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Archivio per luglio 2009

Il Sud alla riscossa, ma chi risponde?

16 luglio 2009

IL DIBATTITO. Nuove iniziative per il riscatto del Meridione e peso politico ed economico del Nord

Il Sud alla riscossa, ma chi risponde?

 

di PIETRO BUSETTA

 da La Sicilia del 13 luglio 2009

 

busetta«Era l’ora: finalmente il Sud finanzia il Nord»,così recentemente commentava Castelli, senatore della Lega Nord, i recenti provvedimenti che hanno visto finanziare con i fondi Fas (Fondi Aree Svantaggiate) una serie di provvedimenti che con tali aree c’entravano poco. In realtà questo è l’ultimo episodio di una serie che hanno messo in difficoltà non pochi parlamentari meridionali anche del Partito della libertà.

Per cui quello che era un dibattito limitato ad alcuni intellettuali più sensibili è diventato argomento e riflessione da confronti politici. Ormai è chiaro a tutti che i problemi della soluzione dell’ormai infinita questione meridionale più che economico è politico. Poiché spesso alle dichiarazioni di principio sulla centralità della questione rispetto al Paese non vi sono comportamenti conseguenti.

Il tema è come fare in modo che il governo nazionale abbia un atteggiamento equo nei confronti delle diverse aree territoriali, considerata la diversa forza contrattuale delle varie realtà. Il tema sul quale si dibatte è se sono necessari dei movimenti autonomisti (o un vero e proprio Partito del Sud) che si bilancino o se è meglio imporre ai partiti nazionali una maggiore presenza delle tematiche che riguardano il Sud. In realtà è un falso problema perché vi è necessità che entrambe le cose accadano. Perché sull’esigenza di movimenti autonomisti che difendano i territori non vi sono dubbi.

In una realtà come quella italiana nella quale la Lega Nord è diventata il cane da guardia degli interessi della parte ricca del Paese, smarcando completamente anche i partiti nazionali, costretti a rincorrere una ormai consolidata questione settentrionale, che vi siano dei contrappesi consistenti di gruppi organizzati sugli interessi delle altre parti del Paese, rimasti senza protezione, non vi sono dubbi. E in realtà, dopo quello dell’autonomia di Lombardo vi sono altre organizzazioni che stanno nascendo: in Puglia, dove Adriana Poli Bortone, lavora a una Lega Sud, «Io Sud», con Emiliano leader, a Napoli con il movimento «Sudd» di Bassolino. Mentre in Sardegna il movimento autonomista ha una lunga storia ed ancora molti aderenti.

L’altra esigenza che sembrava contrapposta ed in realtà è convergente alla prima è di avere all’interno dei partiti nazionali più forza di pressione. Per far ciò è necessario che i partiti nazionali si muovano verso il federalismo dei partiti tra le regioni. Nel senso che ogni organizzazione territoriale regionale del partito abbia un’autonomia, decisionale ampia e pesi all’interno del partito nazionale con proprie rappresentanze. In realtà in un momento in cui la legge elettorale non prevede più le preferenze lo strapotere delle oligarchie partitiche nazionali è aumentato enormemente. Per cui politiche in dissonanza alle volontà dei vertici dei partiti nazionali hanno portato, laddove ve ne siano state, alla eliminazione dai posti con probabilità di successo delle liste, dei possibili dissidenti. La trasformazione dei partiti nazionali in partiti federati porterebbe ad una esaltazione degli interessi locali e legherebbe maggiormente le rappresentanze locati ai territori evitando quel fenomeno diffuso recentemente dell’imposizione di candidati totalmente sganciati o frutto di nepotismi mai sopiti.

Ma ci si chiede se tutto ciò è sufficiente per riequilibrare la situazione italiana in termini di poter definire e perseguire il progetto di unione economica, con eliminazione dei divari, che doveva essere l’obiettivo principale dal giorno in cui nel 1860 si statuì l’unione politica dell’Italia. Il dubbio che la situazione possa continuare analoga a quella che si è avuta nei primi 150 anni di storia del Paese è legittimo. Infatti, la forza economica e anche demografica, ormai della parte forte è tale che il Mezzogiorno è un vaso di coccio tra vasi di ferro. Per cui nei momenti importanti, quando si tratta di ripartire le risorse, è facile che si trovi in una posizione di minoranza. Per tanti motivi, il primo dei quali è l’insufficienza culturale ed economica della propria classe dirigente. Culturale perché si vive in una realtà a ritardo di sviluppo, caratterizzata da istituzioni civili e sociali meno evolute, si pensi alla formazione nella scuola superiore e dell’università. Economica perché qualunque progetto socio culturale ha più difficoltà ad attuarsi considerato che dietro non vi è una forza economica del territorio paragonabile a quella della parte forte, con iniziative editoriali in termini di quotidiani e di televisioni adeguate a diffondere pensiero. Il risultato di tale stato è una divisione del Paese in due parti ormai in atto. Che prevede che il singolo abbia servizi simili ma li abbia diversi a seconda del luogo in cui abita. Se sei lombardo hai il diritto a servizi sanitari, di trasporto, sociali, universitari, di serie A. Un cittadino del Sud, anche se paga una aliquota simile a quella del suo pari reddito milanese ha diritto a servizi di serie B o C, che vuol dire: sanità di serie B, trasporti inadeguati, formazione insufficiente, mancanza di voce. In tale situazione essere nello stesso Paese rischia di dare al Sud solo gli svantaggi di tale unione, di essere solo il mercato di consumo e di localizzazione per gli insediamenti sporchi, leggasi raffinazione del petrolio, smaltimento di rifiuti tossici, centrali atomiche ecc. di non avere la possibilità di una fiscalità di vantaggio che l’Unione ammette solo per tutto il Paese. Paesi con una forza demografica di gran lunga inferiore, dalla Croazia, alla Slovenia dall’Ungheria al Portogallo alla Grecia, fino ad arrivare a Malta e a Cipro hanno rango di paesi europei con diritto alla presidenza e di portare a Bruxelles la loro voce con forza.

Ed allora da parte di molti ci si chiede se la soluzione di dividere il Paese in due parti non sia quella soluzione da cui tutti vorrebbero sfuggire ma che alla fine diventa inevitabile considerato che nei fatti ormai il processo, subdolamente, è già in atto.

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La nuova via del business

10 luglio 2009

La nuova via del business
Dall’Oriente viaggia il traffico Internet, il Mediterraneo è il crocevia

da La Stampa.it del 04/07/09

img3L’hanno chiamata «la nuova via della seta» ed è una prospettiva un po’ immaginifica, ma non così lontana dalla realtà. Se un tempo dall’Oriente arrivavano le spezie, ora è il traffico dei dati a correre lungo il pianeta. E tanti passano per l’Italia. La Sicilia, in particolare è tornata ad essere il crocevia del mondo. Attraverso gli snodi della rete telefonica siciliana, infatti, passano buona parte delle comunicazioni di Africa e Asia che hanno bisogno di collegarsi al resto del mondo. La rete di Internet, infatti, passa attraverso alcuni snodi, detti «Pop», che si trovano nelle città. Ma poi questi «Pop» devono collegarsi tra loro. «E la novità - dice l’ingegnere Stefano Mazzitelli, amministratore delegato della società Sparkle di Telecom Italia - è che da qualche anno il traffico generato dall’Oriente non soltanto è in crescita tumultuosa, ma preferisce orientarsi verso Ovest, cioè verso il Mediterraneo, piuttosto che nella tradizionale rotta verso Est e l’America. Dal 2008 l’Italia è diventato il primo hub dei dati Internet per l’Africa, superando Francia e Gran Bretagna. Il 48% del loro traffico passa per la Sicilia».
Sparkle è una società del gruppo Telecom Italia che negli ultimi cinque anni ha investito seicento milioni di dollari nello sviluppo di una ragnatela di cavi sottomarini in fibra ottica, in grado di far correre i dati alla velocità della luce e in quantità impensabili finora. Per ogni cavo corrono sei coppie di fibre ottiche e ciascuna supporta tre volte quello che servirebbe all’Italia per le sue comunicazioni Internet mondiale. Risultato: l’intero traffico di Israele, della Libia, dell’Egitto, metà traffico di Tunisia e Algeria, buona parte di quello di India e Pakistan, in pratica quasi tutta l’Africa e il Medio Oriente, passano per i suoi piccoli cavi (diametro di 15 centimetri circa) posati in fondo al Mediterraneo. Naturalmente non c’è solo Sparkle. Ma i suoi cavi fanno buona concorrenza a quelli di France Telecom, che collegano direttamente il Maghreb a Marsiglia, e a quelli dei consorzi «IMEWE» e «SMW4», dove peraltro è presente di nuovo Telecom Italia.
«Grazie ai nostri investimenti - dice ancora Mazzitelli - possiamo garantire agli operatori telefonici di tutto il mondo un’adeguata velocità e la sicurezza di accedere ai grandi centri dell’Europa». Inutile passare per Turchia o Grecia, le loro reti telefoniche non sarebbero in grado di reggere così tanto traffico. Ed è un problema di costi (Sparkle incassa oltre cento milioni di euro all’anno per il servizio), ma anche di qualità. Tanto che l’India e il Pakistan non hanno esitazioni a indirizzare il loro traffico per il Mediterraneo e per gli snodi di Catania, Mazara e Palermo. E’ solo l’Oriente più lontano, cioè la Cina o la Malesia, che trovano più conveniente attraversare il Pacifico.
Tutto ciò ha reso di nuovo il Mediterraneo importante. Quantomeno nel mondo delle telecomunicazioni. «Il satellite non può assolutamente garantire queste velocità e questi costi, - dice ancora Mazzitelli - ed è così che siamo tornati al Mare Nostrum». E altre infrastrutture sono in arrivo. Stanno posando sul fondo del Golfo Persico il cavo «IMEWE» che darà ancor più impulso al collegamento tra Mediterraneo e India. E’ stato appena siglato un contratto con un operatore indonesiano che per collegarsi alla Grande Rete Internet ha preferito passare per Palermo.
Vista l’accresciuta importanza del Mediterraneo, ci vorrà però un po’ più di cautela in questo nostro mare tanto bistrattato. Specie nel punto più a rischio, ovvero quando i cavi devono emergere dalle profondità e incontrarsi con la rete in terraferma. Nell’ultimo anno è già successo per due volte che i cavi telefonici sottomarini siano stati tranciati da ancoraggi sbagliati. Una volta l’Egitto è rimasto isolato per mezza giornata. In Rete, al proposito, s’incontrano già ipotesi dietrologiche, del tipo «sono prove di terrorismo informatico» oppure «è il sabotaggio dei Paesi ricchi ai danni di quelli poveri». Mazzitelli ne ride, ma fino a un certo punto: «Prove di sabotaggio non ce ne sono, ma naturalmente questa è una materia particolarmente sensibile e quindi le nostre infrastrutture sono ben protette, sia fisicamente, sia con software adatto».

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Inceneritori in Sicilia, il grande sogno di Berlusconi

9 luglio 2009

Inceneritori in Sicilia, il grande sogno di Berlusconi

da OsservatorioSicilia.it del 05/07/09

inceneritori1Era prevedibile ed è successo. La gara d’appalto europea per gli inceneritori, detti per convenienza politica e per gentile concessione a Enel ed altri interessati al CIP6, termovalorizzatori, è andata deserta.
La domanda che si pone ora è quale gioco e quale speculazione si starebbe attuando su questi impianti che sono la soluzione peggiore per risolvere il problema dello smaltimento dei rifiuti senza emissioni di particelle nocive e senza “scarti” di lavorazione che come noto, per gli inceneritori non sono “inerti” e necessitano di un sito di stoccaggio. Più o meno come le scorie nucleari.
Ma è il sogno di Berlusconi quello di incenerire la Sicilia quando esistono alternative più avanzate e tecnologicamente sicuri, ma con gli inceneritori i grandi gruppi industriali , Falck, della Waste Italia e della Sicilpower e dei grandi finanziari che stanno loro dietro, possono ottenere enormi ricavi a costo quasi zero e l’Enel, che acquisterà l’energia otterrà un prezzo doppio rispetto a quello di mercato. Come risultato generale si può dire che ai siciliani rimarranno i tumori e l’inquinamento ambientale oltre all’esoso pagamento dello smaltimento dei rififuti (si pagherà il prelievo e anche l’incerimento) agli imprenditori del nord ed alla finanza l’utile economico a rischio zero.
Perché dunque la gara è andata deserta? Chiaro, chi ha iniziato le strutture di morte hanno utilizzato tecnologie ormai superate e quindi oggi pensano di realizzano il massimo profitto sapendo a priori che tutto quanto da loro costruito è da demolire.
Se non ci fosse stato lo stop europeo, la politica italiana berlusconiana ci avrebbe regalato non solo gli inceneritori ma anche  il biglietto per il “paradiso” considerato che avrebbero costruirto ben 4 “chernobil”.
Adesso il Presidente della Regione Siciliana sembra intenzionato a stoppare il tutto e rimettere in discussione quanto, per spinte economiche e politiche interessate, è stato fatto e per questo penserebbe di imporre all’Arra un cambio di strategia. Tutto da rifare quindi in prospettiva 2011 quando saremo finalmente costretti ad attuare almeno il 65% della raccolta differenziata, pena pesanti sanzioni dall’Europa. .
Finalmente Lombardo ha parlato dei per i disastri ambientali di Melilli e Priolo, ma questo gli impone di non smentirsi assecondando il sogno di Berlusconi.
Non è chiaro a cosa si vuole arrivare ma sembrerebbe che finalmente si comincia ad aprire gli occhi dalla nebbia che il governo nazionale, Berlusconi e i gruppi industriali del nord, Enel compresa, avevano calato sulle soluzioni economicamente più convenienti, sicuri, che non emettono sostanze inquinanti e non producono scarti, quali gli impianti pirolotici ed anaerobici i cui residui di lavorazione, inerti, si utilizzano per la costruzione di strade.
Lombardo penserebbe a soluzioni che non emetterebbe PM10 e punterebbe sul metodo  ”pirolisi”, con processo di “gassificazione”, a fiamma “fredda”.
Sembra che esistano due possibili soluzioni, tecnologicamente contigue, già diffuse sia in Europa che negli Stati Uniti: la “dissociazione molecolare” ed i termovalorizzatori  ”a torcia al plasma” .
Un impianto “a dissociazione molecolare” di media capacità si presume costi per la sua costruzione almeno il 75% in meno di un inceneritore e tra manutenzione e costi di esercizio arriverebbe a circa 6 milioni di euro/anno  che sarebbero interamente coperti dal ricavo, ancora però tutto da quantificare, della vendita dell’energia elettrica.
Esistono però, come già più volte scritto, impianti pirolitici ed anaerobici che hanno il pregio di non produrre inquinamento e di costare poco sia come realizzazione che come costi di esercizio interamente coperti dalla vendita di energia e dei residui di lavorazione riutilizzabili, a differenza degli scarti “non inerti” degli impianti a dissociazione molecolare e degli inceneritori a torcia a plasma che devono essere stoccate come residui pericolosi come le scorie nucleari.
Ecco che questi impianti, tecnologicamente avanzati e sicuri, fonte di reddito e di manodopera, che non necessitano dell’obolo di stato, leggasi CIP6, non fanno comodo alle lobbies del nord Italia che spingono verso quelle soluzioni a loro più confacenti.
Gli occhi si starebbero aprendo e la nebbia governativa nazionale comincia a diradarsi ma ancora troppi dubbi gravano su queste operazioni che paiono sempre orientate da gruppi di potere dediti alla speculazione ed al guadagno sulla pelle dei cittadini.

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Su termovalorizzatori e rifiuti in Sicilia, Lombardo è “revisionista” e dice all’Arra: “adesso si cambia tutto”

9 luglio 2009

Su termovalorizzatori e rifiuti in Sicilia, Lombardo è “revisionista” e dice all’Arra: “adesso si cambia tutto”

da SiciliaInformazioni.it del 04/07/09

lombardoTermovalorizzatori in Sicilia. La gara di appalto europea per i primi tre, del 30 giugno scorso, “aperta” a tutti ma andata deserta, sta spingendo il presidente della Regione ad imporre all’Arra un cambio di strategia. Se pensiamo che il “Piano dei rifiuti” che prevedeva i quattro mega termovalorizzatori in Sicilia (indipendentemente dagli obblighi e dagli obiettivi posti dalla Ue sulla raccolta differenziata) è del 2002, e non è mai passato dal vaglio dell’Ars, si comprende il perché dell’orientamento “revisionista” di Raffaele Lombardo.
Cosa vuole fare il governatore? Intanto, spiegano i suoi collaboratori, non può e non vuole smentire né la sua adesione alla filosofia sull’energia pulita e la terza rivoluzione industriale di Rifkin, né le norme di legge sul riciclo ed il riuso dei rifiuti, che impone alla Sicilia di raggiungere la quota di raccolta differenziata del 65%, entro il 31 dicembre 2011. Pena, pesanti multe della Ue
Prioritariamente, il presidente intende chiudere con il “pasticcio”, di origine cuffariano, delle ingombranti presenze della Falck, della Waste Italia e della Sicilpower. Grandi soggetti imprenditoriali, legittimamente interessati a vendere ciò che già fanno, ed hanno (ossia tecnologie del 1999- 2002 ormai superate), per realizzare il massimo del profitto con il minimo dello sforzo (ndr :subappalti in loco a parte). Aziende che, in quanto “vincitrici” della prima gara , organizzata per “concessioni” (ndr: ossia cedendo, irrevocabilmente, a soggetti privati, la titolarità e la proprietà di: progetti, terreni, autorizzazioni, titoli di finanziamento pubblico) porterebbe in sè l’incognita di spogliare la Regione di ogni prerogativa, sia di programmazione del settore rifiuti, che di loro legittimo controllo diretto. Quindi, una parte strategica della filiera dei rifiuti finirebbe, esclusivamente, nelle mani di privati, legittimamente interessati a massimizzare il loro profitto, con riverberi non benefici sulle future aliquote Tarsu. Sarebbe , perciò, un’avventura. Aggravata dalle mega dimensione degli impianti e dalle tecnologie che si prevedono di utilizzare e che, al di là della loro datazione, prevedono, sempre, il sistema dell’espulsione di gas e vapori, tramite un camino; che non può dare mai certezze.
Così, il leader politico autonomista, che al suo ultimo congresso nazionale dell’Mpa ha tuonato contro le precedenti classi politiche siciliane di governo, per i disastri ambientali di Melilli e Priolo, ora non può “rischiare” di mettersi lui sottoscopa per il futuro. Non ne avrebbe nessun vantaggio politico, né alcuna scusante.
Ecco, perché Lombardo pensa ad impianti di dimensioni sensibilmente più piccoli, parecchio meno costosi, più numerosi (da 4 a 6/7), ma soprattutto tecnologicamente di ultima generazione, e senza camino verticale. L’unica, materiale garanzia, che questi impianti non possano produrre un inquinamento eco-ambientale. Negli ultimi anni sia l’Enea che il Cnr, hanno collaborato con americani e scandinavi sulla nuova frontiera del metodo della “pirolisi”, con processo di “gassificazione”, a fiamma “fredda”. Il tipo di procedimento che permette la massima resa produttiva ed energetica nella bruciatura dei rifiuti, con il pregio di minori costi – di costruzione e gestione – senza alcuna alea di emissioni inquinanti (niente pm10, nano polveri, diossina, etc) nell’atmosfera.
Esistono due possibili soluzioni, tecnologicamente contigue, già diffuse sia in Europa che negli Stati Uniti: la “dissociazione molecolare” ed i termovalorizzatori “a torcia al plasma” (e senza camino verticale).
Per sommi capi, vi facciamo un esempio concreto: un impianto “a dissociazione molecolare” della capacità di lavorazione di 250mila tonnellate l’anno (adeguato per Palermo e provincia) costerebbe all’incirca 15 milioni di euro, impegnerebbe una quarantina di dipendenti, avrebbe un costo di manutenzione sui 4 milioni di euro l’anno, con un costo di smaltimento dei residui appena attorno al un milione e mezzo di euro, contro un ricavo certo al minimo di 8 milioni di euro annui, solo per vendita di energia. Ed infine, per costruirli basterebbero poco meno di 400 giorni lavorativi. Se poi fosse dotato dei moderni pannelli solari di ultima generazione (per alimentarne la produzione), diverrebbe un modello “verde” di riferimento per l’Italia e per l’Europa.
Peraltro, ridiscutere l’allocazione dei nuovi siti degli impianti e l’innalzamento del loro numero – come sta facendo Lombardo - permetterebbe di erigere un ulteriore parapetto ideale, per reggere lo scontro in un eventuale contenzioso giudiziario con la Falck e le altre società interessate. Aziende “concessionarie”, che reclamano il pagamento complessivo di circa 300 milioni di euro quale rimborso per lavori preliminari, già effettuati nei quattro siti a suo tempo previsti, sulla base della originaria gara di “affidamento in concessione”; la stessa, fortunatamente, cassata in radice dall’Alta Corte di Giustizia Europea.
Ha spiegato Lombardo. “E’ vero, che esiste il rischio di un duro contenzioso giudiziario. Ma non è vero che procedendo come io mi riprometto, si rischia di perdere altro tempo utile per fronteggiare l’emergenza, o addirittura di perdere tutti i finanziamenti pubblici. Perché, comunque, per costruire i quattro termovalorizzatori previsti ci vorrebbero almeno tre/quattro anni di ulteriore attesa, per cui nel frattempo dovremmo continuare ad andare avanti con le discariche. Il Piano, poi, si può cambiare senza alcun rischio, specie se lo vota l’Ars, che quello di Cuffaro non ha mai votato”.
Infine, il presidente della Regione ha espresso la sua determinazione a voler affrontare al più presto all’Ars la riforma degli Ato, bloccata da Udc e Pdl da circa 8 mesi. Il fallimento e l’agonia di almeno 19 Ato su 27, ha già prodotto un “buco” complessivo da pagare per le casse regionali, di oltre un miliardo di euro. Una voragine incredibile. “Aver ritardato l’iter di questa indispensabile riforma Ato – ha commentato Lombardo – è stato un vero e proprio atto criminale, che ha consegnato all’incedere dell’emergenza rifiuti, intere porzioni del nostro territorio regionale”. Ribadendo, così, quanto aveva già dichiarato a Siciliainformazioni.com il 15 maggio scorso.
Sulla recente e velata minaccia di Berlusconi di voler commissariare, da Roma, il comparto rifiuti siciliano, Lombardo ha invece glissato. Evitando di prendere una posizione diretta e frontale. Delegando la gestione della fattispecie all’opera ed alla valutazione dell’assessore alla Protezione civile Gaetano Armao che, da fine giurista, ha messo subito le mani avanti: “Vedremo e valuteremo laddove sussistano le condizioni”. Parole che ci permettiamo, arbitrariamente, di poter tradurre così: “Si potrà concordare una sorta di commissariamento, se potranno tornarci utili, alla bisogna, nuovi ed importanti fondi statali, extra Fas e a condizione di non perdere, però, la nostra autonoma titolarità regionale di iniziativa, gestione e controllo”.

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Usura, Campania maglia nera. Al Trentino il titolo d’intoccabile

9 luglio 2009

Usura, Campania maglia nera. Al Trentino il titolo d’intoccabile
La classifica delle aree più minacciate dagli “strozzini” vede ai primi posti anche Calabria, Puglia e Sicilia

da La Stampa.it del 04/07/09

img11La maglia nera del rischio usura spetta alla Campania. Seguono la Calabria, la Puglia e la Sicilia. A Nordest, invece, abbiamo l’area meno interessata, o quasi, da questo pericolo. Friuli Venezia Giulia, Emilia Romagna, Veneto e il Trentino Alto Adige infatti, sono tra le regioni italiane quelle meno interessate dalla piaga dello «strozzinaggio».
Il giudizio arriva dall’Ufficio studi della associazione artigiani e piccole imprese - Cgia di Mestre, sulla base di un’elaborazione in cui sono stati messi a confronto alcuni indicatori regionalizzati riferiti al 2008 quali la disoccupazione, i fallimenti, i protesti, i tassi di interesse applicati, le denunce di estorsione e di usura, il numero di sportelli bancari e il rapporto tra sofferenze ed impieghi registrati negli istituti di credito.
«Dimensionare l’usura o le estorsioni solo attraverso il numero di denunce - commenta il segretario della Cgia, Giuseppe Bortolussi - non è molto attendibile perché il fenomeno rimane in larga parte sommerso e risulta quindi leggibile con difficoltà, approssimazione e attendibilità relativa. Per questo abbiamo messo a confronto ben 8 sottoindicatori per cercare di dimensionare con maggiore fedeltà questa emergenza. Ma quello che forse pochi sanno - continua Bortolussi - sono le motivazioni per le quali molti cadono nelle mani degli strozzini. Oltre al perdurare della crisi per artigiani e commercianti sono le scadenze fiscali a spingere molti operatori economici nella morsa degli usurai. Per i disoccupati o i lavoratori dipendenti, invece, sono i problemi finanziari che emergono dopo brevi malattie o infortuni».
Ritornando alla metodologia di calcolo di questo indicatore si evince che nelle aree dove c’è più disoccupazione, alti tassi di interesse, maggiore sofferenze, pochi sportelli bancari e tanti protesti la situazione è decisamente a rischio. Ebbene, rispetto ad un indicatore nazionale medio stabilito dagli esperti dell’associazione artigiani mestrina pari a 100, il tasso di usura rilevato in Campania, a cui spetta la maglia nera, è di 173 (pari al 73% in più della media Italia), in Calabria 161 (61% in più rispetto la media Italia), in Puglia 144 (44% in più della media Italia) e in Sicilia 143 (43% in più della media Italia).
Mentre sul podio degli ’intoccabilì dagli strozzini o quasi, stanno il Trentino Alto Adige con un indice di rischio usura pari a 50 (50% in meno della media nazionale), seguito dalla Valle d’Aosta con 61 (39% in meno della media Italia), dal Veneto con 66 (34% in meno della media Italia) e dall’ Emilia Romagna con 68 (32% in meno del dato medio Italia).
Se, invece, si analizza il dato nudo e crudo delle denunce per usura registrate nel 2007 (purtroppo ultimo dato disponibile a livello territoriale) con 1,79 denunce ogni 100.000 abitanti è il Molise a guidare la classifica. Segue la Campania con 1,52 ogni 100.000 abitanti. Per quanto concerne le estorsioni, invece, è la Campania a svettare in cima alla graduatoria con 25,67 denunce ogni 100mila abitanti. Segue la Calabria con 22,02 ogni 100mila abitanti.

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Patto etico per lo sviluppo

8 luglio 2009

Patto etico per lo sviluppo

di GIANNI NOTARI
da La Repubblica Palermo del 03/07/09

notari_alle_giornateeconomia2008La Sicilia deve il suo “benessere” all’erogazione di risorse pubbliche ma queste, allo stato dei fatti, hanno determinato una deriva assistenzialistica che limita enormemente le possibilità di individuare percorsi autonomi di sviluppo centrati sul mercato, sulla libera concorrenza, sull’impresa.
Tale stato di cose deve terminare.
La domanda da porsi – e qui sta la nuova “questione” meridionale – è come fare. Riteniamo che sia arrivato il momento di riprenderci in mano la nostra storia, disegnando un modello di sviluppo che sia alternativo all’attuale stato delle cose.
Prendiamo spunto dalla vicenda dei Fondi Fas per proporre alcune riflessioni a questo proposito. La cronaca politica dei giorni scorsi ha mostrato in maniera evidente che questi fondi sono stati oggetto di beghe di palazzo, finalizzate a porre gerarchie fra correnti e partiti. Crediamo sia corretto porre fine a questa sorta di “intervento straordinario” che ci conduce, paradossalmente, a desiderare di continuare ad essere area depressa. Quello che non può essere accettato è che questo accada con simili modalità, solo per conquistare e mantenere vantaggi di una parte su un’altra.
Ben venga un nuovo corso economico in Sicilia. Ben venga la fine di una redistribuzione miope delle risorse, avulsa da ogni ben definito piano di sviluppo. Ma per far ciò è necessario un progetto. È bene ribadire che la redistribuzione di fondi da parte delle autorità centrali ai “soggetti territoriali” più deboli non è certo un male di per sé, ma lo è diventato per il modo in cui negli anni tutto ciò è stato gestito. Non sono mancati gli studi e le ricerche che hanno messo in evidenza gli sprechi e le anomalie nel sistema di gestione; eppure, poco o nulla è cambiato e tutto ciò ha avuto pesantissime ripercussioni sull’economia ma anche sulla cultura, sulle aspettative e sulle scelte degli attori sociali. Non sarà compito facile immaginare e realizzare una prospettiva diversa ma per incamminarsi in questa direzione è, come prima cosa, necessario un “Patto etico della Sicilia” che unisca tutte le forze politiche intorno ad un nuovo percorso di riforma e di partecipazione.
Occorre manifestare una “comunanza di intenti” che vada oltre la destra e la sinistra per raccogliere la parte rinnovata dei partiti, insieme alle espressioni più dinamiche della società siciliana come il mondo della finanza, gli imprenditori, l’università, i centri di alta formazione, l’associazionismo, il sindacato.
Non è possibile creare alleanze solo in virtù di una spartizione fra chi ha ottenuto ampi consensi elettorali. Si tratta, in definitiva, di esprimere una governance professionalizzata e rinnovata nei quadri.
Il “Patto etico della Sicilia”, però, non deve basarsi su un’autonomia intesa come rivendicazione di privilegi; autonomia non significa isolarsi ma, al contrario, lavorare per imparare a camminare sulle proprie gambe e diventare credibili dinanzi al resto del Paese, interlocutori e partner. C’è bisogno di credibilità: a livello istituzionale, politico, economico. La Sicilia, infatti, è ricca di una vitalità troppo spesso schiacciata da logiche opprimenti.
I dati forniti recentemente da Bankitalia sono preoccupanti. La crisi è globale ma i nostri problemi vanno oltre l’attuale congiuntura, sono strutturali. Manca un vero tessuto produttivo ed è la spesa regionale a portare avanti l’economia per il 40%; il tasso di disoccupazione è il più alto d’Italia, stentano le esportazioni, rallenta il credito. Dati che trovano una conferma nell’ultimo “Report Sud” pubblicato dalla Fondazione Curella e dal DISTE Consulting.
È ora di porre fine alle logiche delle poltrone, dell’improvvisazione e delle politiche dell’emergenza. È tempo di pianificare. È tempo di mettere insieme le migliori forze di cui questa terra dispone per delineare un processo di cambiamento. Comprendiamo che non si tratta di un passaggio facile e che chi assolve a compiti di governo – così come a quelli dell’opposizione – si troverà a gestire problemi e transizioni che non si risolvono con le buone intenzioni. Vogliamo richiamare, però, la politica della speranza di Castells. La politica, infatti, può svolgere un ruolo essenziale nell’avviare processi di rinnovamento e di crescita qualora riesca a conquistare (con atti concreti e ben mirati e non certo con le messianiche retoriche) la fiducia dei cittadini. Allora, come dimostra il caso americano, è possibile avere “speranza” che si possano superare anche i momenti più bui, investendosi personalmente per raggiungere questo obiettivo.
Perché non proviamo ad avviare percorsi nuovi senza riciclare il vecchio? L’assunzione di responsabilità che la nostra classe politica è chiamata a compiere rispetto a ciò, però, non deve essere misurata sul “qui ed ora”, sulle logiche interne ai partiti o sul mero computo dei voti. È qualcosa di più grande di cui sono capaci solo coloro che lasciano un segno nella storia. Si tratta di decidere se essere solo alcuni fra i tanti rappresentanti eletti che affollano un Parlamento sempre meno credibile e stimato oppure se essere qualcosa di diverso. È il momento di scegliere. E agire.

 


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Le banche protestano contro i «tutori» del credito

3 luglio 2009

Le banche protestano contro i «tutori» del credito
da IlSole24ore.com del 02/07/09

img1Il tavolo tra banche e prefetti sulla verifica dell’erogazione del credito alle imprese comincia a mostrare i primi nervi scoperti. Più che altro, però, questo avviene nelle zone di provincia lontane dai grandi centri abitati. È quanto fa trapelare l’Abi, l’associazione bancaria italiana. I rappresentanti del Governo, secondo quanto riferito ieri dall’agenzia Radiocor, sono andati oltre quanto previsto dalla normativa – ovvero la segnalazione alla banca di un reclamo di un cliente – e hanno indetto riunioni a tre, Prefetto-banca-cliente al quale non é stato concesso il credito, per discutere, nel merito, i singoli casi. Un comportamento che ha spinto l’Abi ad avanzare una formale protesta nei confronti del ministero dell’Economia e dell’Interno, promotori, attraverso i ministri Roberto Maroni e Giulio Tremonti, dell’iniziativa di monitoraggio dell’andamento del credito nei confronti di famiglie e imprese nata con il decreto legge anti-crisi.
Gli Osservatori regionali sul credito, istituiti presso i capoluoghi di Regione a partire da aprile, hanno tutti già svolto la loro prima riunione d’esordio. Il clima tra i partecipanti ai tavoli, almeno nelle grandi metropoli, é risultato molto collaborativo. Il problema é sorto invece per alcuni Osservatori costituiti in città non capoluoghi di regione dove i rappresentanti del Governo, secondo le fonti interpellate, hanno avuto comportamenti non conformi alla direttiva di Economia e Interno. Tra i comportamenti contestati dall’associazione guidata da Corrado Faissola c’é la convocazione da parte dei Prefetti di singole banche alle quali sono stati chiesti dati sui crediti erogati e sui tassi applicati alla clientela. E questo quando i dati sulla dinamica del credito, come ha già avuto modo di chiarire anche il Governatore della Banca d’Italiaimg Mario Draghi in una circolare alle Filiali dell’istituto a marzo, li deve fornire solo via Nazionale. Dati che devono essere aggregati per territorio, senza dare indicazioni per singola banca. Da parte dei banchieri, inoltre, si lamenta anche il fatto che il decreto anticrisi abbia previsto la costituzione dei tavoli nelle singole Province, come emanazioni degli Osservatori regionali, solo nell’eventualità di problemi particolari segnalati da quel territorio. Nel frattempo la Banca d’Italia ha trasmesso al Parlamento la relazione sull’azione di controllo in sede ispettiva: nel 2008 sono stati effettuati 190 accertamenti (175 nel 2007), di cui 150 su banche, con attivi medi pari al 55% dell’intero sistema, e nei soli primi cinque mesi del 2009 ne sono stati avviati complessivamente 102. Questi dati, in verità, erano già stati in parte forniti in occasione della relazione annuale dell’istituto guidato da Mario Draghi. Nel triennio 2006-2008 gli accertamenti presso le banche e altri intermediari sono stati 559. I giudizi espressi a seguito di ispezioni di tipo “mirato”, si legge nella relazione, sulle banche di maggiori dimensioni (con attivi complessivamente pari al 39,6% del sistema), mostrano una prevalenza di valutazioni intermedie e sfavorevoli, circostanza che riflette la prassi di focalizzare gli accertamenti sui profili di rischio ritenuti ex ante generalmente più critici.
Nel corso dei primi mesi del 2009, nel complesso, si registra un peggioramento nelle valutazioni, con un aumento dei giudizi sfavorevoli, divenuti pari al 30% del totale.

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Il Pil crolla, la Sicilia soffre

1 luglio 2009

Il Pil crolla, la Sicilia soffre
Report Curella-Diste: nel 2009 Sud ancora più povero. “Effetto della crisi”

da La Sicilia del 01 luglio 2009
di PIETRO BUSETTA

busetta2Sembrano bollettini della sconfitta i report degli ultimi periodi. E su quasi tutti i fronti. E non ci si stranisce più di tanto. In qualche modo le attese negative vengono confermate. E ci si chiede invece se si è già toccato il fondo e ci si può aspettare di nuovo la crescita.
Ovviamente è con grande dispiacere che si registrano le cadute di quasi tutti gli aggregati di riferimento: il pil nel suo complesso, ma anche la perdita di posti di lavoro, le esportazioni che registrano andamenti non particolarmente positivi.
Gli effetti della crisi mondiale mordono anche in quelle periferie che da perdere hanno poco. Nel Mezzogiorno considerato prevalentemente assistito e fatto soprattutto di pubblico la caduta del pil è infatti notevole. Si parla di un -5,5%, che non è una percentuale da poco per una area già povera.
Presentato ieri al Rettorato dell’Università di Palermo, il diciannovesimo rapporto del Diste Consulting e della Fondazione Curella dà la misura di quanto bisognerà lavorare per risalire la china. Ed il titolo del rapporto è illuminante: chi ha meno da; chi ha più riceve, ed il sottotitolo: il finanziamento del Sud al Nord.
Non è un fatto nuovo: per tanti anni il Sud è stato strumentale rispetto ai programmi del Nord ricco. Con le sue persone formate che si spostano a seconda delle esigenze della parte sviluppata; con il suo mercato di consumo utilizzato come mercato di sbocco per le industrie nazionali; con gli stessi fondi strutturali usati per finanziare fabbriche della industria nazionale, che al momento opportuno, utilizzati i finanziamenti ricevuti, venivano chiuse; con i suoi territori dove localizzare gli impianti, per esempio di raffinazione, magari già obsoleti che nessuno voleva.
Tutto ciò coperto dalla retorica di un Sud, nel quale si versavano ingenti risorse, che puntualmente sprecava, alimentando il circuito della malavita organizzata. E nei momenti difficili esso paga il conto più salato. Perché se in quest’area si perde un posto di lavoro è l’unico che si ha in famiglia; se diminuiscono le esportazioni l’azienda chiude.
E la sensazione netta è che questa crisi non sta insegnando niente al Paese. Non si approfitta del momento per riflettere su un diverso modello che consenta di investire in modo consistente nella formazione e nella ricerca, per competere con i nuovi entranti nel mercato mondiale.
Anzi si tolgono quei pochi o molti soldi che la Comunità Europea ci ha obbligato a destinare al Sud, con stratagemmi risibili, per finanziare la crisi, che come è noto morde anche nelle aree ricche.
E tale comportamento lo si teorizza da parte di esponenti della Lega Nord: finalmente il Sud sprecone si sta rendendo utile a chi lavora e produce, affermano i leghisti doc come Castelli. E si finanzia la detassazione dell’Ici, Milano 2015, il terremoto dell’Abruzzo, il deficit del comune di Catania o il tracollo colposo dell’Amia di Palermo. Quello che doveva essere fatto con fondi diversi porta al saccheggio delle risorse da destinare agli investimenti produttivi o alle infrastrutture del Sud.
Tanto e come i parenti poveri, se un giorno non ricevono il quotidiano schiaffo si chiedono come mai. D’altra parte gli obiettivi che il Nord ed il Sud hanno sembrerebbero, ad una visione miope, contrapposti. E’ evidente che se si costruisce il ponte sullo Stretto si sottraggono risorse alla rete autostradale del Nord; se si investe sull’alta velocità della Napoli-Palermo probabilmente non si collegheranno altri centri del Nord Est e così via.
Poiché in costanza di risorse limitate e di un debito pubblico tra i più elevati del mondo, anche se in questo momento non costa molto considerato che i tassi sono molto bassi, non si può pensare di utilizzare la coperta troppo corta per coprire tutti. E se c’è qualcuno che deve e ha più facilità a restare scoperto questo è il Sud, ormai abituato a dormire all’addiaccio e al freddo. Ma forse in più si cominciano a rendere conto che “chiù scuru e mezzanotti un po’ fari” e cercano vie risolutive alla mancanza di forza sul governo nazionale, ormai condizionato nella maggioranza pesantemente dalla Lega Nord e nella minoranza dall’inseguire una supposta e sempre più strombazzata questione settentrionale.
La soluzione dei movimenti autonomisti o del cosiddetto partito del Sud insieme ai partiti federati diventa una via d’uscita indispensabile, il lento Sud, con anni di ritardo, si accorge che deve contare politicamente altrimenti la sua fine sarà la desertificazione demografica e la definitiva accettazione che si è cittadini di serie B.

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Calo dei consumi e più disoccupati

1 luglio 2009

Calo dei consumi e più disoccupati

da La Sicilia del 01 luglio 2009

 

 

img_reportPALERMO. «Chi ha meno: da; chi ha più: riceve». Questo, in sintesi, il titolo di apertura del 19° Report Sud, realizzato dalla Fondazione Curella e dal Diste Group, che traccia una dettagliata indagine sulla situazione economica nel Mezzogiorno. Lo studio, presentato ieri nella Sala dei Baroni di Palazzo Steri,evidenzia come il fattore «crisi internazionale» continua ad avere effetti negativi sull’economia delle regioni meridionali con un aggravamento della recessione, che nei primi tre mesi del 2009 ha toccato i picchi massimi. Secondo i dati presentati, viene fuori che le famiglie del mezzogiorno d’Italia spendono meno pervia della sempre più forte erosione del potere d’acquisto, del timore sul futuro della crisi, per la mancanza di certezze lavorative e per le inasprite condizioni di indebitamento. Nei primi tre mesi del 2009, il numero degli occupati si è posizionato a quota 6 milioni 255 mila unità con una variazione negativa dell’1 ,8% rispetto all’anno precedente. Nel Sud/Isole sono 950 mila le persone in cerca di lavoro mentre il tasso di disoccupazione fa segnare un aumento dello 0,2% passando al poco confortante 13,2%. Calo in picchiata delle esportazioni, che rispetto allo stesso periodo del 2008 hanno fatto registrare il -32%, mentre è allarme rosso per il settore turismo, lento a recuperare le perdite dell’anno precedente. Unico dato positivo del Report Sud riguarda l’agricoltura che ha chiuso il 2008 con un +1,2%. «Gli episodi recenti del mancato finanziamento del Cipe della società ponte sullo Stretto, dal mancato accredito ai fondi Fas alla Sicilia, del disimpegno della Fiat rispetto allo stabilimento di Termini Imprese - afferma Pietro Busetta, presidente della fondazione Curella - confermano la disattenzione del Governo centrale rispetto ai problemi del mezzogiorno». Rassicura l’assessore regionale al Bilancio Michele Cimino, che si sente «fiducioso anche in merito alla recente parificazione della Corte dei conti che ha dato risultati positivi al rilancio della pubblica amministrazione».

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