Il «Guardiano dell’unità» e il caso Sud
Il «Guardiano dell’unità» e il caso Sud
da La Sicilia del 24/05/09
di PIETRO BUSETTA
Una visita, quella del presidente Napolitano, per onorare la memoria dei due eroi Borsellino- Falcone che però va oltre il Sud come problema criminale per riportare la nostra realtà alla dimensione che dovrebbe avere. Cioè di un’area di 21 milioni di abitanti senza la quale non è pensabile qualunque progetto di sviluppo del Paese. Ed i risultati comparati con quelli del resto dell’Europa e degli altri paesi industrializzati dimostrano tutta la dimensione di tale affermazione.
Il bisogno del Presidente della Repubblica di conoscere dalla viva voce di chi lavora e studia in questi territori la dimensione problematica dell’economia della realtà siciliana e meridionale è una indicazione di percorso interessante ed una dimostrazione di sensibilità che conferma la volontà da parte della prima carica dello Stato di essere guardiano dell’unità nazionale. Che non può essere solo quella politica e che rischia di frantumarsi se accanto ad essa non vi è quella economica.
Negli ultimi anni la stessa parola “Mezzogiorno” è diventato sinonimo di malaffare, di spreco, di inefficienza, di criminalità, di marginalità in una parola di irredimibilità. Ed invece un Presidente che riprende il tema con affermazioni forti sulla centralità della problematica è da ammirare, perché certo in un momento in cui le risorse del Mezzogiorno vengono saccheggiate e dirottate verso le aree forti, per l’expo 2015 di Milano piuttosto che per finanziare la detassazione dell’Ici, in cui una forza politica determinante per la tenuta del governo si permette di affermare che è finalmente arrivato il momento che lo straccione Sud finanzi il Nord, in un momento come questo, affermare in estrema controtendenza la centralità della problematica e l’impossibilità di non tenerla presente è estremamente coraggioso.
Dal colloquio è emersa l’esigenza di un progetto per quest’area. Di un programma nazionale di governo che si riprometta di eliminare il sottosviluppo della zona, nella quale lavora una persona su quattro invece che una su due nel giro dei prossimi 8 anni, che sono poi quelli della prossima programmazione.
Il 2015 dovrebbe essere l’anno di chiusura del prossimo programma dell’Unione cofinanziato dall’Italia. Un progetto in cui sia chiaro come si possono creare quei tre milioni di posti di lavoro di saldo occupazionale che permetterebbero al Mezzogiorno di non essere più area di emigrazione. Tutto ciò passa da una produttività del lavoro in linea con quella della Mitteleuropa, ed invece la nostra produttività è molto più bassa. Sia nell’industria, come nell’agricoltura e ancor di più nei servizi. Soluzione l’attrazione di investimenti dall’esterno dell’area nei settori di grande innovazione e di alta tecnologia in sinergia con i quattro poli universitari che dovrebbero diventare le navi rompighiaccio per attraversare le paludi ormai congelate del sottosviluppo e rendere navigabile la nostra realtà alle maxi navi del capitalismo internazionale.
Ma è estremamente difficile che la rotta sia a Sud se non vi sono le condizioni minime di attrazione.
Che si parli di ferrovie, di porti, di aeroporti la situazione è estremamente precaria, così come ogni velleità di fiscalità di vantaggio si è arenata ed è stata sostituita da una di svantaggio rispetto al resto del Paese. Perché investire da noi se per andare da Palermo a Catania non bastano 5 ore e se l’alta velocità si ferma a Napoli? Il timore è che anche coloro che sulla base di incentivi della Cassa del Mezzogiorno prima e della successiva 64 poi, in una visione di razionalizzazione dei propri interventi, chiudano gli stabilimenti a Sud di Napoli come sta pensando già di fare la Fiat di Termini Imerese. Ed allora ben venga il monito del Capo dello Stato di ricordarsi di quest’area. Ma ciò non basta è necessario che si pretenda, in un momento in cui bisogna pensare a modelli di sviluppo nuovi, considerato i1 fallimento di quelli precedenti, che vi sia un progetto chiaro, tempi definiti, strategie di breve e di lungo termine e una verifica degli impegni presi da Autority indipendenti.

“Il futuro in Sicilia è zero se le infrastrutture rimangono nell’attuale stato”. Lo sostiene il presidente regionale di Confindustria, Ivan Lo Bello, intervenuto questa mattina al convegno nazionale dei Giovani imprenditori di Ance e di Confindustria. “Noi abbiamo alcune questioni strategiche che da tempo poniamo - spiega Lo Bello - e che possiamo sintetizzare in alcuni grandi temi per rendere competitivo il nostro sistema: infrastrutture, pubblica amministrazione, legalità, logistica e infrastrutture immateriali come la banda larga”. Per Lo Bello “occorre che le risorse comunitarie siano concentrate in alcune grande priorità strategiche”. Secondo i dati diffusi al convegno, in Sicilia negli ultimi quattro mesi il mercato delle opere pubbliche di competenza regionale ha subito un ulteriore crollo rispetto al periodo gennaio-aprile 2008: -35,07% per numero di gare bandite (224 contro 345) e -33,62% per importi delle opere (173 milioni rispetto a 261 milioni). In Italia il calo complessivo degli investimenti nelle nuove infrastrutture e’ stato di -5,1% nel 2008 e -7,3% nel 2009. Negli ultimi 10 anni il Paese, per allinearsi al resto d’Europa, avrebbe dovuto investire ogni anno circa 12 miliardi di euro in più. In questo gap complessivo la Sicilia ha una dotazione infrastrutturale del 20,6% inferiore alla media nazionale. Nei cassetti restano progetti per infrastrutture, finanziati con 750 milioni di euro e subito cantierabili; mentre investimenti privati nel settore energia per 4 miliardi di euro attendono da anni un parere che non arriva mai. Andrea Vecchio, presidente di Ance Catania, per il quale “troppo grande è stato il tradimento consumato nei confronti del popolo siciliano, da parte della classe politica regionale e nazionale degli ultimi 60 anni, per quanto riguarda le infrastrutture: un uso dissennato di fondi e finanziamenti, criteri clientelari e falsi obiettivi. Tanti i progetti mancati e alcune “vergogne”, come la circonvallazione di Palermo, la Catania-Caltagirone-Gela, la statale 121, l’A/19 Catania-Palermo e la tangenziale di Catania quotidianamente soffocata”. Peraltro oggi il presidente dei giovani di Confindustria Sicilia Giorgio Cappello, ha definito “un affronto” l’assenza all’iniziativa delle istituzioni politiche regionali e nazionali: “Siamo in mano di nessuno se ignorano temi cruciali come questi e ignorano noi che siamo la nuova classe dirigente in grado di fare ripartire la crescita”, ha accusato.
Intervenire su Palazzo Chigi affinché sia convocato un tavolo nazionale che impegni i vertici Fiat a presentare le missioni produttive per tutti i suoi stabilimenti. E la richiesta di Cgil, Cisl e Uil siciliane anche alla luce delle indiscrezioni sulla chiusura dello stabilimento di Termini Irnerese. Indiscrezioni che hanno raggelato gli operai (in totale sono 2.100 di cui 1.700 diretti Fiat) che hanno trascorso cinque degli ultimi otto mesi in cassa integrazione. Fino a ieri il ragionamento era: lo stabilimento forse non chiude ma è destinato a una lenta agonia.
Barbara Cittadini
Termini Imerese attende l’approvazione definitiva, Catania Bicocca è in cerca di 25 milioni necessari al completamento, il polo logistico privato commercializzato da Pirelli nella zona industriale di Catania aspetta che si attenui la morsa della crisi economica. Cosi rallenta la realizzazione del sistema siciliano di interporti.
Tre studi realizzati, pochi fondi disponibili. L’ammodernamento della linea ferroviaria tra Palermo e Catania viaggia alla stessa velocità dei treni: lentamente. E in mancanza dei 4 miliardi stimati da Rfi necessari per l’ammodernamento della tratta, che oggi si percorre in 5 ore, si cercano soluzioni alternative.
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