Quanto c’è di politica nell’emergenza Mezzogiorno?
Quanto c’è di politica nell’emergenza Mezzogiorno?
di MARIO CENTORRINO
Il dibattito sulla “questione meridionale” sembra seguire oggi tre filoni. Ci si chiede intanto se il Mezzogiorno ha ancora voce. Si discute poi sull’efficienza dei fondi trasferiti negli ultimi anni nelle regioni del Sud. Ed, ovviamente, viene dedicata attenzione alle policy necessarie per risolvere divari, per superare variabili di rottura, per incrementare capitale fisico e sociale.
Con riferimento a quest’ultimo filone converrà richiamare alcuni dati che disegnano una vera e propria “emergenza Mezzogiorno”. Si è fermata la crescita del PIL in questa area del paese e si è assistito alla fine del pur lento processo di convergenza che aveva caratterizzato il Mezzogiorno nella seconda metà degli anni Novanta. Il divario del Sud, in termini del PIL pro-capite, oltrepassa oggi 42 punti percentuali e, nel confronto degli altri paesi europei, il reddito per abitante è superato non solo da Spagna, Grecia e Portogallo, ma anche da alcuni paesi di nuova adesione come Repubblica Ceca, Slovenia, Malta e Cipro. Resta ancora forte il flusso migratorio del Sud (pari al 2 per mille annuo della popolazione) ed infine è invariato il divario infrastrutturale, fermo a 25 punti sotto la media nazionale. Gli investimenti esteri, pur in presenza di massicci incentivi, non crescono ed appaiono anzi in fase di dismissione, con una riduzione di lavoratori che si avvicina alle 10 mila unità. Tengono solo per fatturato, export ed occupazione, almeno fino ad oggi, le medie imprese mentre le medio grandi fanno registrare una redditività non dissimile da quella delle imprese centro settentrionale delle stesse dimensioni.
La povertà relativa (dati ISTAT 2007) è rimasta in Italia sostanzialmente stabile negli ultimi cinque anni e, altrettanto costante, è rimasto il divario territoriale perché l’incidenza della povertà nel Mezzogiorno (22,6 per cento) è quattro volte superiore a quella del resto del paese. Come è noto, la stima dell’incidenza della povertà relativa (la percentuale di famiglie e persone povere sul totale delle famiglie e persone residenti) viene calcolata sulla base di una soglia convenzionale(linea di povertà) che individua il valore di spese per consumi al di sotto del quale una famiglia viene definita povera in termini relativi. La soglia di povertà, per una famiglia di due componenti, è rappresentata dalla spesa media mensile per persona che, nel 2007, era pari a 986 euro. Nel Mezzogiorno, inoltre, ad una più ampia diffusione del fenomeno si associa una maggiore gravità: le famiglie povere presentano una spesa media mensile equivalente di 752 euro (l’intensità è del 22,5 per cento) contro i 798 e gli 806 euro osservati per il Nord e per il Centro (18 per cento e 17 per cento rispettivamente).
Riprendiamo il filo del discorso. Crediamo intanto che il Mezzogiorno parli: con i suoi centri di ricerca, con le sue Università, con le sue iniziative di confronto. Ma soprattutto con le sue implosizioni: la “mondezza” a Napoli, l’inquinamento a Taranto, il dissesto finanziario a Catania, gli intrecci tra cosche e imprenditorialità in Calabria.
Quanto al secondo filone, riteniamo il suo interesse relativo. Utile, ci sembra, meglio materia rilevante di studio,comprendere se il Mezzogiorno ha sprecato o meno risorse, se ne ha ricevuto in quantità coerente ai suoi bisogni o meno. Ma ancor più utile, uscendo fuori da una visione retrospettiva, indicare una o più cause che determinano l’arresto del processo di convergenza. Fenomeni come spreco o riduzione di fondi ci appaiono essenzialmente effetti e non cause.
Proviamo ad andare oltre: il Mezzogiorno oggi esiste
- come problema di divario;
- come problema di formazione culturale;
ma soprattutto
- come problema di comunicazione;
- come problema di legalità;
- come problema di classe politica;
- come problema di democrazia sospesa.
Le domande che viene naturale porsi sono queste: c’è un intreccio tra questi sei problemi? Si possono intravedere da questi sei problemi effetti comuni? C’è un punto di partenza che può guidarci verso una soluzione progressiva dei problemi stessi? La risposta alla prima e seconda domanda è positiva. I problemi citati creano una filiera viziosa con effetti negativi comuni: distorsione della spesa pubblica, inefficacia degli incentivi, ritardo nell’infrastrutturazione, università non performanti. Quanto al punto di attacco noi lo intravediamo nella classe politica che attraverso il regionalismo gode nel Mezzogiorno di un potere che sovrasta e condiziona quello dell’economia. La nostra tesi e che nuove policy per il Mezzogiorno (a partire dall’improbabile federalismo fiscale) richiedono una nuova classe politica.
Da tempo, la classe politica nel Mezzogiorno
- si autoseleziona ed agisce con autoreferenzialità aiutata anche dai nuovi meccanismi elettorali che escludono o ridimensionano il principio delle preferenze;
- ricerca solo un minimo di consenso per autoriprodursi;
- è impreparata e rifiuta, per paura di risultarne condizionata, l’utilizzo di strutture indipendenti di supporto;
- è capace di promettere ma non di “spiegare”.
Nel Mezzogiorno la politica si esprime attraverso un approccio clientelare finalizzato non all’offerta di beni pubblici ma di beni individuali. L’approccio clientelare, s’intuisce, esclude per definizione, ceti non organici all’apparato politico. Domina in ogni regione un circolo vizioso opprimente: a) se non fai clientela non ottieni voti per te o per il partito; b) se non disponi di un tuo personale “pacchetto” di voti e non sei in grado di controllarlo e indirizzarlo convenientemente non fai parte, per definizione, della classe politica; c) se non fai parte della classe politica difficilmente sei in grado di fare clientela a meno di non essere inserito in qualche centro di potenziale “scambio”. Ma a quel punto già fai parte della classe politica.
Allo stato attuale il modello federalista del quale si discute non sembra rappresentare un ideale policy per il Mezzogiorno. L’insistenza sulla responsabilità dell’amministratore, e quindi sul consenso politico che attrae o perde,collegata ai risultati che ottiene sulla base di budget prefissati, nel Mezzogiorno sembra più una provocazione che un salto di paradigma.
Veniamo all’ultima parte, quella del “che fare”. Solo un partito, o un’aggregazione di movimenti, che si dedichi ad un progetto politico per il Mezzogiorno può capovolgere tendenze,determinare svolte, tracciare linee di discontinuità. Un progetto da discutere non solo nei luoghi della politica ma anche nei luoghi della comunità:dalle sale da barba ai teatri. Che riesca a frenare il rovesciamento del detto hirschmaniano (voice/exit) tradotto nel Mezzogiorno come “senza né uscita né voce”. In grado di annullare rendite e stimolare programmi, di migliorare livelli di istruzione, di assicurare credibilità alle istituzioni.
Il Mezzogiorno non deve necessariamente avere gli stessi parametri economici del Nord, che comunque restano indispensabili benchmark. Deve divenire un’area normale, dove sia normale la politica, l’economia, la legalità. Il sindacato può far molto, nel suo ruolo e nelle sue potenzialità, per contribuire ad un processo normale di sviluppo.

Si acuiscono le distanze tra il Mezzogiorno ed il resto del paese. La questione meridionale rimane metafora dello sviluppo ineguale del paese e banco di prova della sua capacità di cambiamento. Il federalismo fiscale rischia di aggravare tale condizione di difficoltà e può diventare per il Sud la pietra tombale. In tempi così oscuri, la questione meridionale torna a essere più che mai centrale ma non va usata dalle classi dirigenti locali come alibi per giustificare ritardi, pigrizie, errori e sprechi che sono da condannare senz’appello. Qualche mese fa tutti i Governatori delle Regioni Meridionali riuniti a Bari hanno chiesto al Governo Nazionale una Cabina di Regia Nazionale sul Mezzogiorno. Da mesi anche la Cisl ha formalizzato la richiesta al Governo di aprire una fase di confronto finalizzato alla sottoscrizione di un Patto di Responsabilità per il Mezzogiorno. Tutto questo però è inutile senza un profondo rinnovamento del ceto politico, professionale, intellettuale meridionale; senza una partecipazione più viva e incisiva delle forze sociali e dei giovani. C’è un chiaro orientamento antimeridionale nel Paese che allarga le distanze e le presenta come incolmabili. Le scelte più recenti sono ancora una volta penalizzanti: nel nome della crisi si tolgono risorse al Sud per concentrarle nelle aree industrializzate, si annullano progetti già finanziati. Se ne annunciano di improbabili, con tempi lunghi e senza copertura, si va a rilento con iniziative sparse e casuali. Ridimensionati tutti gli obiettivi di spesa, sono stati spostati a data da destinare migliaia di domande di investimento. La partita dell’uscita dalla recessione e della ripresa si gioca su altri terreni. Il dibattito sul Mezzogiorno deve recuperare dignità e cittadinanza, vincere i fantasmi del pregiudizio e dell’invettiva, riappropriarsi dei dati reali. Diventa oggi essenziale - di fronte alla sensibile riduzione del Fondo per le Aree Sottoutilizzate (FAS) (10 miliardi di euro) ribadire che le risorse per le politiche di equilibrio territoriale destinate al Mezzogiorno debbono rimanere qui. Non possono essere dirottate altrove, come sta accadendo. Prima la revoca delle risorse Fintecna a Calabria e Sicilia per dare copertura al provvedimento sull’Ici; con le risorse del Fas, per l’85% riservati al Mezzogiorno, il Governo finanzia spesa corrente nel Centro Nord, si sostiene il progetto dell’Expo a Milano ed il Mose a Venezia, la Gelmini investe 200 milioni di euro per residenze universitarie e borse di studio in tutte le Università Italiane. Il decreto salva auto per fronteggiare la crisi della Fiat viene coperto con le risorse revocate della ex legge 488 i cui fondi erano destinati al Sud; con la manovra estiva il Ministro Tremonti blocca il Credito d’Imposta per gli investimenti e per la Occupazione che si era rivelato strumento eccellente soprattutto nel Mezzogiorno, manda a dire che se ne riparlerà dopo il 2012 trascurando che all’Agenzia Nazionale delle Entrate sono fermi richieste per 4 miliardi, pratiche avanzate da imprenditori meridionali; prelevano da risorse destinate al Sud 180 milioni di euro per sostenere gli imprenditori del Nord sanzionati dalla Unione Europea per le vicende delle quote latte. Solo qualche esempio: dal 1996 agli inizi degli anni 2000 le Ferrovie dello Stato hanno investito il 30% del proprio bilancio al Sud ed il 70% nel Centro Nord. Nel 2005 la percentuale di spesa nel Sud è scesa a meno del 14%. Mentre al Centro Nord si è passati da 2.4 miliardi di euro a 7,3 miliardi di euro nel mezzogiorno un miliardo era e un miliardo è rimasto. Ciò significa che negli ultimi anni le Ferrovie dello Stato sono intervenute con opere di costruzione e manutenzione di reti ferroviarie nel mezzogiorno quasi ed esclusivamente in presenza di finanziamenti comunitari o nazionali a destinazione territoriale vincolata; con le risorse ordinarie del proprio bilancio sono intervenute nel Centro Nord. Analogo discorso anche per la Sanità. La spesa sanitaria nel Sud è circa l’8% inferiore alla media italiana. Nelle Regioni del Mezzogiorno vengono spesi 1.427 euro per abitante con punte inferiori ai 1.400 come in Calabria, Puglia e Basilicata contro i 1.607 euro delle Regioni del Centro Nord con punte particolarmente alte in Lombardia. Basterebbe restituire il “mal tolto” per ripianare il debito accumulato in questi anni dalla Sanità Calabrese, ma di questo ovviamente Tremonti e Sacconi non parlano!
Taormina. La Rete delle Università del Sud è pronta a ribellarsi alle politiche del governo. Governo che, mentre da un lato continua a ripetere che bisogna puntare per far ripartire il nostro paese e provare a far crescere il Pil (non potendo più spremere più di tanto le aree ricche del Centro e del Nord), dall’altro lato anche sul tema delicato e decisivo della formazione porta avanti scelte che i Rettori delle università del Sud giudicano, quanto meno, inique.
II Cipe non ha dato corso allo stanziamento di 1,3 miliardi alla per rifinanziare il Ponte sullo Stretto. Uno stanziamento che era stato deliberato dallo stesso Cipe nel marzo scorso e che ieri il ministro Tremonti ha stoppato con questo espediente: siccome il “general contractor” Impregilo aveva chiesto di rivedere i conti dopo tre anni di fermo – conti che però sostanzialmente restavano quasi identici – e poiché la Ragioneria generale non aveva fatto in tempo a rifare i calcoli, il Cipe ha soprasseduto a dare allo “Stretto di Messina” quel miliardo e rotti che era tra l’altro una restituzione dello scippo della dotazione finanziaria dell’ente e che serve a dare consistenza al piano finanziario dell’opera.
(25/06/2009) - “Università e sviluppo del Mezzogiorno”. Questo il tema dell’incontro che i Rettori delle Università meridionali avranno a Taormina (ME), presso l’Hotel Villa Diodoro, lunedì 29 giugno, alle ore 10. All’incontro sono interessati i Rettori delle Università di Sicilia, Calabria, Campania, Puglia, Basilicata, Molise e Sardegna, che si sono riuniti più volte nei mesi scorsi per discutere delle condizioni dei reciproci Atenei e verificare l’opportunità di collaborare per contribuire, in modo più marcato di quanto avvenuto fino ad ora, allo sviluppo sociale, civile ed economico del Mezzogiorno d’Italia. I Rettori sono d’accordo sulla necessità di creare una vera e propria “Rete delle Università del Sud”, che vuole essere il supporto culturale e scientifico dell’azione degli Enti territoriali (Regione, Provincia, Comune) nel campo dell’innovazione, mettendo a disposizione il patrimonio di conoscenze interdisciplinari accumulato dai propri centri di ricerca, patrimonio propedeutico a qualsiasi coerente progetto di sviluppo, collaborando attraverso rapporti di partneriato con altri Atenei del Sistema Universitario Nazionale ed Internazionale.
“Un eccellente lavoro e’ stato svolto oggi dal Pre-Cipe per opere che saranno realizzate, in larga misura nel Sud e in Sicilia. Si è intervenuti, infatti, per l’individuazione e la definizione delle specifiche risorse finanziarie necessarie alla realizzazione di buona parte delle grandi opere che erano state individuate nella seduta del 6 marzo ultimo scorso”. Lo ha annunciato il sottosegretario alle Infrastrutture e Trasporti Giuseppe Maria Reina che “insieme al sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega al Cipe Gianfranco Micciché ha lavorato strenuamente - dice un comunicato - per ottenere questo risultato”. Su una spesa di circa 4 miliardi e 100 milioni di euro, “la Sicilia - spiega Reina - ne assomma una parte consistente, se teniamo conto del miliardo e 300 milioni per il Ponte sullo Stretto e dei 990 milioni che sono stati stanziati per l’Agrigento- Caltanissetta, la cui definizione è attesa dalle popolazioni interessate da circa 40 anni. Inoltre, su fondi regionali Fas, che si avvarranno anche della concorrenza del privato, è stato dato il via libera al progetto dell’Interporto di Termini Imerese per un valore di circa 80 milioni di euro”. Inoltre, il Pre-Cipe “ha quantificato e definito le risorse occorrenti per tutta una serie di opere importanti e strategiche per la Sicilia, tra le quali i nodi me
tropolitani di Palermo e Catania, per un valore di circa 270 milioni di euro, la Ragusa-Catania che adesso è in grado di poter partire, il II stralcio della Licodia-Eubea per circa 182 milioni di euro, gli schemi idrici per circa 70 milioni di euro, nonché 825 milioni di euro che daranno respiro all’attività delle piccole e medie imprese siciliane, che sono precipuamente destinati ad interventi cui è preposto il Provveditorato alle Opere Pubbliche”. Reina si dice infine “particolarmente lieto del fatto che viene finanziato, grazie ad un nostro specifico impegno, nel quadro complessivo delle opere, il tratto ferroviario Siracusa-Ragusa-Gela per un valore di 183 milioni di euro”. Per ultimo il Pre-Cipe ha dato mandato al sottosegretario Micciché di sottoporre al presidente del Consiglio e agli altri ministri interessati in sede Cipe la definizione dell’accordo di programma per il superamento della crisi che investe gli stabilimenti Fiat nel meridione di Termini Imerese e Pomigliano d’Arco, per il quale occorre mettere in campo risorse finanziarie che oscillano attorno ai 300 milioni.
“Non è quando gli elmi cadono che si perde la guerra ma quando si sono messi in testa” diceva Bertolt Brecht in una delle sue opere più note. A chiusura delle urne ed a risultati ormai consolidati ci si chiede perché vi è questa disaffezione all’Europa da parte dei cittadini del continente. Proverò a fornire alcune delle tante motivazioni che possono essere date a tale fenomeno che sta diventando preoccupante, soprattutto per coloro che, come gli italiani, alla grande casa madre europea sembra hanno sempre creduto.
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