Archivio

Archivio per novembre 2008

Federalismo e concorrenza fiscale

27 novembre 2008

da www.lavoce.info del 25 novembre 2008
di Giampaolo Arachi e Alberto Zanardi

italia1La proposta di introdurre forme di fiscalità di vantaggio a favore delle Regioni meridionali gioca un ruolo rilevante nel disegno di legge Calderoli sul federalismo fiscale. Ma l’Unione Europea accetta simili ipotesi solo a condizione che non ci sia compensazione delle perdite di gettito da parte del governo centrale. E’ dunque possibile immaginare uno scenario in cui le Regioni del Sud decidano di abbassare le aliquote dei tributi loro assegnati con l’obiettivo di attrarre investimenti dall’esterno. Si tratterebbe però di concorrenza fiscale.
Nel complesso incastro di pesi e contrappesi che dovrebbe garantire l¹equilibrio del disegno di legge Calderoli sul federalismo fiscale fra le opposte richieste del Nord e del Sud, un ruolo rilevante è giocato dalla proposta di introdurre forme di fiscalità di vantaggio a favore delle Regioni meridionali prevista all’articolo 14.
Ovviamente, il semplice richiamo alla fiscalità di vantaggio contenuto nel disegno di legge solleva numerosi interrogativi. Si tratta di uno strumento realmente efficace per promuovere lo sviluppo? Quali imposte possono essere effettivamente utilizzate per raggiungere tale obiettivo? Come va ripartita la responsabilità degli interventi fra governo centrale e regionale? Qual è l¹orizzonte temporale di riferimento? Su chi grava l¹onere della perdita di gettito?
COSA DICE L’UNIONE EUROPEA
Esiste tuttavia una questione chiave che va affrontata in via preliminare. Le regole comunitarie in materia di aiuti di Stato vietano forme di fiscalità selettiva che favoriscano specifiche imprese, particolari settori di attività o territori. Esistono dunque forme di fiscalità di vantaggio compatibili con le regole comunitarie?
Alcuni commentatori hanno suggerito che le recenti sentenze della Corte di giustizia europea consentono una risposta positiva. In particolare nella sentenza Portogallo-Commissione europea sul caso delle Azzorre, la Corte aveva dichiarato legittime le riduzioni di imposte applicabili soltanto a favore di uno specifico territorio se deliberate da un ente regionale o locale sufficientemente autonomo rispetto al governo centrale. Sembra quindi che il federalismo fiscale, riconoscendo autonomia ai livelli sub-centrali di governo, sia il grimaldello mediante il quale si possa scardinare la normativa dell’Unione sugli aiuti di Stato. Saranno le singole Regioni o i singoli comuni nell¹ambito della propria autonomia a deliberare riduzioni di aliquota dei tributi propri o devoluti: è stata indicata ad esempio l’Irap per le Regioni, almeno fino alla sua eliminazione.
Si tratta, a nostro avviso, di una lettura troppo ottimistica della posizione della Corte. Questa ha infatti ribadito nella sua recente sentenza sui Paesi Baschi che la sufficiente autonomia del governo regionale o locale deve essere verificata attraverso un triplice test: a) il governo sub-nazionale deve essere dotato, sul piano costituzionale, di uno statuto politico e amministrativo distinto da quello del governo centrale; b) la decisione di ridurre l’onere delle imposte deve essere stata presa senza possibilità di un intervento diretto da parte del governo centrale in merito al suo contenuto; c) le conseguenze economiche di una riduzione dell¹imposta in ambito regionale o locale non devono essere compensate da sovvenzioni o contributi provenienti da altre Regioni o dal governo centrale.
Il problema è che se le prime due condizioni possono essere soddisfatte attraverso un attento disegno del federalismo, la terza è semplicemente irrealizzabile per ogni forma di fiscalità di vantaggio intesa in modo corretto.

QUANDO CI SONO LE CONDIZIONI VANTAGGIOSE
Questa conclusione appare infatti inevitabile una volta chiarito il concetto di fiscalità di vantaggio. Fa riferimento al caso in cui una comunità nazionale decida di creare condizioni vantaggiose per la localizzazione di attività produttive in una specifica area territoriale del paese, attraverso la riduzione degli oneri fiscali, erariali o decentrati, senza che ciò produca una riduzione delle risorse pubbliche a disposizione di quel territorio. In altri termini, la fiscalità di vantaggio è un sostituto della spesa pubblica diretta (infrastrutture, sussidi o finanziamenti agevolati) a sostegno dello sviluppo di un territorio e, in quanto tale, implica redistribuzione di risorse da altri territori.
Il testo del disegno di legge sul federalismo fiscale si muove proprio in questa logica e infatti colloca la fiscalità di vantaggio nell’articolo (il 14, appunto) che è dedicato agli interventi previsti dal comma 5 dell¹articolo 119 della Costituzione. La previsione costituzionale stabilisce che lo Stato possa destinare risorse aggiuntive ed effettuare interventi speciali in particolari territori per favorire lo sviluppo economico. E’ del tutto evidente, quindi, che la realizzazione di una fiscalità di vantaggio in un contesto di federalismo fiscale richiederebbe che un’eventuale riduzione di pressione fiscale deliberata da un governo regionale o locale sia compensata da un aumento di risorse ricevute dallo Stato o da altre Regioni, violando l’ultima delle tre condizioni fissate dalla Corte di giustizia europea.
Sul punto è tornata la recente sentenza sui Paesi Baschi. Qui la Corte ha chiarito che il modo in cui avviene la compensazione è irrilevante: è vietata sia nel caso in cui avvenga esplicitamente, attraverso un trasferimento ad hoc, oppure implicitamente, attraverso una rideterminazione dei flussi perequativi.
Quest’ultima osservazione fa sorgere un ulteriore interrogativo: la struttura dei trasferimenti perequativi previsti dal disegno di legge Calderoli per la parte che non riguarda gli interventi speciali per lo sviluppo è coerente con le norme europee? In questo caso la risposta è sicuramente affermativa. I trasferimenti attivati dal fondo perequativo, sia quelli destinati a finanziare i livelli essenziali nella sanità, assistenza e istruzione, sia quelli finalizzati a ridurre le differenze nelle capacità fiscali non dipendono dalle aliquote effettive che le Regioni fisseranno sui tributi a loro assegnati, bensì dalle aliquote standard fissate dallo Stato. Se una Regione deciderà di ridurre l’aliquota Irap, potrà farlo senza incorrere in veti da parte di Bruxelles in quanto sopporterà per intero la conseguente perdita di gettito.
Ne consegue che è possibile immaginare uno scenario in cui le Regioni del Sud decidano di abbassare le aliquote dei tributi loro assegnati con l’obiettivo di attrarre investimenti dall¹esterno. Ma è chiaro che questi regimi fiscali favorevoli non possono definirsi propriamente fiscalità di vantaggio. Si tratterebbe invece di forme di concorrenza fiscale. E come insegna l¹esperienza relativa all’armonizzazione fiscale in ambito Unione Europea, la desiderabilità della concorrenza fiscale è molto controversa.

Rassegna Stampa

Così gli stanziamenti per l´Isola sono stati ridotti. Capodicasa: “Sottratti in tutto 4 miliardi di euro”

25 novembre 2008

Così gli stanziamenti per l´Isola sono stati ridotti. Capodicasa: “Sottratti in tutto 4 miliardi di euro”

da La Repubblica Palermo del 25 novembre 2008

di EMANUELE LAURIA


Era il 6 novembre e la Padania titolò trionfalmente: «La Lega cancella l´ultimo regalo al Sud». Così il quotidiano diretto da Umberto Bossi commentava la bocciatura, in commissione Bilancio alla Camera, della norma che stanziava quasi un miliardo e mezzo di euro per il credito d´imposta alle aziende meridionali.
O meglio, «alle solite imprese del Mezzogiorno», per dirla ancora con il giornale del Carroccio. Quel beneficio viaggiava su un emendamento presentato dall´Mpa di Raffaele Lombardo (alleato della Lega) ma le proteste formali degli autonomisti non hanno avuto alcuna conseguenza politica. Quel no in commissione rappresenta tuttora uno dei paragrafi principali del libro degli «scippi» perpetrati ai danni della Sicilia nei primi sei mesi di legislatura e denunciati senza soluzione di continuità da Pd e Udc.
Angelo Capodicasa, ex viceministro delle Infrastrutture, ha fatto una stima: ammonterebbero a circa 4 miliardi i fondi sottratti, direttamente o indirettamente, all´Isola. Gran parte cancellati dal Fas, il fondo per le aree sotto utilizzate dal quale il governo, da maggio in poi, ha prelevato 13 miliardi 849 milioni di euro.
Si cominciò con il taglio dell´Ici di cui in prevalenza ha beneficiato il Nord («L´esenzione per le famiglie più povere l´aveva già prevista la Finanziaria di Prodi», sottolinea Capodicasa») e finanziata con la riduzione delle risorse per la viabilità provinciale e per le infrastrutture siciliane: sono stati soppressi i finanziamenti per le metropolitane leggere di Palermo, Catania e Messina, per il passante ferroviario di Palermo, per il secondo lotto della Agrigento-Caltanissetta, per il nuovo attracco del porto di Messina.
Solo di recente, il governo ha recuperato parte di questi stanziamenti all´interno del piano anticrisi. Ma dei fondi per la viabilità secondaria, dice ancora Capodicasa, «solo la metà è stata ripristinata, con una diluizione in 5 anni. Una miseria».
D´altronde, i soldi del Fas (che dovrebbero essere destinati a investimenti e di cui almeno un quinto va di solito alla Sicilia) sono stati utilizzati per la sanità, per la scuola, per l´emergenza rifiuti in Campania, per i contributi anti-dissesto a Roma e Catania. Sono stati dirottati alle Marche e all´Umbria: ma se il governo ha riservato 45 milioni alla copertura delle agevolazioni tributarie alle zone colpite dal terremoto, ha invece cancellato i 62 milioni per la ricostruzione di quelle zone della Sicilia che ancora mostrano i segni del sisma del Belice.
E sono spariti i 50 milioni destinati ai viticoltori danneggiati dalla peronospera: l´ex governatore Salvatore Cuffaro se ne è lamentato spesso, annotando pure come lo stesso trattamento non sia stata riservato ai produttori di formaggio del Nord. Denunciando quello che definisce «un caso limite, che sembra quasi una barzelletta»: «Si è deciso di aiutare gli indigenti acquistando forme di grana e parmigiano reggiano per 60 milioni di euro. Sono malizioso - dice Cuffaro - se penso che così si vogliono aiutare i produttori in crisi del Nord Italia? Speriamo che il prossimo acquisto a favore degli indigenti non consista in Tartufo d´Alba e Brunello di Montalcino. La filosofia è sempre la stessa: togliere ai poveri per aiutare i ricchi».
Un´esagerazione? Forse. Certo, «tra la montagna di carte che ci arrivano in Parlamento - denuncia Capodicasa - scopriamo ogni giorno nuovi tagli per il Mezzogiorno. L´ultimo provvedimento cancella quasi 150 milioni di euro destinati alla difesa del suolo e al risanamento idrogeologico in Sicilia e Calabria. Sbaglio o il ministro dell´Ambiente è una siracusana?».
Non sbaglia. Per la cronaca, solo pochi giorni fa un altro ministro, Claudio Scajola, inaugurando un interporto in Piemonte ha dichiarato che il governo realizzerà il terzo Valico per collegare la Liguria e il Piemonte. Costo: 15 miliardi di euro. A chi gli ha chiesto dove avrebbero preso i soldi, Scajola ha risposto: dal Fas. Grandi opere al Nord coi soldi del Sud? Eppure il governatore Raffaele Lombardo, una settimana or sono, ha scritto a Berlusconi per ringraziarlo di quanto sta facendo il governo per il Sud. Prendendo spunto dalla norma della Finanziaria che garantisce la ripartizione del Fas nella percentuale di 85 e 15 a favore del Mezzogiorno. «Ma quella relazione obbliga solo il governo a inviare ogni anno una relazione al parlamento. Non garantisce alcunché, è acqua fresca», dice Capodicasa. Mostrando con amarezza il titolo della Padania.

Rassegna Stampa , ,

Gas plant to overshadow Greek temples

21 novembre 2008

Da

Gas plant to overshadow Greek temples
Italy gives go-ahead to storage depot less than a mile from World Heritage Site
By Peter Popham in Rome
Thursday, 20 November 2008


The Doric temples at Agrigento, Sicily, were awarded World Heritage status in 1997
They are among the finest survivors of ancient Greek civilisation in the Mediterranean: a line of imposing Doric temples on the southern coast of Sicily which have been listed as a Unesco World Heritage site since 1997.
But now the Italian government plans to build a huge liquid gas terminal less than a mile away from the famous Agrigento site, to the fury of environmentalists.
The site is protected by environmental laws, but the effect of these has been cancelled by the simple act of stating that the heritage site does not exist, according to Carlo Vulpio, the Corriere della Sera journalist who has been spearheading the environmentalists’ fight back. Mr Vulpio disclosed yesterday that a ruling signed into law on 28 September by the Environment Minister, Stefania Prestigiacomo, backed by the Culture Minister, Sandro Bondi, stated that the planned €500m (£420m) plant “does not infringe on the special protected zone at a community level, inasmuch as the closest affected district is between 13 and 20km from the area of the planned development.”
Thanks to this claim, the project has now obtained the all-important “environmental impact assessment” go-ahead from the ministerial commission in charge of these questions, on the grounds that it will not impact on sites of importance to the community. “It’s therefore a pity,” writes Mr Vulpio, “that at less than 1km (and not 13 or 20) from the point at which they want to realise the project, which consists of two holding tanks, each of 160,000sq m, 47m high and 72m across, plus the 40m-high flame tower, is to be found the Archaeological Park of the Valley of the Temples.”
The Valley was awarded World Heritage Site status in 1997. It was founded as a Greek colony in the 6th century BC. “Its supremacy and pride,” says Unesco, “are demonstrated by the remains of the magnificent Doric temples that dominate the ancient town, much of which still lies intact under fields and orchards. Its… row of Greek temples is one of the most outstanding monuments of Greek art and culture.”
At the Valley of Temples page on Unesco’s website, the file “Threats” is empty. But the menace posed by the terminal, to be built by Enel, Italy’s national energy corporation, is lively enough that Unesco’s Japanese director-general, Koichiro Matsuura, plans to visit the site tomorrow to make a first-hand assessment.
The Agrigento temples are set amid rolling hills with a commanding view over the sea, but the Mafia is a powerful force here. Environmentalists have for years been sounding the alarm over the rash of legal and illegal apartment blocks and hotels sprouting perilously close to the monuments. Back in 2002, Unesco was sounding the alarm about these developments. One official told Reuters: “The proliferation of illegal building growing up around Agrigento makes you think a bomb wouldn’t be a bad solution.” Opponents of the new liquid gas terminal believe the legislative sleight of hand which enabled the project to hoodwink the environmental assessment risk commission was thanks to the Mafia’s ability to “oil the wheels” of government.
Now, however, critics hope that the self-evident outrageousness of building a major industrial facility a few minutes’ walk from a world-famous Unesco site is gradually dawning on the island’s politicians. The EU’s Culture Commissioner Stavros Dimas has asked the Sicily region to furnish “urgent clarification” about the project, and now the Mayor of Agrigento, Franco Zambuto, and president of the park’s ruling body, Rosalia Camerata Scovazzo, have agreed to challenge the project “in every court in the land”.

Rassegna Stampa , ,

In Sassonia le scuole migliori

20 novembre 2008

 IN SASSONIA LE SCUOLE MIGLIORI.

di BEDA ROMANO
da Il Sole 24 ore del 20 novembre 2008

A 20 anni dall’unificazione la Germania Est rimane il mezzogiorno tedesco, con un tasso di disoccupazione doppio rispetto alle regioni occidentali. Ma le cose stanno lentamente cambiando. Non solo alcune zone dell’ex Ddr sono economicamente molto dinamiche, ma i Länder orientali sono ormai concorrenti temibili nel settore dell’istruzione. germaniaSecondo uno studio presentato questa settimana e che mette a confronto i risultati scolastici delle regioni tedesche, sulla falsariga di quello organizzato regolarmente dall’Ocse (il Pisa, ovvero il Program for Internationl Student Assessment), gli alunni della Sassonia sono i migliori del Paese, superando per la prima volta la regione che finora si era comportata meglio: la Baviera.
I giovani della Sassonia si sono rivelati più bravi in matematica, scienze naturali e letteratura. Tra le ragioni: una certa tradizione scientifica, classi più piccole e più omogenee, con meno immigrati. I risultati riguardano un test effettuato nel 2006 e che ha coinvolto 57mila alunni quindicenni in 1.500 scuole tedesche. La Baviera è arrivata seconda in tutte e tre le discipline. I ragazzi della Sassonia non sono gli unici della Germania Est ad avere migliorato i propri risultati. Anche gli alunni della Turingia hanno sorpreso gli esaminatori. Lentamente la forbice che ancora oggi separa Est e Ovest in Germania si sta chiudendo. E siccome la scuola è un compito demandato ai Länder la concorrenza è all’ordine del giorno.
Proprio di recente la Süddeutsche Zeitung raccontava che le università tedesche si stanno dando battaglia per attirare studenti. Molte regioni dell’Est hanno lanciato ambiziose campagne pubblicitarie. Solo il 4% dei diplomati dell’Ovest va a studiare nei Länder orientali, mentre il 22% dei maturati dell’Est si iscrive a università delle regioni occidentali. Per attirare nuovi studenti, gli atenei della ex Ddr sottolineano che molte università sono state ammodernate da poco, che gli affitti e il costo della vita sono più bassi che a Ovest. L’Università di Potsdam, nel Brandeburgo, offre a coloro che provengono da fuori regione un abbonamento annuale gratuito per i mezzi di trasposto.

Rassegna Stampa , , , ,

Economia e sviluppo… ma cosa vuol dire esattamente “sviluppo”?

20 novembre 2008

Riceviamo e pubblichiamo questo commento delle Giornate che propone degli interessanti spunti di riflessione. A voi lo spazio per i commenti.

Tanti sforzi, tanti soldi, tanti cervelli tutti impegnati per lo sviluppo. Ma l’intervento del prof. Nicola Rossi al seminario tenutosi nella meravigliosa cornice dello Steri, ha cercato di dimostrarci che a nulla sono serviti. In particolare il senatore della repubblica ha teso a sottolineare l’inutilità della nuova programmazione, anzi, l’ideologia che ne ha offuscato le scelte sbagliate che venivano prese.
E lo sguardo che gli economisti hanno dato alla Sicilia come potrà presentarsi nel prossimo futuro partendo dalle condizioni di eccellenza (poche) e dalle inefficienze e limitazioni (tante) che caratterizzano l’Isola, sembra desolatamente sconfortante. Alla sessione Sicilia 2015: obiettivo sviluppo un traguardo possibile, sono emerse chiaramente le condizioni di partenza di questo viaggio verso il futuro, con i suoi sprechi e la incapacità a concentrare risorse su attività che siano in grado di catalizzare dinamicità e che contengano un alto moltiplicatore di sviluppo economico e sociale e non, come il più delle volte è avvenuto, verso spese clientelari e di consenso.
All’apertura di queste Giornate, all’interno di un altro scenario fantastico, la Sala della Società Siciliana Storia Patria, il professor Porta e il professor Bruni, su un versante poco frequentato dagli economisti, hanno cercato di convincerci che non solo l’economia può essere uno strumento della felicità, ma che i due aspetti non sono mai realmente separati, nonostante il classico paradigma economicistico – quello dell’homo aeconomicus razionale e cinico per intenderci – anzi che non riusciamo a riconoscere il legame tra economia e felicità proprio per via di quest’ideologico punto di vista. Ma ci hanno anche insegnato che la difficoltà più grande nel parlare di economia e felicità è che, se crediamo di avere una definizione di economia, non esiste una definizione di felicità. E all’interno delle riflessioni sulla decrescita, in un’altra magnifica cornice come quella dell’ex convento di Santa Maria delle Grazie di Montevergini, Nuovo Teatro Montevergini, architetti ed economisti, ingegneri e storici dell’arte, attraverso bellissime parafrasi ed esempi concreti, ci hanno mostrato come il problema della decrescita sia un problema di definizione, un problema semantico. E che la decrescita è contrapposta a crescita, a un certo concetto di crescita, non a quello di sviluppo.
Mi prende il sentimento che forse hanno ragione questi ultimi. Se non c’è una definizione di felicità, se ancora è in costruzione quella di decrescita, quale definizione si ha di sviluppo? Guardando al valore del Pil, al suo andamento quasi sempre in crescita, non misuriamo lo sviluppo (anche un incidente stradale fa Pil, si è ricordato in queste Giornate). Certo le critiche al Pil come indicatore di crescita sono vecchie e, almeno a parole, acquisite nel lessico comune. E se non avessimo ben compreso cosa significa sviluppo? E se il problema è realmente semantico?. Penso che il giudizio sulla mancanza di effetti positivi (anzi la pericolosa produzione di effetti perversi) delle politiche locali di sviluppo, demolite tout court dal prof. Rossi e dal Prof. Dominici sia, però, stata fatta in base al basso valore di crescita del Pil. Certo altri indicatori sono stati messi in campo, dalla giustizia lenta alla burocrazia farraginosa, alla minore istruzione media della popolazione.
Ma può essere proprio vero che è tutta colpa della modalità di sviluppo dal basso implementata in questi anni? L’impressione è che si stia, come dice il proverbio, buttando il bambino con l’acqua sporca. O forse, più inconsciamente, che si stia cercando un colpevole per ciò che non è successo, lo sviluppo appunto. Il professor Mazzola, pur evidenziando le scarse dinamiche di crescita degli indicatori economici ha posto un dilemma che in fondo è proprio un dilemma semantico: sono scarsi i risultati o era eccessiva l’aspettativa su che cosa, alcuni miliardi di euro, avrebbero potuto creare nel Sud dell’Italia? Far crescere di molti punti percentuali il Pil di una macro regione in pochi anni, sebbene auspicabile, era anche verosimile? Il professor Rossi, allo Steri, ha sostenuto che i soldi per il Mezzogiorno sono stati talmente tanti che sarebbe stato possibile. Il professor Busetta, dalla Sala gialla del Parlamento più antico del mondo, ne ha non solo ridimensionato la dimensione ma ha evidenziato come i fondi strutturali sono stati utilizzati a sostituzione delle spese ordinarie a cui fanno riferimento le regioni del Centronord. La Germania, ad esempio, per promuovere una vera integrazione nazionale, spende circa venti volte la stessa cifra che perviene alle regioni del Sud Italia.
E’ stata questa una delle riflessioni e degli insegnamenti che abbiamo acquisito in queste Giornate dell’Economia: l’integrazione economica è raggiungibile – o avvicinabile – se veramente perseguita. Il seminario dal titolo provocatorio Germania vs Italia 4-0, ci ha messo di fronte a differenti strade e a differenti ritmi in due percorsi di convergenza, confrontando il Mezzogiorno italiano con i lander della Germania dell’Est. Certo la professoressa Garofalo ci ha ammonito sulle difficoltà, teoriche e metodologiche, nello sviluppare un confronto che, ridotto a pochi numeri, può sembrare semplice e banalizzante. Ma alcuni elementi, semplici ma non banalizzanti, sembrano essere emersi chiaramente. Ne cito solo uno: la Germania ha speso 60,2 miliardi di dollari in ricerca e sviluppo nel 2006 mentre l’Italia, nello stesso anno, impiegava 19,6 miliardi di dollari; le spese che competono ai territori dell’Est tedesco ammontano a circa l’1,7% del proprio Pil, mentre il corrispondente valore del Sud della penisola si aggira intorno all’0,8% del suo Pil.
Ovviamente, ed è una lezione che il prof. Rossi ci ha consegnato e da non dimenticare, non è solo la quantità di spesa che conta ma la qualità.
Seppure mi convinco sempre più che il problema è di definizione dello sviluppo, di ciò insomma che è significativo sviluppare, questo non allontana la necessità e l’impellenza di dare una risposta alla domanda se il Mezzogiorno può progredire e su quale strada camminare.
Dagli stimoli che mi hanno fornito questi seminari (quelli che ho potuto seguire visto che alcuni si sovrapponevano a riprova della voglia di confrontarsi che esiste nella nostra collettività meridionale), si percepisce chiaramente che una soluzione semplice non c’è, ma una prima certezza si ha. Come ci ha insegnato il prof. Niccoli, che non è un siciliano, in una bella lezione di economia alla Sala consiliare del Comune di Palermo – ennesimo scenario da favola che ha accolto questo incubatore di idee che sono le Giornate dell’Economia del Mezzogiorno – finché la cultura mafiosa resta tra noi e condiziona le scelte e lo spreco e non viene sostituita da una serietà politica e civile, non avremo possibilità di sviluppo (qualunque cosa esso voglia significare).
Credo che le Giornate dell’Economia del Mezzogiorno siano un piccolo miracolo. L’habitat culturale meridionale spesso mi ricorda il pubblico radunato nella piazza in cui doveva venir ucciso Andrea, il figlio di Taras Bulba, dell’omonimo romanzo di Gogol. «Alcuni esprimevano con calore la propria opinione, altri facevano perfino delle scommesse; ma la maggior parte di quella folla era composta da gente che si accontentava di guardare il mondo e tutti gli avvenimenti che vi accadono, mentre con un dito si frugano nel naso». Per questo bisogna essere grati al professor Busetta che, in un ambiente in cui il solipsismo regna sovrano, è riuscito a radunare tante “teste pensanti” e costruire un collage di visioni e di esperienze diverse. Eventi come questi non solo sono importanti ma vitali per il Mezzogiorno, per la sua crescita culturale, per la sua crescita economica e, quindi anche, per la crescita della sua felicità.

Firmato Un navigante

Contributi

Valle dei Templi, lite sul rigassificatore

19 novembre 2008

Dal Corriere della Sera:

Il caso
L’accordo sul progetto Enel, che ha avuto le autorizzazioni necessarie. No del sindaco e di un comitato
Valle dei Templi, lite sul rigassificatore
Serbatoi vicino al sito tutelato dall’Unesco, proteste degli ambientalisti

Un decreto ministeriale «cancella» la presenza del sito. Bruxelles chiede chiarimenti urgenti alla Regione Sicilia
DAL NOSTRO INVIATO
AGRIGENTO — Per un rigassificatore la Valle dei Templi è stata «cancellata» per decreto. Il provvedimento, adottato il 28 settembre dal ministro dell’Ambiente (Stefania Prestigiacomo) «di concerto» con il ministro per i Beni culturali (Sandro Bondi), è chiaro: dice che il progetto di un rigassificatore da 8 miliardi di metri cubi l’anno, che l’Enel vuol realizzare nel porticciolo di Porto Empedocle, «non incide su zone speciali tutelate a livello comunitario, in quanto i proposti siti di interesse comunitario più vicini (pSic) distano da 13 a 20 km dall’area di intervento».
Il rigassificatore dunque si può fare e ha ottenuto il parere favorevole della commissione ministeriale di Verifica dell’impatto ambientale (Via) perché non intaccherebbe i siti di interesse comunitario. Vero. Peccato però che a meno di un chilometro (e non 13 o 20) dal punto in cui si vorrebbe realizzare l’opera (due serbatoi da 160 mila metri cubi ciascuno, 47 metri di altezza, 72 di diametro, più la torre della torcia, di 40 metri) ci sia il Parco archeologico della Valle dei Templi, un «sito» che in effetti non è «di interesse comunitario». È di interesse mondiale: patrimonio dell’umanità, tutelato dall’Unesco. E peccato che sempre lì ci sia anche la stupenda contrada Caos, dove si trova la casa di Luigi Pirandello, che è anche Parco letterario.
Facile immaginare come verrebbe stravolto il paesaggio, con i serbatoi del gas, la torcia, le centinaia di navi gasiere lunghe 2-300 metri in arrivo e in partenza da Porto Empedocle, dicono le associazioni riunite nel comitato «Salviamo la Valle dei Templi», guidato dal professor Pietro Busetta, Caterina e Gaetano Gaziano e Francesca Autiello. Chiede il comitato: perché, se proprio si vuol fare un rigassificatore qui, non lo si fa al largo? L’affare rigassificatore viaggia sui 500 milioni di euro e suggerisce prudenza, anzi «unità». E infatti è fortemente voluto da uno schieramento molto trasversale, che va dall’ex «governatore » Totò Cuffaro (agrigentino) ad Anna Finocchiaro, senatrice Pd e candidata alla guida della Regione alle ultime elezioni. Favorevolissimo al rigassificatore Enel anche il sindaco di Porto Empedocle, Lillo Firetto (Udc), dipendente Enel. Con loro, i «pentiti » del Fai, il Fondo per l’ambiente italiano, che prima hanno tuonato contro il rigassificatore «proprio lì» e poi si sono offerti all’Enel come consulenti.
Per capire cosa sta succedendo, dopodomani sbarcherà qui il direttore generale dell’Unesco, il giapponese Koichiro Matsuura. Che forse incontrerà anche il professor Salvatore Settis, presidente del consiglio nazionale dei Beni culturali, che da sempre considera «indecoroso» il progetto. Molto scettici anche a Bruxelles, da dove il commissario Stavros Dimas ha chiesto «chiarimenti urgenti» alla Regione Sicilia. Dopo aver letto il decreto «sbagliato» il sindaco di Agrigento, Franco Zambuto (centrosinistra), e Rosalia Camerata Scovazzo, presidente dell’ente Parco Valle dei Templi, hanno deciso di opporsi «in tutte le sedi giudiziarie». Mentre il comitato «Salviamo la Valle dei Templi» ha lanciato il premio internazionale «Ascaro d’oro» (sulla scia del più noto Tapiro) da assegnare alla personalità siciliana «che si sia maggiormente distinta nell’aprire le porte al neocolonialismo “benefico” delle
lobbies portatrici di sviluppo e occupazione nella nostra amata Sicilia».
Carlo Vulpio

Segnaliamo il blog di Caterina e Gaetano Gaziano a chi volesse saperne di più del Comitato “Salvate la Valle dei Templi” e dell’Ascaro d’oro
http://busetta.blogspot.com/

Rassegna Stampa , ,

Il Mezzogiorno, tra progetto politico e grande abbuffata

18 novembre 2008

Pubblichiamo un articolo apparso su La Repubblica Palermo sabato 15 novembre e proposto su www.siciliainformazioni.it

Il Mezzogiorno, tra progetto politico e grande abbuffata
di Giuseppe Salmè

Grazie alla benemerita Fondazione Curella, ha fatto improvvisamente la sua comparsa una parola che sembrava essere stata definitivamente sepolta sotto strati di polverose illusioni: il Mezzogiorno.
Negli anni Settanta ne facemmo un’ abbuffata.
Scrittori, giornalisti, politicanti, affaristi andavano su e giù, da Napoli a Palermo, passando per Reggio di Calabria e Catania, parlando e scrivendo di Mezzogiorno. Ma non si capiva bene cosa avessero in mente pronunciando o scrivendo quella parola.padrino
Il Mezzogiorno appariva come un territorio vasto e uniformemente puzzolente, dove ogni tanto comparivano i personaggi del dramma: uomini con la coppola storta e l’immancabile lupara, donne vestite di nero, scugnizzi, picciotti, carusi, garrusi, jarrusi, dediti alle più losche attività, a seconda delle latitudini, a Taormina o ad Amalfi, alla Ucciria o a Spaccanapoli, nella più completa impunità e, in fondo, nella compiaciuta retorica del folclore meridionalistico.
Il Mezzogiorno non era che un miscuglio di masse di disoccupati, di furbastri analfabeti, di poveracci senza arte né parte, di uomini d’onore bistrattati da prefetti piemontesi duri e puri, di nobilicchi dilapidatori, preda di voraci avvocati azzeccagarbugli nonché di affamate nordiche biondone.
Un Mezzogiorno pieno di sole, di buche, di sete, di polverose biblioteche e di cenciose retrobotteghe, dove si vendevano a chili stucchi serpottiani, cocci del IV sec.a.C.e centinaia di reliquie di santi patroni.
Un’ indistinta regione, peso sulla coscienza di decine di padri della Patria e di illustri personalità della politica e dell’economia, alibi e penitenziere di un nord che cominciava a far denari.
Finché a questo Mezzo Paese sfasciato venne innalzato una specie di altare della Patria: la Cassa per il Mezzogiorno.
Altare sacrificale di migliaia di miliardi e di ambizioni sbagliate.
Nel 1985 la Cassa fu distrutta a colpi di decreti legge e di avvisi di garanzia.
Così di Mezzogiorno non si parlò più.
Difatti il Mezzogiorno, così come la Padania, non è mai esistito, se non per comodità dialettica
Ora ci si compiace di parlare di Sud con un’accezione, perlomeno topograficamente, meglio giustificata ma concettualmente altrettanto nebulosa.
L’ISTAT, per esigenze statistiche conoscitive ha voluto suddividere il Paese in grandi aree tendenzialmente omogenee: il Nord, il Centro, il Sud e le Isole. E’ un lodevole tentativo di offrire agli operatori uno strumento di analisi quanto più vicino alla realtà.
Prendete l’isola di Sicilia. Risulta essere l’isola più popolosa e più grande del mare Mediterraneo, un mare attorno al quale grandi cose stanno accadendo.
Un’Isola che è una Nazione, un Paese complesso, articolato, ricco di realtà locali di sorprendente vitalità, ma anche penalizzato da una classe politica improvvisata e arruffona.
Un Paese caratterizzato da un sistema economico bivalente ed ambiguo, dove il malaffare assedia costantemente i centri decisionali politici in un continuo ambivalente rapporto di sdegnosa ripulsa e di compiacente attrazione.
Altro che Sicilia bella di sole e di sabbie incontaminate, molto spesso oggetto di ricette improvvisate e cafone, sfornate là per là, da questo o quel ministro, da questo o quel benemerito imprenditore.
Occorre un progetto politico.
Un progetto che riconosca a quest’Isola la specialità di baricentro geopolitico del Mediterraneo, le capacità, la genialità e, a volte, anche l’umiltà, di meritarsi la leadership dei paesi mediterranei che stanno scoprendo il loro diritto di tornare ad essere protagonisti e artefici della loro storia.
Un progetto che si fondi sulla vocazione unitaria dell’Isola e come tale sia caposaldo della politica europea di amicizia e di prossimità.
Un progetto storicamente e politicamente rilevante, di lungo respiro, dotato di adeguate risorse finanziarie e di adeguati impegni istituzionali e superistituzionali.
Un progetto che presuppone una corretta e seria pianificazione.
Il Piano Energetico Regionale è ancora lì, in bozza, attende di essere discusso e approvato dall’Esecutivo e dall’Assemblea legislativa.
ponteIl Piano dei Trasporti, che dovrebbe avere nel Ponte sullo Stretto di Messina la struttura portante, non è andato oltre l’invenzione del così chiamato Piano Direttore, intrappolato nella lunga diatriba del cosa viene prima e cosa dopo.
Così hanno avuto buon gioco i tre Enti responsabili dei tre sistemi della mobilità.
In e out land: il ferroviario, l’autostradale e l’aeroportuale, i quali annunciano a più riprese di avere nel cassetto grandi opere per la Sicilia ma neppure un soldo per realizzarle.
Li sfidiamo a presentare agli organi istituzionali un unico grande progetto della mobilità dove ciascun sistema abbia una sua collocazione e tutti e tre insieme una coerente integrazione.
A queste condizioni, diciamolo chiaro, la scommessa del corretto impegno dei fondi strutturali UE 2007 -2013 potrebbe essere vinta e con essa l’inizio del decennio del reale percorso evolutivo dell’economia di questa terra.

Contributi , , , ,

Quei soldi scippati e utilizzati dal Nord

17 novembre 2008

busetta_lombNelle vecchie riviste di avanspettacolo, quando un cantante non era ritenuto all’altezza e non aveva un timbro di voce sufficiente, il pubblico cominciava a rumoreggiare gridando “ senza microfono, senza microfono” . E quando il povero malcapitato  era stato costretto a cantare a voce  libera lo si sommergeva di fischi. E’ quello che sta accadendo al Mezzogiorno. Per anni si è sostenuto, anche grazie alle utili sponde di alcuni santoni meridionalisti, come il senatore Rossi del Partito democratico, che i soldi destinati al Mezzogiorno sono stati una valanga enorme. Una massa di risorse che, con la complice informazione dei quotidiani nazionali, Sole 24 ore in testa, si diceva erano destinati al Mezzogiorno. Risorse, peraltro, che nella pubblicistica corrente, venivano poi sprecate in mille rivoli ed in parte andavano alla criminalità organizzata. Assunto tale assioma come vero, il passaggio successivo di togliere risorse al Mezzogiorno era assolutamente naturale e a dir poco legittimo. Ed è quello che sta accadendo in questi giorni con i fondi FAS, fondi destinati alle aree a ritardo di sviluppo ma che sono diventati un salvadanaio al quale attingere a piene mani ogni qual volta è necessario e Dio sa quanto in periodi di vacche magre le esigenze siano tante.
Comincia a levarsi qualche voce dissonante ma ormai il guaio è fatto ed è difficile porvi rimedio. Il presidente dell’Assemblea regionale, Francesco Cascio, ha annunciato la presentazione a breve di uno studio «che metterà fine alla favola della Sicilia che mangia risorse pubbliche»: «La spesa pubblica pro capite in Sicilia è di 14 mila euro, a fronte di una media nazionale di 16 mila euro e dei 20 mila euro delle regioni autonomistiche del Nord - dice Cascio - Un dato, questo, che considera la spesa di Stato, regioni, province e comuni».
«Ribadisco ancora una volta l’uso improprio dei fondi Fas dirottati per le aree del Centro-Nord e per finalità diverse da quelle istituzionali - dice Lombardo
“La cosa scandalosa - ha osservato Miccichè - è che appena spendiamo 140 milioni per la Sicilia, si lamentano i lombardi. Una vigliaccata, lo dico molto chiaramente: noi abbiamo dato 1,4 miliardi di euro all’Expo di Milano con i nostri soldi, quelli destinati al Fas per il Mezzogiorno. Immancabile la polemica sui fondi destinati a Catania dal decreto sulle autonomie approvato in Consiglio dei ministri insieme al Federalismo fiscale: “Allora - ha aggiunto Miccichè - Catania dovrà restituire i 140 milioni soltanto dopo che Milano restituirà i 1,4 miliardi di euro”.
Ed è anche vero che la prossima finanziaria taglia. Tagli, parecchi, ma soprattutto al Sud. Si parla di una sottrazione di almeno 3,6 miliardi di euro. Ed ancora qui bordate di Miccichè: “La verità - precisa Miccichè - è che per adesso gli unici fondi che ci sono, sono quelli per il Mezzogiorno”. Secondo il sottosegretario, “il problema è territoriale e non politico. Nei prossimi 5-6 anni - ha spiegato - finiranno i fondi strutturali e si andrà verso il Federalismo, se in questi anni ci tolgono pure i quattrini che abbiamo è chiaro che il problema comincia a diventare serio”.  D’altra parte per capire se i soldi sono stati pochi o molti basta calcolare quanto la Germania ha destinato per risolvere il problema del suo Est . Cifre che sono pari a 20 volte quelle destinate al Sud negli stessi periodi. Poi si può sostenere che sono stati , da noi , anche sprecati  e questo non è consentito a chi utilizza risorse di altri . ma la favola dei molti soldi è solo una leggenda metropolitana.
Per questo in 200, tutti i relatori delle “Giornate dell’economia del Mezzogiorno”, organizzate dalla Fondazione Curella e dal Diste consulting, dal 3 all’8 di novembre a Palermo, hanno contribuito alla redazione di  una «carta per il Sud» inviata poi al governo nazionale ed a tutti i parlamentari meridionali: 10 punti programmatici che hanno l’obiettivo di portare le regioni del Mezzogiorno ad un Pil pro capite pari all’80 per cento di quello del Nord (oggi è fermo al 58 per cento). Un documento che vuole essere anche un «no chiaro e netto» ad un federalismo fiscale a danno delle regioni povere. Non a caso al primo punto della carta c’è «la garanzia che la quota di spesa pubblica per investimenti nel Mezzogiorno prevista dalle leggi esistenti venga mantenuta».
Ed tali prese di posizioni e la conseguente polemica aperta con lo scontro verbale con Galan dei “mamma li turchi”! un primo risultato lo hanno ottenuto. L’approvazione nella finanziaria della protezione o di una mezza blindatura dei fondi Fas , che prevede  nel caso di diverso utilizzo delle risorse un ritorno al Cipe delle delibere e non l’automatismo che fin oggi c’è stato per cui gli scippi di Tremonti erano stati più semplici, sono un primo passo fondamentale.
Adesso la strada è tutta in salita ma se il Sud riesce ad organizzarsi e ad evitare che si segua una strada che più che una parte politica , come afferma Miccichè, sta cercando di percorrere una intere area per accaparrarsi maggiori risorse avrà il merito di evitare un processo secessionista che se non viene interrotto rischia di spaccare il Paese.

Contributi

Il Mezzogiorno fa i conti con il federalismo fiscale

12 novembre 2008

Il Mezzogiorno fa i conti con il federalismo fiscale
di Franco Locatelli
da Il Sole 24 ore 12 novembre 2008

Si può riportare il Mezzogiorno nell’agenda politica nazionale uscendo dagli stereotipi di un rivendicazionismo localistico fine a se stesso? Se questo era lo scopo della prima edizione delle Giornate dell’economia del Mezzogiorno, promossa la scorsa settimana a Palermo dalla Fondazione Curella e da Diste sul modello del Festival dell’economia di Trento e di cui Il Sole 24 Ore è stato uno degli sponsor, si può ben dire che le premesse, almeno concettuali, per avvicinare l’obiettivo sono state poste.
Alla vigilia del debutto del federalismo fiscale era inevitabile che il Sud facesse sentire la sua voce per manifestare la disponibilità a ragionare senza pregiudizi sulla riforma ma anche per avvertire, come è emerso da una ricerca presentata dalla Svimez, i rischi che un federalismo malconcepito può far correre al Mezzogiorno. Senza un riequilibrio territoriale basato su adeguati investimenti dello Stato nella aree meridionali, la Svimez ha calcolato che alla sola Sicilia le prime ipotesi di federalismo fiscale possono costare fino a 188 euro procapite.
Ma il filo rosso dei 25 eventi delle Giornate, simboleggiato dal tema “Economia e felicità” decisamente controcorrente in questi tempi, è valso ad evitare non solo una sterile deriva rivendicazionistica alla kermesse ma a enfatizzare gli aspetti qualitativi dello sviluppo di un Mezzogiorno che non è tutto uguale e che presenta ampie zone di arretratezza ma anche punte di eccellenza. Non per caso generale è stato il consenso degli oltre 200 relatori della manifestazione sulla centralità delle infrastrutture, ma intese sia in senso materiale (trasporti, energia, ecc.) sia anche e soprattutto in senso immateriale (la giustizia, la legalità, la lotta alla criminalità e, in primo luogo, gli investimenti sulle generazioni del futuro attraverso il rafforzamento della formazione e della ricerca). «In un momento in cui il crollo delle Borse ci fa capire che è finita un’epoca - ha sintetizzato il presidente della Fondazione Curella, Pietro Busetta, ideatore delle Giornate - riflettere su nuovi modelli di sviluppo ci sembra fondamentale». Il problema centrale del Sud non è solo quello di disporre delle risorse necessarie alla crescita ma piuttosto quello di spenderle e di spenderle bene per creare occasioni di sviluppo economico e civile, con l’occhio al Pil ma non solo.
In effetti, non capita ogni giorno di raccogliere al Sud esponenti di primo piano del mondo delle imprese, delle istituzioni, delle banche, delle università, degli enti di ricerca e della cultura per discutere della valorizzazione dei talenti, di alta formazione, del rapporto tra Internet e l’economia, del ruolo delle banche e delle imprese nello sviluppo del Mezzogiorno, di politiche di coesione, di opportunità e rischi del federalismo fiscale, di crisi dei mercati finanziari, di relazioni tra mafia ed economia. La circolazione delle idee, in un momento tra i più difficli dell’economia non solo meridionale, sarebbe stata già di per sè una novità importante contro la sfiducia e la rassegnazione che in altre epoche ha contraddistinto il Mezzogiorno.
Ma la prima edizione delle Giornate ha cercato anche di individuare i canali e i veicoli attraverso cui dare uno sbocco operativo alle riflessioni raccolte. L’incontro dei Governatori meridionali, promosso dal presidente della Sicilia Raffaele Lombardo su Federalismo e Sud, è stato il primo ed è stato l’occasione - oltre che per uno scambio di battute al vetriolo con il Governatore del Veneto, Giancarlo Galan - per verificare nei fatti e senza preclusioni ideologiche e politiche gli effetti del federalismo sul Mezzogiorno.
La decisione emersa è stata quella di allestire una task force di economisti e giuristi di Sicilia, Sardegna, Puglia, Calabria, Campania e Molise per definire le proposte che il Mezzogiorno presenterà al governo Berlusconi in occasione della stesura dei decreti attuativi della legge delega sul federalismo. Un forte richiamo al Governo è poi venuto dai presidenti delle sei regioni sulle due priorità che vengono ritenute essenziali per il Mezzogiorno: il rafforzamento degli investimenti in infrastrutture e la lotta alla criminalità organizzata.
Segnali di autocritica sono venuti invece dalla riunione dei rettori delle otto università statali del Sud contro il dilagante assistenzialismo e gli organici gonfiati che distruggono risorse preziose degli atenei.
Forse la felicità non è dietro l’angolo ma, sotto l’incalzare della crisi, nel Sud qualcosa sembra muoversi.

Contributi

La riscossa civile di chi è fuori dalla casta

12 novembre 2008

Continuiamo a proporvi articoli tratti dai principali quotidiani per alimentare il dibattito emerso nel corso delle Giornate dell’Economia:

La riscossa civile di chi è fuori dalla casta
di Gianni Notari
da  La Repubblica-Palermo, 12 novembre 2008

Oggi ci si trova dinanzi ad una situazione paradossale basata sulla continua negazione dell’evidenza dei fatti. Ci viene detto che tutto va bene, che il nostro Paese è divenuto un modello di efficienza, mentre tante analisi ci mostrano una realtà opposta, sconfessando con i dati queste affermazioni.
Questa discrasia è divenuta la cifra stilistica della comunicazione politica che poggia su una scarsa tendenza della maggior parte dell’opinione pubblica all’approfondimento (fatte salve le eccezioni evidenziate dalla vivace e pacifica opposizione ai tagli alla scuola). Ipse dixit. Non ci si interroga oltre. Ma è bene rammentare che la democrazia è altro: è dialettica di posizioni finalizzata all’elaborazione di strategie politiche volte alla realizzazione del bene comune. Quando tutto ciò cessa di esistere, e si erge solo la voce del governo, allora c’è un regime. Per questo ben vengano le diverse denuncie dei mali della società, delle logiche della casta, delle varie parentopoli, delle inadempienze dell’amministrazione. Reportage articolati e condotti con rigore che hanno occupato le prime pagine dei giornali stimolando – almeno speriamo – la riflessione con la loro analisi non retorica ma documentata.
È vero, però, che c’è tanto altro e che anche questo deve trovare posto nelle riflessioni: c’è un universo positivo che opera nel quotidiano, in silenzio, con passione.
Le analisi che evidenziano le numerose disfunzioni della nostra organizzazione sociale, infatti, se da un lato inducono indignazione dall’altro rischiano di innescare nel cittadino un senso di impotenza, di passività rispetto alla pervasività del negativo che lo circonda. Ancora peggio è il rischio del contagio comportamentale giustificato dal motto: lo fanno tutti perché io no? Per questo è importante, invece, allargare le analisi anche alla buone pratiche presenti sul territorio, dando a queste la visibilità che meritano. Ci sono tante associazioni operanti nel terzo settore, la cosiddetta società civile, centri sociali, chiese, sacerdoti, pastori, laici che si investono in prima persona, stando dentro le situazioni difficili in maniera costante, non limitando il loro esistere a dimensioni autoreferenziali. C’è tanta gente indipendente dal potente di turno, che non passa ore nelle sale di attesa a elemosinare una prebenda; ci sono tanti insegnanti e docenti universitari che sanno coniugare passione e competenza; ci sono tanti professionisti che fanno il loro lavoro con dedizione e onestà, pagando le tasse; ci sono operatori commerciali e imprenditori che con coraggio si espongono in prima persona denunziando le richieste di “pizzo” della criminalità organizzata; anche all’interno della “casta” ci sono consiglieri comunali che sono in prima fila al fianco di coloro che hanno bisogno, accompagnando con i fatti e non con le parole i cittadini in difficoltà, ponendosi come punto di riferimento senza chiedere tornaconti elettorali e senza la retorica di chi elabora vane strategie autopromozionali devolvendo piccole somme al fine di dare un po’ di lustro ad un’immagine appannata da continue negligenze. Ci sono assessori regionali che combattono una quotidiana battaglia contro interessi radicati e lobby di potere, per portare la Sicilia verso nuovi standard di efficienza e non relegarla nel ruolo di detentrice di record negativi. Ci sono funzionari nella pubblica amministrazione che vivono con profondo disagio la dipendenza passiva dei loro direttori dalle ragioni politiche degli assessori.
Tanto non funziona in questa terra, è vero; ma c’è anche tanto altro che merita visibilità e rispetto e che può rappresentare un plateau di piccoli esempi di eroismo quotidiano, perché le grandi trasformazioni non devono partire per forza “dall’alto” ma possono originarsi dal prodotto delle singole azioni individuali: nel bene e nel male. L’attenzione si sofferma spesso su ciò che non va, perché fa molto più rumore un albero che cade piuttosto che una foresta che cresce; ciononostante la città e la regione sono in fermento e c’è una diffusa domanda di cambiamento che alcuni vorrebbero strumentalizzare.
La grande operazione culturale e politica di cui ha bisogno la Sicilia è quella di raccordare tutte le persone che credono nel rinnovamento e si adoperano nel quotidiano per realizzarlo. È necessario “pubblicizzare” queste esperienze che sono più diffuse di quanto comunemente si crede e che rappresentano fermenti innovativi da valorizzare per migliorare la qualità della vita nel nostro territorio. L’isolamento, lentamente, produce atrofia e degenerazione per cui questi semi rischiano di morire o di doversi vendere al miglior offerente del mercato politico per sopravvivere. Uscire dall’isolamento e creare sinergie, invece, può portare anche alla costituzione di un nuovo soggetto politico. Non un ennesimo partito ma un movimento di cittadini responsabili, capaci di autonoma riflessione e di intervento al servizio del cambiamento; che sappiano “occupare” in maniera propositiva i posti in cui si decide il destino della gente: le segreterie di partito, i luoghi in cui si fa pianificazione strategica, le associazioni di categoria, etc. Tutto ciò verso un nuovo modello di sviluppo che integri la crescita economica e la felicità della gente.
Uno strumento operativo per realizzare questa “svolta” propositiva può essere la creazione di spazi di condivisione e di confronto in cui elaborare ed esercitare una cittadinanza attiva. Nell’ottica di un modello di democrazia deliberativa, infatti, la società civile può raggrupparsi attorno ad una progettualità condivisa per ridare un’iniezione democratica al tessuto sociale cittadino e regionale. Tale forza trasformativa – partendo dal “basso” – può animare i condomini, i quartieri, le circoscrizioni, le scuole, le università, le associazioni conquistando un potere contrattuale alla pari nei confronti dei decisori pubblici, in vista non dell’acquisizione di privilegi ma della crescita complessiva del territorio. Allo stesso modo queste esperienze non devono essere finalizzate all’autoreferenzialità di un leader né devono rimanere autoreferenziali a esse stesse. Tale approccio è l’unico strumento della trasformazione, in un contagio democratico che ci auguriamo possa presto contagiare tutta la città e il territorio regionale.
C’è una tempesta in atto nella nostra terra, ma si vedono tanti piccoli arcobaleni.

Gianni Notari

Contributi