Il Sud alla riscossa, ma chi risponde?
IL DIBATTITO. Nuove iniziative per il riscatto del Meridione e peso politico ed economico del Nord
Il Sud alla riscossa, ma chi risponde?
di PIETRO BUSETTA
da La Sicilia del 13 luglio 2009
«Era l’ora: finalmente il Sud finanzia il Nord»,così recentemente commentava Castelli, senatore della Lega Nord, i recenti provvedimenti che hanno visto finanziare con i fondi Fas (Fondi Aree Svantaggiate) una serie di provvedimenti che con tali aree c’entravano poco. In realtà questo è l’ultimo episodio di una serie che hanno messo in difficoltà non pochi parlamentari meridionali anche del Partito della libertà.
Per cui quello che era un dibattito limitato ad alcuni intellettuali più sensibili è diventato argomento e riflessione da confronti politici. Ormai è chiaro a tutti che i problemi della soluzione dell’ormai infinita questione meridionale più che economico è politico. Poiché spesso alle dichiarazioni di principio sulla centralità della questione rispetto al Paese non vi sono comportamenti conseguenti.
Il tema è come fare in modo che il governo nazionale abbia un atteggiamento equo nei confronti delle diverse aree territoriali, considerata la diversa forza contrattuale delle varie realtà. Il tema sul quale si dibatte è se sono necessari dei movimenti autonomisti (o un vero e proprio Partito del Sud) che si bilancino o se è meglio imporre ai partiti nazionali una maggiore presenza delle tematiche che riguardano il Sud. In realtà è un falso problema perché vi è necessità che entrambe le cose accadano. Perché sull’esigenza di movimenti autonomisti che difendano i territori non vi sono dubbi.
In una realtà come quella italiana nella quale la Lega Nord è diventata il cane da guardia degli interessi della parte ricca del Paese, smarcando completamente anche i partiti nazionali, costretti a rincorrere una ormai consolidata questione settentrionale, che vi siano dei contrappesi consistenti di gruppi organizzati sugli interessi delle altre parti del Paese, rimasti senza protezione, non vi sono dubbi. E in realtà, dopo quello dell’autonomia di Lombardo vi sono altre organizzazioni che stanno nascendo: in Puglia, dove Adriana Poli Bortone, lavora a una Lega Sud, «Io Sud», con Emiliano leader, a Napoli con il movimento «Sudd» di Bassolino. Mentre in Sardegna il movimento autonomista ha una lunga storia ed ancora molti aderenti.
L’altra esigenza che sembrava contrapposta ed in realtà è convergente alla prima è di avere all’interno dei partiti nazionali più forza di pressione. Per far ciò è necessario che i partiti nazionali si muovano verso il federalismo dei partiti tra le regioni. Nel senso che ogni organizzazione territoriale regionale del partito abbia un’autonomia, decisionale ampia e pesi all’interno del partito nazionale con proprie rappresentanze. In realtà in un momento in cui la legge elettorale non prevede più le preferenze lo strapotere delle oligarchie partitiche nazionali è aumentato enormemente. Per cui politiche in dissonanza alle volontà dei vertici dei partiti nazionali hanno portato, laddove ve ne siano state, alla eliminazione dai posti con probabilità di successo delle liste, dei possibili dissidenti. La trasformazione dei partiti nazionali in partiti federati porterebbe ad una esaltazione degli interessi locali e legherebbe maggiormente le rappresentanze locati ai territori evitando quel fenomeno diffuso recentemente dell’imposizione di candidati totalmente sganciati o frutto di nepotismi mai sopiti.
Ma ci si chiede se tutto ciò è sufficiente per riequilibrare la situazione italiana in termini di poter definire e perseguire il progetto di unione economica, con eliminazione dei divari, che doveva essere l’obiettivo principale dal giorno in cui nel 1860 si statuì l’unione politica dell’Italia. Il dubbio che la situazione possa continuare analoga a quella che si è avuta nei primi 150 anni di storia del Paese è legittimo. Infatti, la forza economica e anche demografica, ormai della parte forte è tale che il Mezzogiorno è un vaso di coccio tra vasi di ferro. Per cui nei momenti importanti, quando si tratta di ripartire le risorse, è facile che si trovi in una posizione di minoranza. Per tanti motivi, il primo dei quali è l’insufficienza culturale ed economica della propria classe dirigente. Culturale perché si vive in una realtà a ritardo di sviluppo, caratterizzata da istituzioni civili e sociali meno evolute, si pensi alla formazione nella scuola superiore e dell’università. Economica perché qualunque progetto socio culturale ha più difficoltà ad attuarsi considerato che dietro non vi è una forza economica del territorio paragonabile a quella della parte forte, con iniziative editoriali in termini di quotidiani e di televisioni adeguate a diffondere pensiero. Il risultato di tale stato è una divisione del Paese in due parti ormai in atto. Che prevede che il singolo abbia servizi simili ma li abbia diversi a seconda del luogo in cui abita. Se sei lombardo hai il diritto a servizi sanitari, di trasporto, sociali, universitari, di serie A. Un cittadino del Sud, anche se paga una aliquota simile a quella del suo pari reddito milanese ha diritto a servizi di serie B o C, che vuol dire: sanità di serie B, trasporti inadeguati, formazione insufficiente, mancanza di voce. In tale situazione essere nello stesso Paese rischia di dare al Sud solo gli svantaggi di tale unione, di essere solo il mercato di consumo e di localizzazione per gli insediamenti sporchi, leggasi raffinazione del petrolio, smaltimento di rifiuti tossici, centrali atomiche ecc. di non avere la possibilità di una fiscalità di vantaggio che l’Unione ammette solo per tutto il Paese. Paesi con una forza demografica di gran lunga inferiore, dalla Croazia, alla Slovenia dall’Ungheria al Portogallo alla Grecia, fino ad arrivare a Malta e a Cipro hanno rango di paesi europei con diritto alla presidenza e di portare a Bruxelles la loro voce con forza.
Ed allora da parte di molti ci si chiede se la soluzione di dividere il Paese in due parti non sia quella soluzione da cui tutti vorrebbero sfuggire ma che alla fine diventa inevitabile considerato che nei fatti ormai il processo, subdolamente, è già in atto.

L’hanno chiamata «la nuova via della seta» ed è una prospettiva un po’ immaginifica, ma non così lontana dalla realtà. Se un tempo dall’Oriente arrivavano le spezie, ora è il traffico dei dati a correre lungo il pianeta. E tanti passano per l’Italia. La Sicilia, in particolare è tornata ad essere il crocevia del mondo. Attraverso gli snodi della rete telefonica siciliana, infatti, passano buona parte delle comunicazioni di Africa e Asia che hanno bisogno di collegarsi al resto del mondo. La rete di Internet, infatti, passa attraverso alcuni snodi, detti «Pop», che si trovano nelle città. Ma poi questi «Pop» devono collegarsi tra loro. «E la novità - dice l’ingegnere Stefano Mazzitelli, amministratore delegato della società Sparkle di Telecom Italia - è che da qualche anno il traffico generato dall’Oriente non soltanto è in crescita tumultuosa, ma preferisce orientarsi verso Ovest, cioè verso il Mediterraneo, piuttosto che nella tradizionale rotta verso Est e l’America. Dal 2008 l’Italia è diventato il primo hub dei dati Internet per l’Africa, superando Francia e Gran Bretagna. Il 48% del loro traffico passa per la Sicilia».
Era prevedibile ed è successo. La gara d’appalto europea per gli inceneritori, detti per convenienza politica e per gentile concessione a Enel ed altri interessati al CIP6, termovalorizzatori, è andata deserta.
Termovalorizzatori in Sicilia. La gara di appalto europea per i primi tre, del 30 giugno scorso, “aperta” a tutti ma andata deserta, sta spingendo il presidente della Regione ad imporre all’Arra un cambio di strategia. Se pensiamo che il “Piano dei rifiuti” che prevedeva i quattro mega termovalorizzatori in Sicilia (indipendentemente dagli obblighi e dagli obiettivi posti dalla Ue sulla raccolta differenziata) è del 2002, e non è mai passato dal vaglio dell’Ars, si comprende il perché dell’orientamento “revisionista” di Raffaele Lombardo.
La maglia nera del rischio usura spetta alla Campania. Seguono la Calabria, la Puglia e la Sicilia. A Nordest, invece, abbiamo l’area meno interessata, o quasi, da questo pericolo. Friuli Venezia Giulia, Emilia Romagna, Veneto e il Trentino Alto Adige infatti, sono tra le regioni italiane quelle meno interessate dalla piaga dello «strozzinaggio».
La Sicilia deve il suo “benessere” all’erogazione di risorse pubbliche ma queste, allo stato dei fatti, hanno determinato una deriva assistenzialistica che limita enormemente le possibilità di individuare percorsi autonomi di sviluppo centrati sul mercato, sulla libera concorrenza, sull’impresa.
Il tavolo tra banche e prefetti sulla verifica dell’erogazione del credito alle imprese comincia a mostrare i primi nervi scoperti. Più che altro, però, questo avviene nelle zone di provincia lontane dai grandi centri abitati. È quanto fa trapelare l’Abi, l’associazione bancaria italiana. I rappresentanti del Governo, secondo quanto riferito ieri dall’agenzia Radiocor, sono andati oltre quanto previsto dalla normativa – ovvero la segnalazione alla banca di un reclamo di un cliente – e hanno indetto riunioni a tre, Prefetto-banca-cliente al quale non é stato concesso il credito, per discutere, nel merito, i singoli casi. Un comportamento che ha spinto l’Abi ad avanzare una formale protesta nei confronti del ministero dell’Economia e dell’Interno, promotori, attraverso i ministri Roberto Maroni e Giulio Tremonti, dell’iniziativa di monitoraggio dell’andamento del credito nei confronti di famiglie e imprese nata con il decreto legge anti-crisi.
Mario Draghi in una circolare alle Filiali dell’istituto a marzo, li deve fornire solo via Nazionale. Dati che devono essere aggregati per territorio, senza dare indicazioni per singola banca. Da parte dei banchieri, inoltre, si lamenta anche il fatto che il decreto anticrisi abbia previsto la costituzione dei tavoli nelle singole Province, come emanazioni degli Osservatori regionali, solo nell’eventualità di problemi particolari segnalati da quel territorio. Nel frattempo la Banca d’Italia ha trasmesso al Parlamento la relazione sull’azione di controllo in sede ispettiva: nel 2008 sono stati effettuati 190 accertamenti (175 nel 2007), di cui 150 su banche, con attivi medi pari al 55% dell’intero sistema, e nei soli primi cinque mesi del 2009 ne sono stati avviati complessivamente 102. Questi dati, in verità, erano già stati in parte forniti in occasione della relazione annuale dell’istituto guidato da Mario Draghi. Nel triennio 2006-2008 gli accertamenti presso le banche e altri intermediari sono stati 559. I giudizi espressi a seguito di ispezioni di tipo “mirato”, si legge nella relazione, sulle banche di maggiori dimensioni (con attivi complessivamente pari al 39,6% del sistema), mostrano una prevalenza di valutazioni intermedie e sfavorevoli, circostanza che riflette la prassi di focalizzare gli accertamenti sui profili di rischio ritenuti ex ante generalmente più critici.
Sembrano bollettini della sconfitta i report degli ultimi periodi. E su quasi tutti i fronti. E non ci si stranisce più di tanto. In qualche modo le attese negative vengono confermate. E ci si chiede invece se si è già toccato il fondo e ci si può aspettare di nuovo la crescita.
PALERMO. «Chi ha meno: da; chi ha più: riceve». Questo, in sintesi, il titolo di apertura del 19° Report Sud, realizzato dalla Fondazione Curella e dal Diste Group, che traccia una dettagliata indagine sulla situazione economica nel Mezzogiorno. Lo studio, presentato ieri nella Sala dei Baroni di Palazzo Steri,evidenzia come il fattore «crisi internazionale» continua ad avere effetti negativi sull’economia delle regioni meridionali con un aggravamento della recessione, che nei primi tre mesi del 2009 ha toccato i picchi massimi. Secondo i dati presentati, viene fuori che le famiglie del mezzogiorno d’Italia spendono meno pervia della sempre più forte erosione del potere d’acquisto, del timore sul futuro della crisi, per la mancanza di certezze lavorative e per le inasprite condizioni di indebitamento. Nei primi tre mesi del 2009, il numero degli occupati si è posizionato a quota 6 milioni 255 mila unità con una variazione negativa dell’1 ,8% rispetto all’anno precedente. Nel Sud/Isole sono 950 mila le persone in cerca di lavoro mentre il tasso di disoccupazione fa segnare un aumento dello 0,2% passando al poco confortante 13,2%. Calo in picchiata delle esportazioni, che rispetto allo stesso periodo del 2008 hanno fatto registrare il -32%, mentre è allarme rosso per il settore turismo, lento a recuperare le perdite dell’anno precedente. Unico dato positivo del Report Sud riguarda l’agricoltura che ha chiuso il 2008 con un +1,2%. «Gli episodi recenti del mancato finanziamento del Cipe della società ponte sullo Stretto, dal mancato accredito ai fondi Fas alla Sicilia, del disimpegno della Fiat rispetto allo stabilimento di Termini Imprese - afferma Pietro Busetta, presidente della fondazione Curella - confermano la disattenzione del Governo centrale rispetto ai problemi del mezzogiorno». Rassicura l’assessore regionale al Bilancio Michele Cimino, che si sente «fiducioso anche in merito alla recente parificazione della Corte dei conti che ha dato risultati positivi al rilancio della pubblica amministrazione».
Commenti recenti