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Archivio per la categoria ‘Contributi’

Verso il congresso del PD

5 agosto 2009

Verso il congresso del PD
di PIETRO BUSETTA

Guerra dichiarata quella all’interno del PD siciliano. Ad ottobre bisognerà eleggere il segretario regionale e le varie componenti del partito vogliono cercare di giocare la partita. L’elezione del nuovo segretario avviene in un momento particolarmente delicato della politica nazionale nel quale si sono messi , finalmente, in gioco alcuni elementi particolarmente innovativi. Il quadro politico complessivo vede infatti nella destra un movimento rilevante che riguarda la posizione dei partiti nazionali verso il Sud. La rivoluzione copernicana che la Lega Nord sta portando avanti produce effetti devastanti in tutto il Paese. Infatti la difesa ad oltranza dei territori di riferimento di tale raggruppamento sta portando ad un desiderio di separazione da parte dei meridionali. Quello che non sono riusciti ad ottenere movimenti indipendentisti , particolarmente presenti in Sicilia come in Sardegna , ma anche nelle altre parti del Mezzogiorno, lo sta ottenendo il 10 % del voto meno avvertito di un Nord ragioniere. Ed infatti l’unica risposta che permetta al Sud di non essere soffocato dallo strapotere governativo della Lega Nord è la nascita ed il rafforzamento dei movimenti autonomisti e dei partiti federati. L’onda dell’elettorato è chiara ed i più attenti politici ne colgono tutto il significato riportando all’interno del proprio raggruppamento le tensioni che nascono nella società. Lo ha fatto prima Lombardo capendo che un movimento autonomista poteva avere un consenso crescente, lo ha ripreso Miccichè con la minaccia di un partito del Sud, ne ha colto il senso Bassolino in Campania come Poli Burtone in Puglia e finalmente il dibattito, in realtà con qualche ritardo, è cominciato, anticipatore Cracolici con il suo incontro “più Sud nei partiti o più partiti del Sud”, anche all’interno del PD siciliano. Che ci fosse la necessità di avere un contraltare allo strapotere della Lega Nord era ormai chiaro da alcuni anni. Tutti gli osservatori congiunturali della Fondazione e recentemente le conclusioni delle Giornate dell’economia del Mezzogiorno avevano un unico leit motiv: bisogna incentivare la nascita dei movimenti autonomisti e trasformare i partiti nazionali in partiti federati altrimenti la difesa degli interessi legittimi dei territori non potrà avvenire. Il problema dello sviluppo del Mezzogiorno è essenzialmente politico più che economico e riguarda la mancanza di forza economica e conseguentemente mediatica di quest’area, che si è sempre espressa con rappresentanti politici che, se non in linea con gli interessi della parte forte del Paese,venivano mal posizionati nelle liste, quando addirittura non candidati, grazie anche ad una legge elettorale che riportava le decisioni delle candidature ad una oligarchia ristretta. La presenza di movimenti autonomisti e di partiti regionali , all’interno dei partiti nazionali, si diceva a avrebbe portato le classi dirigenti nazionali a prendere in considerazione maggiormente le istanze di questi territori costringendo la politica nazionale ad una maggiore attenzione alla soluzione dei problemi, atavici, di queste aree, al di là della saggistica del Sud sprecone, cialtrone, pozzo senza fondo di risorse infinite da abbandonare al suo destino. Gli ultimi avvenimenti, con l’assegnazione delle risorse FAS alla sola Sicilia, ancora non disponibili cash chissà per quanti anni, dimostrano come la strada indicata fosse quella giusta. Ed il dibattito interno del partito democratico sembra tra chi queste riflessioni le ha digerite e somatizzate e chi ancora si attarda in una visione centralista che può anche portare a carriere personali interessanti, magari al governo del Paese statisti avvertiti, come è successo sempre nel passato, ma che devono dimenticare la difesa dei propri territori come pegno da pagare per farsi accettare dalla classe dirigente nazionale. Speriamo che tutto ciò sia sufficiente ed invece non prevalgano quei venti di separatismo che dicono che ormai è meglio andare da soli perché “chiù scuru di mezzanotti non può essere”

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Il Sud alla riscossa, ma chi risponde?

16 luglio 2009

IL DIBATTITO. Nuove iniziative per il riscatto del Meridione e peso politico ed economico del Nord

Il Sud alla riscossa, ma chi risponde?

 

di PIETRO BUSETTA

 da La Sicilia del 13 luglio 2009

 

busetta«Era l’ora: finalmente il Sud finanzia il Nord»,così recentemente commentava Castelli, senatore della Lega Nord, i recenti provvedimenti che hanno visto finanziare con i fondi Fas (Fondi Aree Svantaggiate) una serie di provvedimenti che con tali aree c’entravano poco. In realtà questo è l’ultimo episodio di una serie che hanno messo in difficoltà non pochi parlamentari meridionali anche del Partito della libertà.

Per cui quello che era un dibattito limitato ad alcuni intellettuali più sensibili è diventato argomento e riflessione da confronti politici. Ormai è chiaro a tutti che i problemi della soluzione dell’ormai infinita questione meridionale più che economico è politico. Poiché spesso alle dichiarazioni di principio sulla centralità della questione rispetto al Paese non vi sono comportamenti conseguenti.

Il tema è come fare in modo che il governo nazionale abbia un atteggiamento equo nei confronti delle diverse aree territoriali, considerata la diversa forza contrattuale delle varie realtà. Il tema sul quale si dibatte è se sono necessari dei movimenti autonomisti (o un vero e proprio Partito del Sud) che si bilancino o se è meglio imporre ai partiti nazionali una maggiore presenza delle tematiche che riguardano il Sud. In realtà è un falso problema perché vi è necessità che entrambe le cose accadano. Perché sull’esigenza di movimenti autonomisti che difendano i territori non vi sono dubbi.

In una realtà come quella italiana nella quale la Lega Nord è diventata il cane da guardia degli interessi della parte ricca del Paese, smarcando completamente anche i partiti nazionali, costretti a rincorrere una ormai consolidata questione settentrionale, che vi siano dei contrappesi consistenti di gruppi organizzati sugli interessi delle altre parti del Paese, rimasti senza protezione, non vi sono dubbi. E in realtà, dopo quello dell’autonomia di Lombardo vi sono altre organizzazioni che stanno nascendo: in Puglia, dove Adriana Poli Bortone, lavora a una Lega Sud, «Io Sud», con Emiliano leader, a Napoli con il movimento «Sudd» di Bassolino. Mentre in Sardegna il movimento autonomista ha una lunga storia ed ancora molti aderenti.

L’altra esigenza che sembrava contrapposta ed in realtà è convergente alla prima è di avere all’interno dei partiti nazionali più forza di pressione. Per far ciò è necessario che i partiti nazionali si muovano verso il federalismo dei partiti tra le regioni. Nel senso che ogni organizzazione territoriale regionale del partito abbia un’autonomia, decisionale ampia e pesi all’interno del partito nazionale con proprie rappresentanze. In realtà in un momento in cui la legge elettorale non prevede più le preferenze lo strapotere delle oligarchie partitiche nazionali è aumentato enormemente. Per cui politiche in dissonanza alle volontà dei vertici dei partiti nazionali hanno portato, laddove ve ne siano state, alla eliminazione dai posti con probabilità di successo delle liste, dei possibili dissidenti. La trasformazione dei partiti nazionali in partiti federati porterebbe ad una esaltazione degli interessi locali e legherebbe maggiormente le rappresentanze locati ai territori evitando quel fenomeno diffuso recentemente dell’imposizione di candidati totalmente sganciati o frutto di nepotismi mai sopiti.

Ma ci si chiede se tutto ciò è sufficiente per riequilibrare la situazione italiana in termini di poter definire e perseguire il progetto di unione economica, con eliminazione dei divari, che doveva essere l’obiettivo principale dal giorno in cui nel 1860 si statuì l’unione politica dell’Italia. Il dubbio che la situazione possa continuare analoga a quella che si è avuta nei primi 150 anni di storia del Paese è legittimo. Infatti, la forza economica e anche demografica, ormai della parte forte è tale che il Mezzogiorno è un vaso di coccio tra vasi di ferro. Per cui nei momenti importanti, quando si tratta di ripartire le risorse, è facile che si trovi in una posizione di minoranza. Per tanti motivi, il primo dei quali è l’insufficienza culturale ed economica della propria classe dirigente. Culturale perché si vive in una realtà a ritardo di sviluppo, caratterizzata da istituzioni civili e sociali meno evolute, si pensi alla formazione nella scuola superiore e dell’università. Economica perché qualunque progetto socio culturale ha più difficoltà ad attuarsi considerato che dietro non vi è una forza economica del territorio paragonabile a quella della parte forte, con iniziative editoriali in termini di quotidiani e di televisioni adeguate a diffondere pensiero. Il risultato di tale stato è una divisione del Paese in due parti ormai in atto. Che prevede che il singolo abbia servizi simili ma li abbia diversi a seconda del luogo in cui abita. Se sei lombardo hai il diritto a servizi sanitari, di trasporto, sociali, universitari, di serie A. Un cittadino del Sud, anche se paga una aliquota simile a quella del suo pari reddito milanese ha diritto a servizi di serie B o C, che vuol dire: sanità di serie B, trasporti inadeguati, formazione insufficiente, mancanza di voce. In tale situazione essere nello stesso Paese rischia di dare al Sud solo gli svantaggi di tale unione, di essere solo il mercato di consumo e di localizzazione per gli insediamenti sporchi, leggasi raffinazione del petrolio, smaltimento di rifiuti tossici, centrali atomiche ecc. di non avere la possibilità di una fiscalità di vantaggio che l’Unione ammette solo per tutto il Paese. Paesi con una forza demografica di gran lunga inferiore, dalla Croazia, alla Slovenia dall’Ungheria al Portogallo alla Grecia, fino ad arrivare a Malta e a Cipro hanno rango di paesi europei con diritto alla presidenza e di portare a Bruxelles la loro voce con forza.

Ed allora da parte di molti ci si chiede se la soluzione di dividere il Paese in due parti non sia quella soluzione da cui tutti vorrebbero sfuggire ma che alla fine diventa inevitabile considerato che nei fatti ormai il processo, subdolamente, è già in atto.

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Il Pil crolla, la Sicilia soffre

1 luglio 2009

Il Pil crolla, la Sicilia soffre
Report Curella-Diste: nel 2009 Sud ancora più povero. “Effetto della crisi”

da La Sicilia del 01 luglio 2009
di PIETRO BUSETTA

busetta2Sembrano bollettini della sconfitta i report degli ultimi periodi. E su quasi tutti i fronti. E non ci si stranisce più di tanto. In qualche modo le attese negative vengono confermate. E ci si chiede invece se si è già toccato il fondo e ci si può aspettare di nuovo la crescita.
Ovviamente è con grande dispiacere che si registrano le cadute di quasi tutti gli aggregati di riferimento: il pil nel suo complesso, ma anche la perdita di posti di lavoro, le esportazioni che registrano andamenti non particolarmente positivi.
Gli effetti della crisi mondiale mordono anche in quelle periferie che da perdere hanno poco. Nel Mezzogiorno considerato prevalentemente assistito e fatto soprattutto di pubblico la caduta del pil è infatti notevole. Si parla di un -5,5%, che non è una percentuale da poco per una area già povera.
Presentato ieri al Rettorato dell’Università di Palermo, il diciannovesimo rapporto del Diste Consulting e della Fondazione Curella dà la misura di quanto bisognerà lavorare per risalire la china. Ed il titolo del rapporto è illuminante: chi ha meno da; chi ha più riceve, ed il sottotitolo: il finanziamento del Sud al Nord.
Non è un fatto nuovo: per tanti anni il Sud è stato strumentale rispetto ai programmi del Nord ricco. Con le sue persone formate che si spostano a seconda delle esigenze della parte sviluppata; con il suo mercato di consumo utilizzato come mercato di sbocco per le industrie nazionali; con gli stessi fondi strutturali usati per finanziare fabbriche della industria nazionale, che al momento opportuno, utilizzati i finanziamenti ricevuti, venivano chiuse; con i suoi territori dove localizzare gli impianti, per esempio di raffinazione, magari già obsoleti che nessuno voleva.
Tutto ciò coperto dalla retorica di un Sud, nel quale si versavano ingenti risorse, che puntualmente sprecava, alimentando il circuito della malavita organizzata. E nei momenti difficili esso paga il conto più salato. Perché se in quest’area si perde un posto di lavoro è l’unico che si ha in famiglia; se diminuiscono le esportazioni l’azienda chiude.
E la sensazione netta è che questa crisi non sta insegnando niente al Paese. Non si approfitta del momento per riflettere su un diverso modello che consenta di investire in modo consistente nella formazione e nella ricerca, per competere con i nuovi entranti nel mercato mondiale.
Anzi si tolgono quei pochi o molti soldi che la Comunità Europea ci ha obbligato a destinare al Sud, con stratagemmi risibili, per finanziare la crisi, che come è noto morde anche nelle aree ricche.
E tale comportamento lo si teorizza da parte di esponenti della Lega Nord: finalmente il Sud sprecone si sta rendendo utile a chi lavora e produce, affermano i leghisti doc come Castelli. E si finanzia la detassazione dell’Ici, Milano 2015, il terremoto dell’Abruzzo, il deficit del comune di Catania o il tracollo colposo dell’Amia di Palermo. Quello che doveva essere fatto con fondi diversi porta al saccheggio delle risorse da destinare agli investimenti produttivi o alle infrastrutture del Sud.
Tanto e come i parenti poveri, se un giorno non ricevono il quotidiano schiaffo si chiedono come mai. D’altra parte gli obiettivi che il Nord ed il Sud hanno sembrerebbero, ad una visione miope, contrapposti. E’ evidente che se si costruisce il ponte sullo Stretto si sottraggono risorse alla rete autostradale del Nord; se si investe sull’alta velocità della Napoli-Palermo probabilmente non si collegheranno altri centri del Nord Est e così via.
Poiché in costanza di risorse limitate e di un debito pubblico tra i più elevati del mondo, anche se in questo momento non costa molto considerato che i tassi sono molto bassi, non si può pensare di utilizzare la coperta troppo corta per coprire tutti. E se c’è qualcuno che deve e ha più facilità a restare scoperto questo è il Sud, ormai abituato a dormire all’addiaccio e al freddo. Ma forse in più si cominciano a rendere conto che “chiù scuru e mezzanotti un po’ fari” e cercano vie risolutive alla mancanza di forza sul governo nazionale, ormai condizionato nella maggioranza pesantemente dalla Lega Nord e nella minoranza dall’inseguire una supposta e sempre più strombazzata questione settentrionale.
La soluzione dei movimenti autonomisti o del cosiddetto partito del Sud insieme ai partiti federati diventa una via d’uscita indispensabile, il lento Sud, con anni di ritardo, si accorge che deve contare politicamente altrimenti la sua fine sarà la desertificazione demografica e la definitiva accettazione che si è cittadini di serie B.

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Quanto c’è di politica nell’emergenza Mezzogiorno?

30 giugno 2009

Quanto c’è di politica nell’emergenza Mezzogiorno?
di MARIO CENTORRINO

centorrinoIl dibattito sulla “questione meridionale” sembra seguire oggi tre filoni. Ci si chiede intanto se il Mezzogiorno ha ancora voce. Si discute poi sull’efficienza dei fondi trasferiti negli ultimi anni nelle regioni del Sud.  Ed, ovviamente, viene dedicata attenzione alle policy necessarie per risolvere divari, per superare variabili di rottura, per incrementare capitale fisico e sociale.
Con riferimento a quest’ultimo filone converrà richiamare alcuni dati che disegnano una vera e propria “emergenza Mezzogiorno”. Si è fermata la crescita del PIL in questa area del paese e si è assistito alla fine del pur lento processo di convergenza che aveva caratterizzato il Mezzogiorno nella seconda metà degli anni Novanta. Il divario del Sud, in termini del PIL pro-capite, oltrepassa oggi 42 punti percentuali e, nel confronto degli altri paesi europei, il reddito per abitante è superato non solo da Spagna, Grecia e Portogallo, ma anche da alcuni paesi di nuova adesione come Repubblica Ceca, Slovenia, Malta e Cipro. Resta ancora forte il flusso migratorio del Sud (pari al 2 per mille annuo della popolazione) ed infine è invariato il divario infrastrutturale, fermo a 25 punti sotto la media nazionale. Gli investimenti esteri, pur in presenza di massicci incentivi, non crescono ed appaiono anzi in fase di dismissione, con una riduzione di lavoratori che si avvicina alle 10 mila unità. Tengono solo per fatturato, export ed occupazione, almeno fino ad oggi, le medie imprese mentre le medio grandi fanno registrare una redditività non dissimile da quella delle imprese centro settentrionale delle stesse dimensioni.
La povertà relativa (dati ISTAT 2007) è rimasta in Italia sostanzialmente stabile negli ultimi cinque anni e, altrettanto costante, è rimasto il divario territoriale perché l’incidenza della povertà nel Mezzogiorno (22,6 per cento) è quattro volte superiore a quella del resto del paese. Come è noto, la stima dell’incidenza della povertà relativa (la percentuale di famiglie e persone povere sul totale delle famiglie e persone residenti) viene calcolata sulla base di una soglia convenzionale(linea di povertà) che individua il valore di spese per consumi al di sotto del quale una famiglia viene definita povera in termini relativi. La soglia di povertà, per una famiglia di due componenti, è rappresentata dalla spesa media mensile  per persona che, nel 2007, era pari a 986 euro. Nel Mezzogiorno, inoltre, ad una più ampia diffusione del fenomeno si associa una maggiore gravità: le famiglie povere presentano una spesa media mensile equivalente  di 752 euro (l’intensità è del 22,5 per cento) contro i 798 e gli 806 euro osservati per il Nord e per il Centro (18 per cento e 17 per cento rispettivamente).
Riprendiamo il filo del discorso. Crediamo intanto che il Mezzogiorno parli: con i suoi centri di ricerca, con le sue Università, con le sue iniziative di confronto. Ma soprattutto con le sue implosizioni: la “mondezza” a Napoli, l’inquinamento a Taranto, il dissesto finanziario a Catania, gli intrecci tra cosche e imprenditorialità in Calabria.
Quanto al secondo filone, riteniamo il suo interesse relativo. Utile, ci sembra, meglio materia rilevante di studio,comprendere se il Mezzogiorno ha sprecato o meno risorse, se  ne ha ricevuto in quantità coerente ai suoi bisogni o meno. Ma ancor più utile, uscendo fuori da una visione retrospettiva, indicare una o più cause che determinano l’arresto del processo di convergenza. Fenomeni come spreco o riduzione di fondi ci appaiono essenzialmente effetti e non cause.
Proviamo ad andare oltre: il Mezzogiorno oggi esiste
- come problema di divario;
- come problema di formazione culturale;
ma soprattutto
- come problema di comunicazione;
- come problema di legalità;
- come problema di classe politica;
- come problema di democrazia sospesa.
Le domande che viene naturale porsi sono queste: c’è un intreccio tra questi sei problemi? Si possono intravedere da questi sei problemi effetti comuni? C’è un punto di partenza che può guidarci verso una soluzione progressiva dei problemi stessi? La risposta alla prima e seconda domanda è positiva. I problemi citati creano una filiera viziosa con effetti negativi comuni: distorsione della spesa pubblica, inefficacia degli incentivi, ritardo nell’infrastrutturazione, università non performanti. Quanto al punto di attacco noi lo intravediamo nella classe politica che attraverso il regionalismo gode nel Mezzogiorno di un potere che sovrasta e condiziona quello dell’economia.  La nostra tesi e che nuove policy per il Mezzogiorno (a partire dall’improbabile federalismo fiscale) richiedono una nuova classe politica.
Da tempo, la classe politica nel Mezzogiorno
- si autoseleziona ed agisce con autoreferenzialità aiutata anche dai nuovi meccanismi elettorali che escludono o ridimensionano il principio delle preferenze;
- ricerca solo un  minimo di consenso per autoriprodursi;
- è impreparata e rifiuta, per paura di risultarne condizionata, l’utilizzo di strutture indipendenti di supporto;
- è capace di promettere ma non di “spiegare”.
Nel Mezzogiorno la politica si esprime attraverso un approccio clientelare finalizzato non all’offerta di beni pubblici ma di beni individuali. L’approccio clientelare, s’intuisce, esclude per definizione, ceti non organici all’apparato politico. Domina in ogni regione un circolo vizioso opprimente: a) se non fai clientela non ottieni voti per te o per il partito; b) se non disponi di un tuo personale “pacchetto” di voti e non sei in grado di controllarlo e indirizzarlo convenientemente non fai parte, per definizione, della classe politica; c) se non fai parte della classe politica difficilmente sei in grado di fare clientela a meno di non essere inserito in qualche centro di potenziale “scambio”. Ma a quel punto già fai parte della classe politica.
Allo stato attuale il modello federalista del quale si discute non sembra rappresentare un ideale policy per il Mezzogiorno. L’insistenza sulla responsabilità dell’amministratore, e quindi sul consenso politico che attrae o perde,collegata ai risultati che ottiene sulla base di budget prefissati, nel Mezzogiorno sembra più una provocazione che un salto di paradigma.
Veniamo all’ultima parte, quella del “che fare”. Solo un partito, o un’aggregazione di movimenti, che si dedichi ad un progetto politico per il Mezzogiorno può capovolgere tendenze,determinare svolte, tracciare linee di discontinuità. Un progetto da discutere non solo nei luoghi della politica ma anche nei luoghi della comunità:dalle sale da barba ai teatri. Che riesca a frenare il rovesciamento del detto hirschmaniano (voice/exit) tradotto nel Mezzogiorno come “senza né uscita né voce”. In grado di annullare rendite e stimolare programmi, di migliorare livelli di istruzione, di assicurare credibilità alle istituzioni.
Il Mezzogiorno non deve necessariamente avere gli stessi parametri economici del Nord, che comunque restano indispensabili benchmark. Deve divenire un’area normale, dove sia normale la politica, l’economia, la legalità. Il sindacato può far molto, nel suo ruolo e nelle sue potenzialità, per contribuire ad un processo normale di sviluppo.

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Dall’euroscetticismo possibile guarire

11 giugno 2009

Dall’euroscetticismo possibile guarire

da La Sicilia dell’11 giugno 2009

di PIETRO BUSETTA

euenl-eu27“Non è quando gli elmi cadono che si  perde la guerra ma quando si sono messi in testa” diceva Bertolt Brecht in una delle sue opere più note. A chiusura delle urne ed a risultati ormai consolidati ci si chiede perché vi è questa disaffezione all’Europa da parte dei cittadini del continente.  Proverò a fornire alcune delle tante motivazioni che possono essere date a tale fenomeno che sta diventando preoccupante, soprattutto per coloro che, come gli italiani, alla grande casa madre europea sembra hanno sempre creduto.
“Troppo in fretta e troppo male” potrebbe essere il motivo dominante di una spiegazione convincente. Troppo in fretta l’allargamento verso Est. Si capisce che le nazioni più forti, Francia e Germania, abbiano spinto, con il beneplacito di alcune parti dell’Italia - non dimentichiamo che l’allargamento si è compiuto con Prodi presidente della commissione europea -  perché l’interesse a conquistare quei mercati era grande per le loro economie. L’Est della Germania, lo ricordo prima a me stesso che a i miei lettori, confina con Polonia, Repubblica ceca ed è a poche centinaia di chilometri da Slovacchia, Ungheria e Romania. Il loro interesse era grande: quelli erano mercati importanti, e bisognava conglobarli al più presto in un progetto di grande Europa. L’altra motivazione per questi paesi è stata quella, allargando ad est, di far diventare Berlino e Parigi il baricentro dell’Unione, come regolarmente è avvenuto. Il loro interesse era quindi molto chiaro.
Non altrettanto lo era chiaro quello dei Paesi del Sud Europa, in particolare della Spagna e dell’ Italia. Il nostro Paese, che fu decisivo con Prodi come dicevo nella velocizzazione dell’allargamento, aveva tutto da temere da tale processo accelerato per due ordini di motivi: il primo che spostando il baricentro europeo a Nord, Roma, come è stato, sarebbe diventata periferica; il secondo che aggiungendo poveri, quelli già esistenti avrebbero avuto meno aiuto. Ed il Paese con le più alte disuguaglianze era proprio l’Italia, con un terzo del Paese, Il Mezzogiorno, che doveva colmare il divario con la media europea, in termini di occupazione e di reddito, in particolare di Spagna e Italia. Si poteva, forse, allungando i tempi ottenere un maggior impegno, non solo economico a risolvere prima i problemi di coloro che già nell’Unione c’erano.
Ma anche dato per scontato che i tempi dell’allargamento dovevano essere quelli, ma non la pensiamo così, non si capisce perché non essere più graduali nella circolazione di uomini e merci. Il risultato del libero movimento di cechi, polacchi, rumeni, bulgari, non più extracomunitari, ha avuto l’effetto di una diga che si apre riversando l’acqua nei contenitori più accoglienti. Ma anche l’acqua che era già dentro, al contatto con quella nuova è andata in ebollizione formando una miscela esplosiva. Non ci voleva molto a capirlo.

[n.d.r. Immagine: colori più chiari in corrispondenza delle ultime fasi dell'allargamento]

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Il «Guardiano dell’unità» e il caso Sud

26 maggio 2009

Il «Guardiano dell’unità» e il caso Sud

da La Sicilia del 24/05/09
di PIETRO BUSETTA

napolitanoUna visita, quella del presidente Napolitano, per onorare la memoria dei due eroi Borsellino- Falcone che però va oltre il Sud come problema criminale per riportare la nostra realtà alla dimensione che dovrebbe avere. Cioè di un’area di 21 milioni di abitanti senza la quale non è pensabile qualunque progetto di sviluppo del Paese. Ed i risultati comparati con quelli del resto dell’Europa e degli altri paesi industrializzati dimostrano tutta la dimensione di tale affermazione.
Il bisogno del Presidente della Repubblica di conoscere dalla viva voce di chi lavora e studia in questi territori la dimensione problematica dell’economia della realtà siciliana e meridionale è una indicazione di percorso interessante ed una dimostrazione di sensibilità che conferma la volontà da parte della prima carica dello Stato di essere guardiano dell’unità nazionale. Che non può essere solo quella politica e che rischia di frantumarsi se accanto ad essa non vi è quella economica.
Negli ultimi anni la stessa parola “Mezzogiorno” è diventato sinonimo di malaffare, di spreco, di inefficienza, di criminalità, di marginalità in una parola di irredimibilità. Ed invece un Presidente che riprende il tema con affermazioni forti sulla centralità della problematica è da ammirare, perché certo in un momento in cui le risorse del Mezzogiorno vengono saccheggiate e dirottate verso le aree forti, per l’expo 2015 di Milano piuttosto che per finanziare la detassazione dell’Ici, in cui una forza politica determinante per la tenuta del governo si permette di affermare che è finalmente arrivato il momento che lo straccione Sud finanzi il Nord, in un momento come questo, affermare in estrema controtendenza la centralità della problematica e l’impossibilità di non tenerla presente è estremamente coraggioso.
Dal colloquio è emersa l’esigenza di un progetto per quest’area. Di un programma nazionale di governo che si riprometta di eliminare il sottosviluppo della zona, nella quale lavora una persona su quattro invece che una su due nel giro dei prossimi 8 anni, che sono poi quelli della prossima programmazione.
Il 2015 dovrebbe essere l’anno di chiusura del prossimo programma dell’Unione cofinanziato dall’Italia. Un progetto in cui sia chiaro come si possono creare quei tre milioni di posti di lavoro di saldo occupazionale che permetterebbero al Mezzogiorno di non essere più area di emigrazione. Tutto ciò passa da una produttività del lavoro in linea con quella della Mitteleuropa, ed invece la nostra produttività è molto più bassa. Sia nell’industria, come nell’agricoltura e ancor di più nei servizi. Soluzione l’attrazione di investimenti dall’esterno dell’area nei settori di grande innovazione e di alta tecnologia in sinergia con i quattro poli universitari che dovrebbero diventare le navi rompighiaccio per attraversare le paludi ormai congelate del sottosviluppo e rendere navigabile la nostra realtà alle maxi navi del capitalismo internazionale.
Ma è estremamente difficile che la rotta sia a Sud se non vi sono le condizioni minime di attrazione.
Che si parli di ferrovie, di porti, di aeroporti la situazione è estremamente precaria, così come ogni velleità di fiscalità di vantaggio si è arenata ed è stata sostituita da una di svantaggio rispetto al resto del Paese. Perché investire da noi se per andare da Palermo a Catania non bastano 5 ore e se l’alta velocità si ferma a Napoli? Il timore è che anche coloro che sulla base di incentivi della Cassa del Mezzogiorno prima e della successiva 64 poi, in una visione di razionalizzazione dei propri interventi, chiudano gli stabilimenti a Sud di Napoli come sta pensando già di fare la Fiat di Termini Imerese. Ed allora ben venga il monito del Capo dello Stato di ricordarsi di quest’area. Ma ciò non basta è necessario che si pretenda, in un momento in cui bisogna pensare a modelli di sviluppo nuovi, considerato i1 fallimento di quelli precedenti, che vi sia un progetto chiaro, tempi definiti, strategie di breve e di lungo termine e una verifica degli impegni presi da Autority indipendenti.

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Economia e sviluppo… ma cosa vuol dire esattamente “sviluppo”?

20 novembre 2008

Riceviamo e pubblichiamo questo commento delle Giornate che propone degli interessanti spunti di riflessione. A voi lo spazio per i commenti.

Tanti sforzi, tanti soldi, tanti cervelli tutti impegnati per lo sviluppo. Ma l’intervento del prof. Nicola Rossi al seminario tenutosi nella meravigliosa cornice dello Steri, ha cercato di dimostrarci che a nulla sono serviti. In particolare il senatore della repubblica ha teso a sottolineare l’inutilità della nuova programmazione, anzi, l’ideologia che ne ha offuscato le scelte sbagliate che venivano prese.
E lo sguardo che gli economisti hanno dato alla Sicilia come potrà presentarsi nel prossimo futuro partendo dalle condizioni di eccellenza (poche) e dalle inefficienze e limitazioni (tante) che caratterizzano l’Isola, sembra desolatamente sconfortante. Alla sessione Sicilia 2015: obiettivo sviluppo un traguardo possibile, sono emerse chiaramente le condizioni di partenza di questo viaggio verso il futuro, con i suoi sprechi e la incapacità a concentrare risorse su attività che siano in grado di catalizzare dinamicità e che contengano un alto moltiplicatore di sviluppo economico e sociale e non, come il più delle volte è avvenuto, verso spese clientelari e di consenso.
All’apertura di queste Giornate, all’interno di un altro scenario fantastico, la Sala della Società Siciliana Storia Patria, il professor Porta e il professor Bruni, su un versante poco frequentato dagli economisti, hanno cercato di convincerci che non solo l’economia può essere uno strumento della felicità, ma che i due aspetti non sono mai realmente separati, nonostante il classico paradigma economicistico – quello dell’homo aeconomicus razionale e cinico per intenderci – anzi che non riusciamo a riconoscere il legame tra economia e felicità proprio per via di quest’ideologico punto di vista. Ma ci hanno anche insegnato che la difficoltà più grande nel parlare di economia e felicità è che, se crediamo di avere una definizione di economia, non esiste una definizione di felicità. E all’interno delle riflessioni sulla decrescita, in un’altra magnifica cornice come quella dell’ex convento di Santa Maria delle Grazie di Montevergini, Nuovo Teatro Montevergini, architetti ed economisti, ingegneri e storici dell’arte, attraverso bellissime parafrasi ed esempi concreti, ci hanno mostrato come il problema della decrescita sia un problema di definizione, un problema semantico. E che la decrescita è contrapposta a crescita, a un certo concetto di crescita, non a quello di sviluppo.
Mi prende il sentimento che forse hanno ragione questi ultimi. Se non c’è una definizione di felicità, se ancora è in costruzione quella di decrescita, quale definizione si ha di sviluppo? Guardando al valore del Pil, al suo andamento quasi sempre in crescita, non misuriamo lo sviluppo (anche un incidente stradale fa Pil, si è ricordato in queste Giornate). Certo le critiche al Pil come indicatore di crescita sono vecchie e, almeno a parole, acquisite nel lessico comune. E se non avessimo ben compreso cosa significa sviluppo? E se il problema è realmente semantico?. Penso che il giudizio sulla mancanza di effetti positivi (anzi la pericolosa produzione di effetti perversi) delle politiche locali di sviluppo, demolite tout court dal prof. Rossi e dal Prof. Dominici sia, però, stata fatta in base al basso valore di crescita del Pil. Certo altri indicatori sono stati messi in campo, dalla giustizia lenta alla burocrazia farraginosa, alla minore istruzione media della popolazione.
Ma può essere proprio vero che è tutta colpa della modalità di sviluppo dal basso implementata in questi anni? L’impressione è che si stia, come dice il proverbio, buttando il bambino con l’acqua sporca. O forse, più inconsciamente, che si stia cercando un colpevole per ciò che non è successo, lo sviluppo appunto. Il professor Mazzola, pur evidenziando le scarse dinamiche di crescita degli indicatori economici ha posto un dilemma che in fondo è proprio un dilemma semantico: sono scarsi i risultati o era eccessiva l’aspettativa su che cosa, alcuni miliardi di euro, avrebbero potuto creare nel Sud dell’Italia? Far crescere di molti punti percentuali il Pil di una macro regione in pochi anni, sebbene auspicabile, era anche verosimile? Il professor Rossi, allo Steri, ha sostenuto che i soldi per il Mezzogiorno sono stati talmente tanti che sarebbe stato possibile. Il professor Busetta, dalla Sala gialla del Parlamento più antico del mondo, ne ha non solo ridimensionato la dimensione ma ha evidenziato come i fondi strutturali sono stati utilizzati a sostituzione delle spese ordinarie a cui fanno riferimento le regioni del Centronord. La Germania, ad esempio, per promuovere una vera integrazione nazionale, spende circa venti volte la stessa cifra che perviene alle regioni del Sud Italia.
E’ stata questa una delle riflessioni e degli insegnamenti che abbiamo acquisito in queste Giornate dell’Economia: l’integrazione economica è raggiungibile – o avvicinabile – se veramente perseguita. Il seminario dal titolo provocatorio Germania vs Italia 4-0, ci ha messo di fronte a differenti strade e a differenti ritmi in due percorsi di convergenza, confrontando il Mezzogiorno italiano con i lander della Germania dell’Est. Certo la professoressa Garofalo ci ha ammonito sulle difficoltà, teoriche e metodologiche, nello sviluppare un confronto che, ridotto a pochi numeri, può sembrare semplice e banalizzante. Ma alcuni elementi, semplici ma non banalizzanti, sembrano essere emersi chiaramente. Ne cito solo uno: la Germania ha speso 60,2 miliardi di dollari in ricerca e sviluppo nel 2006 mentre l’Italia, nello stesso anno, impiegava 19,6 miliardi di dollari; le spese che competono ai territori dell’Est tedesco ammontano a circa l’1,7% del proprio Pil, mentre il corrispondente valore del Sud della penisola si aggira intorno all’0,8% del suo Pil.
Ovviamente, ed è una lezione che il prof. Rossi ci ha consegnato e da non dimenticare, non è solo la quantità di spesa che conta ma la qualità.
Seppure mi convinco sempre più che il problema è di definizione dello sviluppo, di ciò insomma che è significativo sviluppare, questo non allontana la necessità e l’impellenza di dare una risposta alla domanda se il Mezzogiorno può progredire e su quale strada camminare.
Dagli stimoli che mi hanno fornito questi seminari (quelli che ho potuto seguire visto che alcuni si sovrapponevano a riprova della voglia di confrontarsi che esiste nella nostra collettività meridionale), si percepisce chiaramente che una soluzione semplice non c’è, ma una prima certezza si ha. Come ci ha insegnato il prof. Niccoli, che non è un siciliano, in una bella lezione di economia alla Sala consiliare del Comune di Palermo – ennesimo scenario da favola che ha accolto questo incubatore di idee che sono le Giornate dell’Economia del Mezzogiorno – finché la cultura mafiosa resta tra noi e condiziona le scelte e lo spreco e non viene sostituita da una serietà politica e civile, non avremo possibilità di sviluppo (qualunque cosa esso voglia significare).
Credo che le Giornate dell’Economia del Mezzogiorno siano un piccolo miracolo. L’habitat culturale meridionale spesso mi ricorda il pubblico radunato nella piazza in cui doveva venir ucciso Andrea, il figlio di Taras Bulba, dell’omonimo romanzo di Gogol. «Alcuni esprimevano con calore la propria opinione, altri facevano perfino delle scommesse; ma la maggior parte di quella folla era composta da gente che si accontentava di guardare il mondo e tutti gli avvenimenti che vi accadono, mentre con un dito si frugano nel naso». Per questo bisogna essere grati al professor Busetta che, in un ambiente in cui il solipsismo regna sovrano, è riuscito a radunare tante “teste pensanti” e costruire un collage di visioni e di esperienze diverse. Eventi come questi non solo sono importanti ma vitali per il Mezzogiorno, per la sua crescita culturale, per la sua crescita economica e, quindi anche, per la crescita della sua felicità.

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Il Mezzogiorno, tra progetto politico e grande abbuffata

18 novembre 2008

Pubblichiamo un articolo apparso su La Repubblica Palermo sabato 15 novembre e proposto su www.siciliainformazioni.it

Il Mezzogiorno, tra progetto politico e grande abbuffata
di Giuseppe Salmè

Grazie alla benemerita Fondazione Curella, ha fatto improvvisamente la sua comparsa una parola che sembrava essere stata definitivamente sepolta sotto strati di polverose illusioni: il Mezzogiorno.
Negli anni Settanta ne facemmo un’ abbuffata.
Scrittori, giornalisti, politicanti, affaristi andavano su e giù, da Napoli a Palermo, passando per Reggio di Calabria e Catania, parlando e scrivendo di Mezzogiorno. Ma non si capiva bene cosa avessero in mente pronunciando o scrivendo quella parola.padrino
Il Mezzogiorno appariva come un territorio vasto e uniformemente puzzolente, dove ogni tanto comparivano i personaggi del dramma: uomini con la coppola storta e l’immancabile lupara, donne vestite di nero, scugnizzi, picciotti, carusi, garrusi, jarrusi, dediti alle più losche attività, a seconda delle latitudini, a Taormina o ad Amalfi, alla Ucciria o a Spaccanapoli, nella più completa impunità e, in fondo, nella compiaciuta retorica del folclore meridionalistico.
Il Mezzogiorno non era che un miscuglio di masse di disoccupati, di furbastri analfabeti, di poveracci senza arte né parte, di uomini d’onore bistrattati da prefetti piemontesi duri e puri, di nobilicchi dilapidatori, preda di voraci avvocati azzeccagarbugli nonché di affamate nordiche biondone.
Un Mezzogiorno pieno di sole, di buche, di sete, di polverose biblioteche e di cenciose retrobotteghe, dove si vendevano a chili stucchi serpottiani, cocci del IV sec.a.C.e centinaia di reliquie di santi patroni.
Un’ indistinta regione, peso sulla coscienza di decine di padri della Patria e di illustri personalità della politica e dell’economia, alibi e penitenziere di un nord che cominciava a far denari.
Finché a questo Mezzo Paese sfasciato venne innalzato una specie di altare della Patria: la Cassa per il Mezzogiorno.
Altare sacrificale di migliaia di miliardi e di ambizioni sbagliate.
Nel 1985 la Cassa fu distrutta a colpi di decreti legge e di avvisi di garanzia.
Così di Mezzogiorno non si parlò più.
Difatti il Mezzogiorno, così come la Padania, non è mai esistito, se non per comodità dialettica
Ora ci si compiace di parlare di Sud con un’accezione, perlomeno topograficamente, meglio giustificata ma concettualmente altrettanto nebulosa.
L’ISTAT, per esigenze statistiche conoscitive ha voluto suddividere il Paese in grandi aree tendenzialmente omogenee: il Nord, il Centro, il Sud e le Isole. E’ un lodevole tentativo di offrire agli operatori uno strumento di analisi quanto più vicino alla realtà.
Prendete l’isola di Sicilia. Risulta essere l’isola più popolosa e più grande del mare Mediterraneo, un mare attorno al quale grandi cose stanno accadendo.
Un’Isola che è una Nazione, un Paese complesso, articolato, ricco di realtà locali di sorprendente vitalità, ma anche penalizzato da una classe politica improvvisata e arruffona.
Un Paese caratterizzato da un sistema economico bivalente ed ambiguo, dove il malaffare assedia costantemente i centri decisionali politici in un continuo ambivalente rapporto di sdegnosa ripulsa e di compiacente attrazione.
Altro che Sicilia bella di sole e di sabbie incontaminate, molto spesso oggetto di ricette improvvisate e cafone, sfornate là per là, da questo o quel ministro, da questo o quel benemerito imprenditore.
Occorre un progetto politico.
Un progetto che riconosca a quest’Isola la specialità di baricentro geopolitico del Mediterraneo, le capacità, la genialità e, a volte, anche l’umiltà, di meritarsi la leadership dei paesi mediterranei che stanno scoprendo il loro diritto di tornare ad essere protagonisti e artefici della loro storia.
Un progetto che si fondi sulla vocazione unitaria dell’Isola e come tale sia caposaldo della politica europea di amicizia e di prossimità.
Un progetto storicamente e politicamente rilevante, di lungo respiro, dotato di adeguate risorse finanziarie e di adeguati impegni istituzionali e superistituzionali.
Un progetto che presuppone una corretta e seria pianificazione.
Il Piano Energetico Regionale è ancora lì, in bozza, attende di essere discusso e approvato dall’Esecutivo e dall’Assemblea legislativa.
ponteIl Piano dei Trasporti, che dovrebbe avere nel Ponte sullo Stretto di Messina la struttura portante, non è andato oltre l’invenzione del così chiamato Piano Direttore, intrappolato nella lunga diatriba del cosa viene prima e cosa dopo.
Così hanno avuto buon gioco i tre Enti responsabili dei tre sistemi della mobilità.
In e out land: il ferroviario, l’autostradale e l’aeroportuale, i quali annunciano a più riprese di avere nel cassetto grandi opere per la Sicilia ma neppure un soldo per realizzarle.
Li sfidiamo a presentare agli organi istituzionali un unico grande progetto della mobilità dove ciascun sistema abbia una sua collocazione e tutti e tre insieme una coerente integrazione.
A queste condizioni, diciamolo chiaro, la scommessa del corretto impegno dei fondi strutturali UE 2007 -2013 potrebbe essere vinta e con essa l’inizio del decennio del reale percorso evolutivo dell’economia di questa terra.

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Quei soldi scippati e utilizzati dal Nord

17 novembre 2008

busetta_lombNelle vecchie riviste di avanspettacolo, quando un cantante non era ritenuto all’altezza e non aveva un timbro di voce sufficiente, il pubblico cominciava a rumoreggiare gridando “ senza microfono, senza microfono” . E quando il povero malcapitato  era stato costretto a cantare a voce  libera lo si sommergeva di fischi. E’ quello che sta accadendo al Mezzogiorno. Per anni si è sostenuto, anche grazie alle utili sponde di alcuni santoni meridionalisti, come il senatore Rossi del Partito democratico, che i soldi destinati al Mezzogiorno sono stati una valanga enorme. Una massa di risorse che, con la complice informazione dei quotidiani nazionali, Sole 24 ore in testa, si diceva erano destinati al Mezzogiorno. Risorse, peraltro, che nella pubblicistica corrente, venivano poi sprecate in mille rivoli ed in parte andavano alla criminalità organizzata. Assunto tale assioma come vero, il passaggio successivo di togliere risorse al Mezzogiorno era assolutamente naturale e a dir poco legittimo. Ed è quello che sta accadendo in questi giorni con i fondi FAS, fondi destinati alle aree a ritardo di sviluppo ma che sono diventati un salvadanaio al quale attingere a piene mani ogni qual volta è necessario e Dio sa quanto in periodi di vacche magre le esigenze siano tante.
Comincia a levarsi qualche voce dissonante ma ormai il guaio è fatto ed è difficile porvi rimedio. Il presidente dell’Assemblea regionale, Francesco Cascio, ha annunciato la presentazione a breve di uno studio «che metterà fine alla favola della Sicilia che mangia risorse pubbliche»: «La spesa pubblica pro capite in Sicilia è di 14 mila euro, a fronte di una media nazionale di 16 mila euro e dei 20 mila euro delle regioni autonomistiche del Nord - dice Cascio - Un dato, questo, che considera la spesa di Stato, regioni, province e comuni».
«Ribadisco ancora una volta l’uso improprio dei fondi Fas dirottati per le aree del Centro-Nord e per finalità diverse da quelle istituzionali - dice Lombardo
“La cosa scandalosa - ha osservato Miccichè - è che appena spendiamo 140 milioni per la Sicilia, si lamentano i lombardi. Una vigliaccata, lo dico molto chiaramente: noi abbiamo dato 1,4 miliardi di euro all’Expo di Milano con i nostri soldi, quelli destinati al Fas per il Mezzogiorno. Immancabile la polemica sui fondi destinati a Catania dal decreto sulle autonomie approvato in Consiglio dei ministri insieme al Federalismo fiscale: “Allora - ha aggiunto Miccichè - Catania dovrà restituire i 140 milioni soltanto dopo che Milano restituirà i 1,4 miliardi di euro”.
Ed è anche vero che la prossima finanziaria taglia. Tagli, parecchi, ma soprattutto al Sud. Si parla di una sottrazione di almeno 3,6 miliardi di euro. Ed ancora qui bordate di Miccichè: “La verità - precisa Miccichè - è che per adesso gli unici fondi che ci sono, sono quelli per il Mezzogiorno”. Secondo il sottosegretario, “il problema è territoriale e non politico. Nei prossimi 5-6 anni - ha spiegato - finiranno i fondi strutturali e si andrà verso il Federalismo, se in questi anni ci tolgono pure i quattrini che abbiamo è chiaro che il problema comincia a diventare serio”.  D’altra parte per capire se i soldi sono stati pochi o molti basta calcolare quanto la Germania ha destinato per risolvere il problema del suo Est . Cifre che sono pari a 20 volte quelle destinate al Sud negli stessi periodi. Poi si può sostenere che sono stati , da noi , anche sprecati  e questo non è consentito a chi utilizza risorse di altri . ma la favola dei molti soldi è solo una leggenda metropolitana.
Per questo in 200, tutti i relatori delle “Giornate dell’economia del Mezzogiorno”, organizzate dalla Fondazione Curella e dal Diste consulting, dal 3 all’8 di novembre a Palermo, hanno contribuito alla redazione di  una «carta per il Sud» inviata poi al governo nazionale ed a tutti i parlamentari meridionali: 10 punti programmatici che hanno l’obiettivo di portare le regioni del Mezzogiorno ad un Pil pro capite pari all’80 per cento di quello del Nord (oggi è fermo al 58 per cento). Un documento che vuole essere anche un «no chiaro e netto» ad un federalismo fiscale a danno delle regioni povere. Non a caso al primo punto della carta c’è «la garanzia che la quota di spesa pubblica per investimenti nel Mezzogiorno prevista dalle leggi esistenti venga mantenuta».
Ed tali prese di posizioni e la conseguente polemica aperta con lo scontro verbale con Galan dei “mamma li turchi”! un primo risultato lo hanno ottenuto. L’approvazione nella finanziaria della protezione o di una mezza blindatura dei fondi Fas , che prevede  nel caso di diverso utilizzo delle risorse un ritorno al Cipe delle delibere e non l’automatismo che fin oggi c’è stato per cui gli scippi di Tremonti erano stati più semplici, sono un primo passo fondamentale.
Adesso la strada è tutta in salita ma se il Sud riesce ad organizzarsi e ad evitare che si segua una strada che più che una parte politica , come afferma Miccichè, sta cercando di percorrere una intere area per accaparrarsi maggiori risorse avrà il merito di evitare un processo secessionista che se non viene interrotto rischia di spaccare il Paese.

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Il Mezzogiorno fa i conti con il federalismo fiscale

12 novembre 2008

Il Mezzogiorno fa i conti con il federalismo fiscale
di Franco Locatelli
da Il Sole 24 ore 12 novembre 2008

Si può riportare il Mezzogiorno nell’agenda politica nazionale uscendo dagli stereotipi di un rivendicazionismo localistico fine a se stesso? Se questo era lo scopo della prima edizione delle Giornate dell’economia del Mezzogiorno, promossa la scorsa settimana a Palermo dalla Fondazione Curella e da Diste sul modello del Festival dell’economia di Trento e di cui Il Sole 24 Ore è stato uno degli sponsor, si può ben dire che le premesse, almeno concettuali, per avvicinare l’obiettivo sono state poste.
Alla vigilia del debutto del federalismo fiscale era inevitabile che il Sud facesse sentire la sua voce per manifestare la disponibilità a ragionare senza pregiudizi sulla riforma ma anche per avvertire, come è emerso da una ricerca presentata dalla Svimez, i rischi che un federalismo malconcepito può far correre al Mezzogiorno. Senza un riequilibrio territoriale basato su adeguati investimenti dello Stato nella aree meridionali, la Svimez ha calcolato che alla sola Sicilia le prime ipotesi di federalismo fiscale possono costare fino a 188 euro procapite.
Ma il filo rosso dei 25 eventi delle Giornate, simboleggiato dal tema “Economia e felicità” decisamente controcorrente in questi tempi, è valso ad evitare non solo una sterile deriva rivendicazionistica alla kermesse ma a enfatizzare gli aspetti qualitativi dello sviluppo di un Mezzogiorno che non è tutto uguale e che presenta ampie zone di arretratezza ma anche punte di eccellenza. Non per caso generale è stato il consenso degli oltre 200 relatori della manifestazione sulla centralità delle infrastrutture, ma intese sia in senso materiale (trasporti, energia, ecc.) sia anche e soprattutto in senso immateriale (la giustizia, la legalità, la lotta alla criminalità e, in primo luogo, gli investimenti sulle generazioni del futuro attraverso il rafforzamento della formazione e della ricerca). «In un momento in cui il crollo delle Borse ci fa capire che è finita un’epoca - ha sintetizzato il presidente della Fondazione Curella, Pietro Busetta, ideatore delle Giornate - riflettere su nuovi modelli di sviluppo ci sembra fondamentale». Il problema centrale del Sud non è solo quello di disporre delle risorse necessarie alla crescita ma piuttosto quello di spenderle e di spenderle bene per creare occasioni di sviluppo economico e civile, con l’occhio al Pil ma non solo.
In effetti, non capita ogni giorno di raccogliere al Sud esponenti di primo piano del mondo delle imprese, delle istituzioni, delle banche, delle università, degli enti di ricerca e della cultura per discutere della valorizzazione dei talenti, di alta formazione, del rapporto tra Internet e l’economia, del ruolo delle banche e delle imprese nello sviluppo del Mezzogiorno, di politiche di coesione, di opportunità e rischi del federalismo fiscale, di crisi dei mercati finanziari, di relazioni tra mafia ed economia. La circolazione delle idee, in un momento tra i più difficli dell’economia non solo meridionale, sarebbe stata già di per sè una novità importante contro la sfiducia e la rassegnazione che in altre epoche ha contraddistinto il Mezzogiorno.
Ma la prima edizione delle Giornate ha cercato anche di individuare i canali e i veicoli attraverso cui dare uno sbocco operativo alle riflessioni raccolte. L’incontro dei Governatori meridionali, promosso dal presidente della Sicilia Raffaele Lombardo su Federalismo e Sud, è stato il primo ed è stato l’occasione - oltre che per uno scambio di battute al vetriolo con il Governatore del Veneto, Giancarlo Galan - per verificare nei fatti e senza preclusioni ideologiche e politiche gli effetti del federalismo sul Mezzogiorno.
La decisione emersa è stata quella di allestire una task force di economisti e giuristi di Sicilia, Sardegna, Puglia, Calabria, Campania e Molise per definire le proposte che il Mezzogiorno presenterà al governo Berlusconi in occasione della stesura dei decreti attuativi della legge delega sul federalismo. Un forte richiamo al Governo è poi venuto dai presidenti delle sei regioni sulle due priorità che vengono ritenute essenziali per il Mezzogiorno: il rafforzamento degli investimenti in infrastrutture e la lotta alla criminalità organizzata.
Segnali di autocritica sono venuti invece dalla riunione dei rettori delle otto università statali del Sud contro il dilagante assistenzialismo e gli organici gonfiati che distruggono risorse preziose degli atenei.
Forse la felicità non è dietro l’angolo ma, sotto l’incalzare della crisi, nel Sud qualcosa sembra muoversi.

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