Verso il congresso del PD
Verso il congresso del PD
di PIETRO BUSETTA
Guerra dichiarata quella all’interno del PD siciliano. Ad ottobre bisognerà eleggere il segretario regionale e le varie componenti del partito vogliono cercare di giocare la partita. L’elezione del nuovo segretario avviene in un momento particolarmente delicato della politica nazionale nel quale si sono messi , finalmente, in gioco alcuni elementi particolarmente innovativi. Il quadro politico complessivo vede infatti nella destra un movimento rilevante che riguarda la posizione dei partiti nazionali verso il Sud. La rivoluzione copernicana che la Lega Nord sta portando avanti produce effetti devastanti in tutto il Paese. Infatti la difesa ad oltranza dei territori di riferimento di tale raggruppamento sta portando ad un desiderio di separazione da parte dei meridionali. Quello che non sono riusciti ad ottenere movimenti indipendentisti , particolarmente presenti in Sicilia come in Sardegna , ma anche nelle altre parti del Mezzogiorno, lo sta ottenendo il 10 % del voto meno avvertito di un Nord ragioniere. Ed infatti l’unica risposta che permetta al Sud di non essere soffocato dallo strapotere governativo della Lega Nord è la nascita ed il rafforzamento dei movimenti autonomisti e dei partiti federati. L’onda dell’elettorato è chiara ed i più attenti politici ne colgono tutto il significato riportando all’interno del proprio raggruppamento le tensioni che nascono nella società. Lo ha fatto prima Lombardo capendo che un movimento autonomista poteva avere un consenso crescente, lo ha ripreso Miccichè con la minaccia di un partito del Sud, ne ha colto il senso Bassolino in Campania come Poli Burtone in Puglia e finalmente il dibattito, in realtà con qualche ritardo, è cominciato, anticipatore Cracolici con il suo incontro “più Sud nei partiti o più partiti del Sud”, anche all’interno del PD siciliano. Che ci fosse la necessità di avere un contraltare allo strapotere della Lega Nord era ormai chiaro da alcuni anni. Tutti gli osservatori congiunturali della Fondazione e recentemente le conclusioni delle Giornate dell’economia del Mezzogiorno avevano un unico leit motiv: bisogna incentivare la nascita dei movimenti autonomisti e trasformare i partiti nazionali in partiti federati altrimenti la difesa degli interessi legittimi dei territori non potrà avvenire. Il problema dello sviluppo del Mezzogiorno è essenzialmente politico più che economico e riguarda la mancanza di forza economica e conseguentemente mediatica di quest’area, che si è sempre espressa con rappresentanti politici che, se non in linea con gli interessi della parte forte del Paese,venivano mal posizionati nelle liste, quando addirittura non candidati, grazie anche ad una legge elettorale che riportava le decisioni delle candidature ad una oligarchia ristretta. La presenza di movimenti autonomisti e di partiti regionali , all’interno dei partiti nazionali, si diceva a avrebbe portato le classi dirigenti nazionali a prendere in considerazione maggiormente le istanze di questi territori costringendo la politica nazionale ad una maggiore attenzione alla soluzione dei problemi, atavici, di queste aree, al di là della saggistica del Sud sprecone, cialtrone, pozzo senza fondo di risorse infinite da abbandonare al suo destino. Gli ultimi avvenimenti, con l’assegnazione delle risorse FAS alla sola Sicilia, ancora non disponibili cash chissà per quanti anni, dimostrano come la strada indicata fosse quella giusta. Ed il dibattito interno del partito democratico sembra tra chi queste riflessioni le ha digerite e somatizzate e chi ancora si attarda in una visione centralista che può anche portare a carriere personali interessanti, magari al governo del Paese statisti avvertiti, come è successo sempre nel passato, ma che devono dimenticare la difesa dei propri territori come pegno da pagare per farsi accettare dalla classe dirigente nazionale. Speriamo che tutto ciò sia sufficiente ed invece non prevalgano quei venti di separatismo che dicono che ormai è meglio andare da soli perché “chiù scuru di mezzanotti non può essere”

«Era l’ora: finalmente il Sud finanzia il Nord»,così recentemente commentava Castelli, senatore della Lega Nord, i recenti provvedimenti che hanno visto finanziare con i fondi Fas (Fondi Aree Svantaggiate) una serie di provvedimenti che con tali aree c’entravano poco. In realtà questo è l’ultimo episodio di una serie che hanno messo in difficoltà non pochi parlamentari meridionali anche del Partito della libertà.
Sembrano bollettini della sconfitta i report degli ultimi periodi. E su quasi tutti i fronti. E non ci si stranisce più di tanto. In qualche modo le attese negative vengono confermate. E ci si chiede invece se si è già toccato il fondo e ci si può aspettare di nuovo la crescita.
Il dibattito sulla “questione meridionale” sembra seguire oggi tre filoni. Ci si chiede intanto se il Mezzogiorno ha ancora voce. Si discute poi sull’efficienza dei fondi trasferiti negli ultimi anni nelle regioni del Sud. Ed, ovviamente, viene dedicata attenzione alle policy necessarie per risolvere divari, per superare variabili di rottura, per incrementare capitale fisico e sociale.
“Non è quando gli elmi cadono che si perde la guerra ma quando si sono messi in testa” diceva Bertolt Brecht in una delle sue opere più note. A chiusura delle urne ed a risultati ormai consolidati ci si chiede perché vi è questa disaffezione all’Europa da parte dei cittadini del continente. Proverò a fornire alcune delle tante motivazioni che possono essere date a tale fenomeno che sta diventando preoccupante, soprattutto per coloro che, come gli italiani, alla grande casa madre europea sembra hanno sempre creduto.
Una visita, quella del presidente Napolitano, per onorare la memoria dei due eroi Borsellino- Falcone che però va oltre il Sud come problema criminale per riportare la nostra realtà alla dimensione che dovrebbe avere. Cioè di un’area di 21 milioni di abitanti senza la quale non è pensabile qualunque progetto di sviluppo del Paese. Ed i risultati comparati con quelli del resto dell’Europa e degli altri paesi industrializzati dimostrano tutta la dimensione di tale affermazione.




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