Prefetti di singole banche alle quali sono stati chiesti dati sui crediti erogati e sui tassi applicati alla clientela. E questo quando i dati sulla dinamica del credito, come ha già avuto modo di chiarire anche il Governatore della Banca d’Italiaimg Mario Draghi in una circolare alle Filiali dell’istituto a marzo, li deve fornire solo via Nazionale. Dati che devono essere aggregati per territorio, senza dare indicazioni per singola banca. Da parte dei banchieri, inoltre, si lamenta anche il fatto che il decreto anticrisi abbia previsto la costituzione dei tavoli nelle singole Province, come emanazioni degli Osservatori regionali, solo nell’eventualità di problemi particolari segnalati da quel territorio. Nel frattempo la Banca d’Italia ha trasmesso al Parlamento la relazione sull’azione di controllo in sede ispettiva: nel 2008 sono stati effettuati 190 accertamenti (175 nel 2007), di cui 150 su banche, con attivi medi pari al 55% dell’intero sistema, e nei soli primi cinque mesi del 2009 ne sono stati avviati complessivamente 102. Questi dati, in verità, erano già stati in parte forniti in occasione della relazione annuale dell’istituto guidato da Mario Draghi. Nel triennio 2006-2008 gli accertamenti presso le banche e altri intermediari sono stati 559. I giudizi espressi a seguito di ispezioni di tipo “mirato”, si legge nella relazione, sulle banche di maggiori dimensioni (con attivi complessivamente pari al 39,6% del sistema), mostrano una prevalenza di valutazioni intermedie e sfavorevoli, circostanza che riflette la prassi di focalizzare gli accertamenti sui profili di rischio ritenuti ex ante generalmente più critici.
Nel corso dei primi mesi del 2009, nel complesso, si registra un peggioramento nelle valutazioni, con un aumento dei giudizi sfavorevoli, divenuti pari al 30% del totale.

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