Inceneritori in Sicilia, il grande sogno di Berlusconi

9 luglio 2009

Inceneritori in Sicilia, il grande sogno di Berlusconi

da OsservatorioSicilia.it del 05/07/09

inceneritori1Era prevedibile ed è successo. La gara d’appalto europea per gli inceneritori, detti per convenienza politica e per gentile concessione a Enel ed altri interessati al CIP6, termovalorizzatori, è andata deserta.
La domanda che si pone ora è quale gioco e quale speculazione si starebbe attuando su questi impianti che sono la soluzione peggiore per risolvere il problema dello smaltimento dei rifiuti senza emissioni di particelle nocive e senza “scarti” di lavorazione che come noto, per gli inceneritori non sono “inerti” e necessitano di un sito di stoccaggio. Più o meno come le scorie nucleari.
Ma è il sogno di Berlusconi quello di incenerire la Sicilia quando esistono alternative più avanzate e tecnologicamente sicuri, ma con gli inceneritori i grandi gruppi industriali , Falck, della Waste Italia e della Sicilpower e dei grandi finanziari che stanno loro dietro, possono ottenere enormi ricavi a costo quasi zero e l’Enel, che acquisterà l’energia otterrà un prezzo doppio rispetto a quello di mercato. Come risultato generale si può dire che ai siciliani rimarranno i tumori e l’inquinamento ambientale oltre all’esoso pagamento dello smaltimento dei rififuti (si pagherà il prelievo e anche l’incerimento) agli imprenditori del nord ed alla finanza l’utile economico a rischio zero.
Perché dunque la gara è andata deserta? Chiaro, chi ha iniziato le strutture di morte hanno utilizzato tecnologie ormai superate e quindi oggi pensano di realizzano il massimo profitto sapendo a priori che tutto quanto da loro costruito è da demolire.
Se non ci fosse stato lo stop europeo, la politica italiana berlusconiana ci avrebbe regalato non solo gli inceneritori ma anche  il biglietto per il “paradiso” considerato che avrebbero costruirto ben 4 “chernobil”.
Adesso il Presidente della Regione Siciliana sembra intenzionato a stoppare il tutto e rimettere in discussione quanto, per spinte economiche e politiche interessate, è stato fatto e per questo penserebbe di imporre all’Arra un cambio di strategia. Tutto da rifare quindi in prospettiva 2011 quando saremo finalmente costretti ad attuare almeno il 65% della raccolta differenziata, pena pesanti sanzioni dall’Europa. .
Finalmente Lombardo ha parlato dei per i disastri ambientali di Melilli e Priolo, ma questo gli impone di non smentirsi assecondando il sogno di Berlusconi.
Non è chiaro a cosa si vuole arrivare ma sembrerebbe che finalmente si comincia ad aprire gli occhi dalla nebbia che il governo nazionale, Berlusconi e i gruppi industriali del nord, Enel compresa, avevano calato sulle soluzioni economicamente più convenienti, sicuri, che non emettono sostanze inquinanti e non producono scarti, quali gli impianti pirolotici ed anaerobici i cui residui di lavorazione, inerti, si utilizzano per la costruzione di strade.
Lombardo penserebbe a soluzioni che non emetterebbe PM10 e punterebbe sul metodo  ”pirolisi”, con processo di “gassificazione”, a fiamma “fredda”.
Sembra che esistano due possibili soluzioni, tecnologicamente contigue, già diffuse sia in Europa che negli Stati Uniti: la “dissociazione molecolare” ed i termovalorizzatori  ”a torcia al plasma” .
Un impianto “a dissociazione molecolare” di media capacità si presume costi per la sua costruzione almeno il 75% in meno di un inceneritore e tra manutenzione e costi di esercizio arriverebbe a circa 6 milioni di euro/anno  che sarebbero interamente coperti dal ricavo, ancora però tutto da quantificare, della vendita dell’energia elettrica.
Esistono però, come già più volte scritto, impianti pirolitici ed anaerobici che hanno il pregio di non produrre inquinamento e di costare poco sia come realizzazione che come costi di esercizio interamente coperti dalla vendita di energia e dei residui di lavorazione riutilizzabili, a differenza degli scarti “non inerti” degli impianti a dissociazione molecolare e degli inceneritori a torcia a plasma che devono essere stoccate come residui pericolosi come le scorie nucleari.
Ecco che questi impianti, tecnologicamente avanzati e sicuri, fonte di reddito e di manodopera, che non necessitano dell’obolo di stato, leggasi CIP6, non fanno comodo alle lobbies del nord Italia che spingono verso quelle soluzioni a loro più confacenti.
Gli occhi si starebbero aprendo e la nebbia governativa nazionale comincia a diradarsi ma ancora troppi dubbi gravano su queste operazioni che paiono sempre orientate da gruppi di potere dediti alla speculazione ed al guadagno sulla pelle dei cittadini.

Claudia Mangano Rassegna Stampa , , ,

Su termovalorizzatori e rifiuti in Sicilia, Lombardo è “revisionista” e dice all’Arra: “adesso si cambia tutto”

9 luglio 2009

Su termovalorizzatori e rifiuti in Sicilia, Lombardo è “revisionista” e dice all’Arra: “adesso si cambia tutto”

da SiciliaInformazioni.it del 04/07/09

lombardoTermovalorizzatori in Sicilia. La gara di appalto europea per i primi tre, del 30 giugno scorso, “aperta” a tutti ma andata deserta, sta spingendo il presidente della Regione ad imporre all’Arra un cambio di strategia. Se pensiamo che il “Piano dei rifiuti” che prevedeva i quattro mega termovalorizzatori in Sicilia (indipendentemente dagli obblighi e dagli obiettivi posti dalla Ue sulla raccolta differenziata) è del 2002, e non è mai passato dal vaglio dell’Ars, si comprende il perché dell’orientamento “revisionista” di Raffaele Lombardo.
Cosa vuole fare il governatore? Intanto, spiegano i suoi collaboratori, non può e non vuole smentire né la sua adesione alla filosofia sull’energia pulita e la terza rivoluzione industriale di Rifkin, né le norme di legge sul riciclo ed il riuso dei rifiuti, che impone alla Sicilia di raggiungere la quota di raccolta differenziata del 65%, entro il 31 dicembre 2011. Pena, pesanti multe della Ue
Prioritariamente, il presidente intende chiudere con il “pasticcio”, di origine cuffariano, delle ingombranti presenze della Falck, della Waste Italia e della Sicilpower. Grandi soggetti imprenditoriali, legittimamente interessati a vendere ciò che già fanno, ed hanno (ossia tecnologie del 1999- 2002 ormai superate), per realizzare il massimo del profitto con il minimo dello sforzo (ndr :subappalti in loco a parte). Aziende che, in quanto “vincitrici” della prima gara , organizzata per “concessioni” (ndr: ossia cedendo, irrevocabilmente, a soggetti privati, la titolarità e la proprietà di: progetti, terreni, autorizzazioni, titoli di finanziamento pubblico) porterebbe in sè l’incognita di spogliare la Regione di ogni prerogativa, sia di programmazione del settore rifiuti, che di loro legittimo controllo diretto. Quindi, una parte strategica della filiera dei rifiuti finirebbe, esclusivamente, nelle mani di privati, legittimamente interessati a massimizzare il loro profitto, con riverberi non benefici sulle future aliquote Tarsu. Sarebbe , perciò, un’avventura. Aggravata dalle mega dimensione degli impianti e dalle tecnologie che si prevedono di utilizzare e che, al di là della loro datazione, prevedono, sempre, il sistema dell’espulsione di gas e vapori, tramite un camino; che non può dare mai certezze.
Così, il leader politico autonomista, che al suo ultimo congresso nazionale dell’Mpa ha tuonato contro le precedenti classi politiche siciliane di governo, per i disastri ambientali di Melilli e Priolo, ora non può “rischiare” di mettersi lui sottoscopa per il futuro. Non ne avrebbe nessun vantaggio politico, né alcuna scusante.
Ecco, perché Lombardo pensa ad impianti di dimensioni sensibilmente più piccoli, parecchio meno costosi, più numerosi (da 4 a 6/7), ma soprattutto tecnologicamente di ultima generazione, e senza camino verticale. L’unica, materiale garanzia, che questi impianti non possano produrre un inquinamento eco-ambientale. Negli ultimi anni sia l’Enea che il Cnr, hanno collaborato con americani e scandinavi sulla nuova frontiera del metodo della “pirolisi”, con processo di “gassificazione”, a fiamma “fredda”. Il tipo di procedimento che permette la massima resa produttiva ed energetica nella bruciatura dei rifiuti, con il pregio di minori costi – di costruzione e gestione – senza alcuna alea di emissioni inquinanti (niente pm10, nano polveri, diossina, etc) nell’atmosfera.
Esistono due possibili soluzioni, tecnologicamente contigue, già diffuse sia in Europa che negli Stati Uniti: la “dissociazione molecolare” ed i termovalorizzatori “a torcia al plasma” (e senza camino verticale).
Per sommi capi, vi facciamo un esempio concreto: un impianto “a dissociazione molecolare” della capacità di lavorazione di 250mila tonnellate l’anno (adeguato per Palermo e provincia) costerebbe all’incirca 15 milioni di euro, impegnerebbe una quarantina di dipendenti, avrebbe un costo di manutenzione sui 4 milioni di euro l’anno, con un costo di smaltimento dei residui appena attorno al un milione e mezzo di euro, contro un ricavo certo al minimo di 8 milioni di euro annui, solo per vendita di energia. Ed infine, per costruirli basterebbero poco meno di 400 giorni lavorativi. Se poi fosse dotato dei moderni pannelli solari di ultima generazione (per alimentarne la produzione), diverrebbe un modello “verde” di riferimento per l’Italia e per l’Europa.
Peraltro, ridiscutere l’allocazione dei nuovi siti degli impianti e l’innalzamento del loro numero – come sta facendo Lombardo - permetterebbe di erigere un ulteriore parapetto ideale, per reggere lo scontro in un eventuale contenzioso giudiziario con la Falck e le altre società interessate. Aziende “concessionarie”, che reclamano il pagamento complessivo di circa 300 milioni di euro quale rimborso per lavori preliminari, già effettuati nei quattro siti a suo tempo previsti, sulla base della originaria gara di “affidamento in concessione”; la stessa, fortunatamente, cassata in radice dall’Alta Corte di Giustizia Europea.
Ha spiegato Lombardo. “E’ vero, che esiste il rischio di un duro contenzioso giudiziario. Ma non è vero che procedendo come io mi riprometto, si rischia di perdere altro tempo utile per fronteggiare l’emergenza, o addirittura di perdere tutti i finanziamenti pubblici. Perché, comunque, per costruire i quattro termovalorizzatori previsti ci vorrebbero almeno tre/quattro anni di ulteriore attesa, per cui nel frattempo dovremmo continuare ad andare avanti con le discariche. Il Piano, poi, si può cambiare senza alcun rischio, specie se lo vota l’Ars, che quello di Cuffaro non ha mai votato”.
Infine, il presidente della Regione ha espresso la sua determinazione a voler affrontare al più presto all’Ars la riforma degli Ato, bloccata da Udc e Pdl da circa 8 mesi. Il fallimento e l’agonia di almeno 19 Ato su 27, ha già prodotto un “buco” complessivo da pagare per le casse regionali, di oltre un miliardo di euro. Una voragine incredibile. “Aver ritardato l’iter di questa indispensabile riforma Ato – ha commentato Lombardo – è stato un vero e proprio atto criminale, che ha consegnato all’incedere dell’emergenza rifiuti, intere porzioni del nostro territorio regionale”. Ribadendo, così, quanto aveva già dichiarato a Siciliainformazioni.com il 15 maggio scorso.
Sulla recente e velata minaccia di Berlusconi di voler commissariare, da Roma, il comparto rifiuti siciliano, Lombardo ha invece glissato. Evitando di prendere una posizione diretta e frontale. Delegando la gestione della fattispecie all’opera ed alla valutazione dell’assessore alla Protezione civile Gaetano Armao che, da fine giurista, ha messo subito le mani avanti: “Vedremo e valuteremo laddove sussistano le condizioni”. Parole che ci permettiamo, arbitrariamente, di poter tradurre così: “Si potrà concordare una sorta di commissariamento, se potranno tornarci utili, alla bisogna, nuovi ed importanti fondi statali, extra Fas e a condizione di non perdere, però, la nostra autonoma titolarità regionale di iniziativa, gestione e controllo”.

Claudia Mangano Rassegna Stampa , , , , , ,

Usura, Campania maglia nera. Al Trentino il titolo d’intoccabile

9 luglio 2009

Usura, Campania maglia nera. Al Trentino il titolo d’intoccabile
La classifica delle aree più minacciate dagli “strozzini” vede ai primi posti anche Calabria, Puglia e Sicilia

da La Stampa.it del 04/07/09

img11La maglia nera del rischio usura spetta alla Campania. Seguono la Calabria, la Puglia e la Sicilia. A Nordest, invece, abbiamo l’area meno interessata, o quasi, da questo pericolo. Friuli Venezia Giulia, Emilia Romagna, Veneto e il Trentino Alto Adige infatti, sono tra le regioni italiane quelle meno interessate dalla piaga dello «strozzinaggio».
Il giudizio arriva dall’Ufficio studi della associazione artigiani e piccole imprese - Cgia di Mestre, sulla base di un’elaborazione in cui sono stati messi a confronto alcuni indicatori regionalizzati riferiti al 2008 quali la disoccupazione, i fallimenti, i protesti, i tassi di interesse applicati, le denunce di estorsione e di usura, il numero di sportelli bancari e il rapporto tra sofferenze ed impieghi registrati negli istituti di credito.
«Dimensionare l’usura o le estorsioni solo attraverso il numero di denunce - commenta il segretario della Cgia, Giuseppe Bortolussi - non è molto attendibile perché il fenomeno rimane in larga parte sommerso e risulta quindi leggibile con difficoltà, approssimazione e attendibilità relativa. Per questo abbiamo messo a confronto ben 8 sottoindicatori per cercare di dimensionare con maggiore fedeltà questa emergenza. Ma quello che forse pochi sanno - continua Bortolussi - sono le motivazioni per le quali molti cadono nelle mani degli strozzini. Oltre al perdurare della crisi per artigiani e commercianti sono le scadenze fiscali a spingere molti operatori economici nella morsa degli usurai. Per i disoccupati o i lavoratori dipendenti, invece, sono i problemi finanziari che emergono dopo brevi malattie o infortuni».
Ritornando alla metodologia di calcolo di questo indicatore si evince che nelle aree dove c’è più disoccupazione, alti tassi di interesse, maggiore sofferenze, pochi sportelli bancari e tanti protesti la situazione è decisamente a rischio. Ebbene, rispetto ad un indicatore nazionale medio stabilito dagli esperti dell’associazione artigiani mestrina pari a 100, il tasso di usura rilevato in Campania, a cui spetta la maglia nera, è di 173 (pari al 73% in più della media Italia), in Calabria 161 (61% in più rispetto la media Italia), in Puglia 144 (44% in più della media Italia) e in Sicilia 143 (43% in più della media Italia).
Mentre sul podio degli ’intoccabilì dagli strozzini o quasi, stanno il Trentino Alto Adige con un indice di rischio usura pari a 50 (50% in meno della media nazionale), seguito dalla Valle d’Aosta con 61 (39% in meno della media Italia), dal Veneto con 66 (34% in meno della media Italia) e dall’ Emilia Romagna con 68 (32% in meno del dato medio Italia).
Se, invece, si analizza il dato nudo e crudo delle denunce per usura registrate nel 2007 (purtroppo ultimo dato disponibile a livello territoriale) con 1,79 denunce ogni 100.000 abitanti è il Molise a guidare la classifica. Segue la Campania con 1,52 ogni 100.000 abitanti. Per quanto concerne le estorsioni, invece, è la Campania a svettare in cima alla graduatoria con 25,67 denunce ogni 100mila abitanti. Segue la Calabria con 22,02 ogni 100mila abitanti.

Claudia Mangano Rassegna Stampa , , ,

Patto etico per lo sviluppo

8 luglio 2009

Patto etico per lo sviluppo

di GIANNI NOTARI
da La Repubblica Palermo del 03/07/09

notari_alle_giornateeconomia2008La Sicilia deve il suo “benessere” all’erogazione di risorse pubbliche ma queste, allo stato dei fatti, hanno determinato una deriva assistenzialistica che limita enormemente le possibilità di individuare percorsi autonomi di sviluppo centrati sul mercato, sulla libera concorrenza, sull’impresa.
Tale stato di cose deve terminare.
La domanda da porsi – e qui sta la nuova “questione” meridionale – è come fare. Riteniamo che sia arrivato il momento di riprenderci in mano la nostra storia, disegnando un modello di sviluppo che sia alternativo all’attuale stato delle cose.
Prendiamo spunto dalla vicenda dei Fondi Fas per proporre alcune riflessioni a questo proposito. La cronaca politica dei giorni scorsi ha mostrato in maniera evidente che questi fondi sono stati oggetto di beghe di palazzo, finalizzate a porre gerarchie fra correnti e partiti. Crediamo sia corretto porre fine a questa sorta di “intervento straordinario” che ci conduce, paradossalmente, a desiderare di continuare ad essere area depressa. Quello che non può essere accettato è che questo accada con simili modalità, solo per conquistare e mantenere vantaggi di una parte su un’altra.
Ben venga un nuovo corso economico in Sicilia. Ben venga la fine di una redistribuzione miope delle risorse, avulsa da ogni ben definito piano di sviluppo. Ma per far ciò è necessario un progetto. È bene ribadire che la redistribuzione di fondi da parte delle autorità centrali ai “soggetti territoriali” più deboli non è certo un male di per sé, ma lo è diventato per il modo in cui negli anni tutto ciò è stato gestito. Non sono mancati gli studi e le ricerche che hanno messo in evidenza gli sprechi e le anomalie nel sistema di gestione; eppure, poco o nulla è cambiato e tutto ciò ha avuto pesantissime ripercussioni sull’economia ma anche sulla cultura, sulle aspettative e sulle scelte degli attori sociali. Non sarà compito facile immaginare e realizzare una prospettiva diversa ma per incamminarsi in questa direzione è, come prima cosa, necessario un “Patto etico della Sicilia” che unisca tutte le forze politiche intorno ad un nuovo percorso di riforma e di partecipazione.
Occorre manifestare una “comunanza di intenti” che vada oltre la destra e la sinistra per raccogliere la parte rinnovata dei partiti, insieme alle espressioni più dinamiche della società siciliana come il mondo della finanza, gli imprenditori, l’università, i centri di alta formazione, l’associazionismo, il sindacato.
Non è possibile creare alleanze solo in virtù di una spartizione fra chi ha ottenuto ampi consensi elettorali. Si tratta, in definitiva, di esprimere una governance professionalizzata e rinnovata nei quadri.
Il “Patto etico della Sicilia”, però, non deve basarsi su un’autonomia intesa come rivendicazione di privilegi; autonomia non significa isolarsi ma, al contrario, lavorare per imparare a camminare sulle proprie gambe e diventare credibili dinanzi al resto del Paese, interlocutori e partner. C’è bisogno di credibilità: a livello istituzionale, politico, economico. La Sicilia, infatti, è ricca di una vitalità troppo spesso schiacciata da logiche opprimenti.
I dati forniti recentemente da Bankitalia sono preoccupanti. La crisi è globale ma i nostri problemi vanno oltre l’attuale congiuntura, sono strutturali. Manca un vero tessuto produttivo ed è la spesa regionale a portare avanti l’economia per il 40%; il tasso di disoccupazione è il più alto d’Italia, stentano le esportazioni, rallenta il credito. Dati che trovano una conferma nell’ultimo “Report Sud” pubblicato dalla Fondazione Curella e dal DISTE Consulting.
È ora di porre fine alle logiche delle poltrone, dell’improvvisazione e delle politiche dell’emergenza. È tempo di pianificare. È tempo di mettere insieme le migliori forze di cui questa terra dispone per delineare un processo di cambiamento. Comprendiamo che non si tratta di un passaggio facile e che chi assolve a compiti di governo – così come a quelli dell’opposizione – si troverà a gestire problemi e transizioni che non si risolvono con le buone intenzioni. Vogliamo richiamare, però, la politica della speranza di Castells. La politica, infatti, può svolgere un ruolo essenziale nell’avviare processi di rinnovamento e di crescita qualora riesca a conquistare (con atti concreti e ben mirati e non certo con le messianiche retoriche) la fiducia dei cittadini. Allora, come dimostra il caso americano, è possibile avere “speranza” che si possano superare anche i momenti più bui, investendosi personalmente per raggiungere questo obiettivo.
Perché non proviamo ad avviare percorsi nuovi senza riciclare il vecchio? L’assunzione di responsabilità che la nostra classe politica è chiamata a compiere rispetto a ciò, però, non deve essere misurata sul “qui ed ora”, sulle logiche interne ai partiti o sul mero computo dei voti. È qualcosa di più grande di cui sono capaci solo coloro che lasciano un segno nella storia. Si tratta di decidere se essere solo alcuni fra i tanti rappresentanti eletti che affollano un Parlamento sempre meno credibile e stimato oppure se essere qualcosa di diverso. È il momento di scegliere. E agire.

 


Claudia Mangano Rassegna Stampa , , ,

Le banche protestano contro i «tutori» del credito

3 luglio 2009

Le banche protestano contro i «tutori» del credito
da IlSole24ore.com del 02/07/09

img1Il tavolo tra banche e prefetti sulla verifica dell’erogazione del credito alle imprese comincia a mostrare i primi nervi scoperti. Più che altro, però, questo avviene nelle zone di provincia lontane dai grandi centri abitati. È quanto fa trapelare l’Abi, l’associazione bancaria italiana. I rappresentanti del Governo, secondo quanto riferito ieri dall’agenzia Radiocor, sono andati oltre quanto previsto dalla normativa – ovvero la segnalazione alla banca di un reclamo di un cliente – e hanno indetto riunioni a tre, Prefetto-banca-cliente al quale non é stato concesso il credito, per discutere, nel merito, i singoli casi. Un comportamento che ha spinto l’Abi ad avanzare una formale protesta nei confronti del ministero dell’Economia e dell’Interno, promotori, attraverso i ministri Roberto Maroni e Giulio Tremonti, dell’iniziativa di monitoraggio dell’andamento del credito nei confronti di famiglie e imprese nata con il decreto legge anti-crisi.
Gli Osservatori regionali sul credito, istituiti presso i capoluoghi di Regione a partire da aprile, hanno tutti già svolto la loro prima riunione d’esordio. Il clima tra i partecipanti ai tavoli, almeno nelle grandi metropoli, é risultato molto collaborativo. Il problema é sorto invece per alcuni Osservatori costituiti in città non capoluoghi di regione dove i rappresentanti del Governo, secondo le fonti interpellate, hanno avuto comportamenti non conformi alla direttiva di Economia e Interno. Tra i comportamenti contestati dall’associazione guidata da Corrado Faissola c’é la convocazione da parte dei Prefetti di singole banche alle quali sono stati chiesti dati sui crediti erogati e sui tassi applicati alla clientela. E questo quando i dati sulla dinamica del credito, come ha già avuto modo di chiarire anche il Governatore della Banca d’Italiaimg Mario Draghi in una circolare alle Filiali dell’istituto a marzo, li deve fornire solo via Nazionale. Dati che devono essere aggregati per territorio, senza dare indicazioni per singola banca. Da parte dei banchieri, inoltre, si lamenta anche il fatto che il decreto anticrisi abbia previsto la costituzione dei tavoli nelle singole Province, come emanazioni degli Osservatori regionali, solo nell’eventualità di problemi particolari segnalati da quel territorio. Nel frattempo la Banca d’Italia ha trasmesso al Parlamento la relazione sull’azione di controllo in sede ispettiva: nel 2008 sono stati effettuati 190 accertamenti (175 nel 2007), di cui 150 su banche, con attivi medi pari al 55% dell’intero sistema, e nei soli primi cinque mesi del 2009 ne sono stati avviati complessivamente 102. Questi dati, in verità, erano già stati in parte forniti in occasione della relazione annuale dell’istituto guidato da Mario Draghi. Nel triennio 2006-2008 gli accertamenti presso le banche e altri intermediari sono stati 559. I giudizi espressi a seguito di ispezioni di tipo “mirato”, si legge nella relazione, sulle banche di maggiori dimensioni (con attivi complessivamente pari al 39,6% del sistema), mostrano una prevalenza di valutazioni intermedie e sfavorevoli, circostanza che riflette la prassi di focalizzare gli accertamenti sui profili di rischio ritenuti ex ante generalmente più critici.
Nel corso dei primi mesi del 2009, nel complesso, si registra un peggioramento nelle valutazioni, con un aumento dei giudizi sfavorevoli, divenuti pari al 30% del totale.

Claudia Mangano Rassegna Stampa , , ,

Il Pil crolla, la Sicilia soffre

1 luglio 2009

Il Pil crolla, la Sicilia soffre
Report Curella-Diste: nel 2009 Sud ancora più povero. “Effetto della crisi”

da La Sicilia del 01 luglio 2009
di PIETRO BUSETTA

busetta2Sembrano bollettini della sconfitta i report degli ultimi periodi. E su quasi tutti i fronti. E non ci si stranisce più di tanto. In qualche modo le attese negative vengono confermate. E ci si chiede invece se si è già toccato il fondo e ci si può aspettare di nuovo la crescita.
Ovviamente è con grande dispiacere che si registrano le cadute di quasi tutti gli aggregati di riferimento: il pil nel suo complesso, ma anche la perdita di posti di lavoro, le esportazioni che registrano andamenti non particolarmente positivi.
Gli effetti della crisi mondiale mordono anche in quelle periferie che da perdere hanno poco. Nel Mezzogiorno considerato prevalentemente assistito e fatto soprattutto di pubblico la caduta del pil è infatti notevole. Si parla di un -5,5%, che non è una percentuale da poco per una area già povera.
Presentato ieri al Rettorato dell’Università di Palermo, il diciannovesimo rapporto del Diste Consulting e della Fondazione Curella dà la misura di quanto bisognerà lavorare per risalire la china. Ed il titolo del rapporto è illuminante: chi ha meno da; chi ha più riceve, ed il sottotitolo: il finanziamento del Sud al Nord.
Non è un fatto nuovo: per tanti anni il Sud è stato strumentale rispetto ai programmi del Nord ricco. Con le sue persone formate che si spostano a seconda delle esigenze della parte sviluppata; con il suo mercato di consumo utilizzato come mercato di sbocco per le industrie nazionali; con gli stessi fondi strutturali usati per finanziare fabbriche della industria nazionale, che al momento opportuno, utilizzati i finanziamenti ricevuti, venivano chiuse; con i suoi territori dove localizzare gli impianti, per esempio di raffinazione, magari già obsoleti che nessuno voleva.
Tutto ciò coperto dalla retorica di un Sud, nel quale si versavano ingenti risorse, che puntualmente sprecava, alimentando il circuito della malavita organizzata. E nei momenti difficili esso paga il conto più salato. Perché se in quest’area si perde un posto di lavoro è l’unico che si ha in famiglia; se diminuiscono le esportazioni l’azienda chiude.
E la sensazione netta è che questa crisi non sta insegnando niente al Paese. Non si approfitta del momento per riflettere su un diverso modello che consenta di investire in modo consistente nella formazione e nella ricerca, per competere con i nuovi entranti nel mercato mondiale.
Anzi si tolgono quei pochi o molti soldi che la Comunità Europea ci ha obbligato a destinare al Sud, con stratagemmi risibili, per finanziare la crisi, che come è noto morde anche nelle aree ricche.
E tale comportamento lo si teorizza da parte di esponenti della Lega Nord: finalmente il Sud sprecone si sta rendendo utile a chi lavora e produce, affermano i leghisti doc come Castelli. E si finanzia la detassazione dell’Ici, Milano 2015, il terremoto dell’Abruzzo, il deficit del comune di Catania o il tracollo colposo dell’Amia di Palermo. Quello che doveva essere fatto con fondi diversi porta al saccheggio delle risorse da destinare agli investimenti produttivi o alle infrastrutture del Sud.
Tanto e come i parenti poveri, se un giorno non ricevono il quotidiano schiaffo si chiedono come mai. D’altra parte gli obiettivi che il Nord ed il Sud hanno sembrerebbero, ad una visione miope, contrapposti. E’ evidente che se si costruisce il ponte sullo Stretto si sottraggono risorse alla rete autostradale del Nord; se si investe sull’alta velocità della Napoli-Palermo probabilmente non si collegheranno altri centri del Nord Est e così via.
Poiché in costanza di risorse limitate e di un debito pubblico tra i più elevati del mondo, anche se in questo momento non costa molto considerato che i tassi sono molto bassi, non si può pensare di utilizzare la coperta troppo corta per coprire tutti. E se c’è qualcuno che deve e ha più facilità a restare scoperto questo è il Sud, ormai abituato a dormire all’addiaccio e al freddo. Ma forse in più si cominciano a rendere conto che “chiù scuru e mezzanotti un po’ fari” e cercano vie risolutive alla mancanza di forza sul governo nazionale, ormai condizionato nella maggioranza pesantemente dalla Lega Nord e nella minoranza dall’inseguire una supposta e sempre più strombazzata questione settentrionale.
La soluzione dei movimenti autonomisti o del cosiddetto partito del Sud insieme ai partiti federati diventa una via d’uscita indispensabile, il lento Sud, con anni di ritardo, si accorge che deve contare politicamente altrimenti la sua fine sarà la desertificazione demografica e la definitiva accettazione che si è cittadini di serie B.

Pietro Busetta Contributi , , , ,

Calo dei consumi e più disoccupati

1 luglio 2009

Calo dei consumi e più disoccupati

da La Sicilia del 01 luglio 2009

 

 

img_reportPALERMO. «Chi ha meno: da; chi ha più: riceve». Questo, in sintesi, il titolo di apertura del 19° Report Sud, realizzato dalla Fondazione Curella e dal Diste Group, che traccia una dettagliata indagine sulla situazione economica nel Mezzogiorno. Lo studio, presentato ieri nella Sala dei Baroni di Palazzo Steri,evidenzia come il fattore «crisi internazionale» continua ad avere effetti negativi sull’economia delle regioni meridionali con un aggravamento della recessione, che nei primi tre mesi del 2009 ha toccato i picchi massimi. Secondo i dati presentati, viene fuori che le famiglie del mezzogiorno d’Italia spendono meno pervia della sempre più forte erosione del potere d’acquisto, del timore sul futuro della crisi, per la mancanza di certezze lavorative e per le inasprite condizioni di indebitamento. Nei primi tre mesi del 2009, il numero degli occupati si è posizionato a quota 6 milioni 255 mila unità con una variazione negativa dell’1 ,8% rispetto all’anno precedente. Nel Sud/Isole sono 950 mila le persone in cerca di lavoro mentre il tasso di disoccupazione fa segnare un aumento dello 0,2% passando al poco confortante 13,2%. Calo in picchiata delle esportazioni, che rispetto allo stesso periodo del 2008 hanno fatto registrare il -32%, mentre è allarme rosso per il settore turismo, lento a recuperare le perdite dell’anno precedente. Unico dato positivo del Report Sud riguarda l’agricoltura che ha chiuso il 2008 con un +1,2%. «Gli episodi recenti del mancato finanziamento del Cipe della società ponte sullo Stretto, dal mancato accredito ai fondi Fas alla Sicilia, del disimpegno della Fiat rispetto allo stabilimento di Termini Imprese - afferma Pietro Busetta, presidente della fondazione Curella - confermano la disattenzione del Governo centrale rispetto ai problemi del mezzogiorno». Rassicura l’assessore regionale al Bilancio Michele Cimino, che si sente «fiducioso anche in merito alla recente parificazione della Corte dei conti che ha dato risultati positivi al rilancio della pubblica amministrazione».

Claudia Mangano Rassegna Stampa ,

Quanto c’è di politica nell’emergenza Mezzogiorno?

30 giugno 2009

Quanto c’è di politica nell’emergenza Mezzogiorno?
di MARIO CENTORRINO

centorrinoIl dibattito sulla “questione meridionale” sembra seguire oggi tre filoni. Ci si chiede intanto se il Mezzogiorno ha ancora voce. Si discute poi sull’efficienza dei fondi trasferiti negli ultimi anni nelle regioni del Sud.  Ed, ovviamente, viene dedicata attenzione alle policy necessarie per risolvere divari, per superare variabili di rottura, per incrementare capitale fisico e sociale.
Con riferimento a quest’ultimo filone converrà richiamare alcuni dati che disegnano una vera e propria “emergenza Mezzogiorno”. Si è fermata la crescita del PIL in questa area del paese e si è assistito alla fine del pur lento processo di convergenza che aveva caratterizzato il Mezzogiorno nella seconda metà degli anni Novanta. Il divario del Sud, in termini del PIL pro-capite, oltrepassa oggi 42 punti percentuali e, nel confronto degli altri paesi europei, il reddito per abitante è superato non solo da Spagna, Grecia e Portogallo, ma anche da alcuni paesi di nuova adesione come Repubblica Ceca, Slovenia, Malta e Cipro. Resta ancora forte il flusso migratorio del Sud (pari al 2 per mille annuo della popolazione) ed infine è invariato il divario infrastrutturale, fermo a 25 punti sotto la media nazionale. Gli investimenti esteri, pur in presenza di massicci incentivi, non crescono ed appaiono anzi in fase di dismissione, con una riduzione di lavoratori che si avvicina alle 10 mila unità. Tengono solo per fatturato, export ed occupazione, almeno fino ad oggi, le medie imprese mentre le medio grandi fanno registrare una redditività non dissimile da quella delle imprese centro settentrionale delle stesse dimensioni.
La povertà relativa (dati ISTAT 2007) è rimasta in Italia sostanzialmente stabile negli ultimi cinque anni e, altrettanto costante, è rimasto il divario territoriale perché l’incidenza della povertà nel Mezzogiorno (22,6 per cento) è quattro volte superiore a quella del resto del paese. Come è noto, la stima dell’incidenza della povertà relativa (la percentuale di famiglie e persone povere sul totale delle famiglie e persone residenti) viene calcolata sulla base di una soglia convenzionale(linea di povertà) che individua il valore di spese per consumi al di sotto del quale una famiglia viene definita povera in termini relativi. La soglia di povertà, per una famiglia di due componenti, è rappresentata dalla spesa media mensile  per persona che, nel 2007, era pari a 986 euro. Nel Mezzogiorno, inoltre, ad una più ampia diffusione del fenomeno si associa una maggiore gravità: le famiglie povere presentano una spesa media mensile equivalente  di 752 euro (l’intensità è del 22,5 per cento) contro i 798 e gli 806 euro osservati per il Nord e per il Centro (18 per cento e 17 per cento rispettivamente).
Riprendiamo il filo del discorso. Crediamo intanto che il Mezzogiorno parli: con i suoi centri di ricerca, con le sue Università, con le sue iniziative di confronto. Ma soprattutto con le sue implosizioni: la “mondezza” a Napoli, l’inquinamento a Taranto, il dissesto finanziario a Catania, gli intrecci tra cosche e imprenditorialità in Calabria.
Quanto al secondo filone, riteniamo il suo interesse relativo. Utile, ci sembra, meglio materia rilevante di studio,comprendere se il Mezzogiorno ha sprecato o meno risorse, se  ne ha ricevuto in quantità coerente ai suoi bisogni o meno. Ma ancor più utile, uscendo fuori da una visione retrospettiva, indicare una o più cause che determinano l’arresto del processo di convergenza. Fenomeni come spreco o riduzione di fondi ci appaiono essenzialmente effetti e non cause.
Proviamo ad andare oltre: il Mezzogiorno oggi esiste
- come problema di divario;
- come problema di formazione culturale;
ma soprattutto
- come problema di comunicazione;
- come problema di legalità;
- come problema di classe politica;
- come problema di democrazia sospesa.
Le domande che viene naturale porsi sono queste: c’è un intreccio tra questi sei problemi? Si possono intravedere da questi sei problemi effetti comuni? C’è un punto di partenza che può guidarci verso una soluzione progressiva dei problemi stessi? La risposta alla prima e seconda domanda è positiva. I problemi citati creano una filiera viziosa con effetti negativi comuni: distorsione della spesa pubblica, inefficacia degli incentivi, ritardo nell’infrastrutturazione, università non performanti. Quanto al punto di attacco noi lo intravediamo nella classe politica che attraverso il regionalismo gode nel Mezzogiorno di un potere che sovrasta e condiziona quello dell’economia.  La nostra tesi e che nuove policy per il Mezzogiorno (a partire dall’improbabile federalismo fiscale) richiedono una nuova classe politica.
Da tempo, la classe politica nel Mezzogiorno
- si autoseleziona ed agisce con autoreferenzialità aiutata anche dai nuovi meccanismi elettorali che escludono o ridimensionano il principio delle preferenze;
- ricerca solo un  minimo di consenso per autoriprodursi;
- è impreparata e rifiuta, per paura di risultarne condizionata, l’utilizzo di strutture indipendenti di supporto;
- è capace di promettere ma non di “spiegare”.
Nel Mezzogiorno la politica si esprime attraverso un approccio clientelare finalizzato non all’offerta di beni pubblici ma di beni individuali. L’approccio clientelare, s’intuisce, esclude per definizione, ceti non organici all’apparato politico. Domina in ogni regione un circolo vizioso opprimente: a) se non fai clientela non ottieni voti per te o per il partito; b) se non disponi di un tuo personale “pacchetto” di voti e non sei in grado di controllarlo e indirizzarlo convenientemente non fai parte, per definizione, della classe politica; c) se non fai parte della classe politica difficilmente sei in grado di fare clientela a meno di non essere inserito in qualche centro di potenziale “scambio”. Ma a quel punto già fai parte della classe politica.
Allo stato attuale il modello federalista del quale si discute non sembra rappresentare un ideale policy per il Mezzogiorno. L’insistenza sulla responsabilità dell’amministratore, e quindi sul consenso politico che attrae o perde,collegata ai risultati che ottiene sulla base di budget prefissati, nel Mezzogiorno sembra più una provocazione che un salto di paradigma.
Veniamo all’ultima parte, quella del “che fare”. Solo un partito, o un’aggregazione di movimenti, che si dedichi ad un progetto politico per il Mezzogiorno può capovolgere tendenze,determinare svolte, tracciare linee di discontinuità. Un progetto da discutere non solo nei luoghi della politica ma anche nei luoghi della comunità:dalle sale da barba ai teatri. Che riesca a frenare il rovesciamento del detto hirschmaniano (voice/exit) tradotto nel Mezzogiorno come “senza né uscita né voce”. In grado di annullare rendite e stimolare programmi, di migliorare livelli di istruzione, di assicurare credibilità alle istituzioni.
Il Mezzogiorno non deve necessariamente avere gli stessi parametri economici del Nord, che comunque restano indispensabili benchmark. Deve divenire un’area normale, dove sia normale la politica, l’economia, la legalità. Il sindacato può far molto, nel suo ruolo e nelle sue potenzialità, per contribuire ad un processo normale di sviluppo.

Mario Centorrino Contributi ,

Mezzogiorno per lo sviluppo

29 giugno 2009

Mezzogiorno per lo sviluppo
da larivieraonline.it del 29/06/09
di LUIGI SBARRA

img_2Si acuiscono le distanze tra il Mezzogiorno ed il resto del paese. La questione meridionale rimane metafora dello sviluppo ineguale del paese e banco di prova della sua capacità di cambiamento. Il federalismo fiscale rischia di aggravare tale condizione di difficoltà e può diventare per il Sud la pietra tombale. In tempi così oscuri, la questione meridionale torna a essere più che mai centrale ma non va usata dalle classi dirigenti locali come alibi per giustificare ritardi, pigrizie, errori e sprechi che sono da condannare senz’appello. Qualche mese fa tutti i Governatori delle Regioni Meridionali riuniti a Bari hanno chiesto al Governo Nazionale una Cabina di Regia Nazionale sul Mezzogiorno. Da mesi anche la Cisl ha formalizzato la richiesta al Governo di aprire una fase di confronto finalizzato alla sottoscrizione di un Patto di Responsabilità per il Mezzogiorno. Tutto questo però è inutile senza un profondo rinnovamento del ceto politico, professionale, intellettuale meridionale; senza una partecipazione più viva e incisiva delle forze sociali e dei giovani. C’è un chiaro orientamento antimeridionale nel Paese che allarga le distanze e le presenta come incolmabili. Le scelte più recenti sono ancora una volta penalizzanti: nel nome della crisi si tolgono risorse al Sud per concentrarle nelle aree industrializzate, si annullano progetti già finanziati. Se ne annunciano di improbabili, con tempi lunghi e senza copertura, si va a rilento con iniziative sparse e casuali. Ridimensionati tutti gli obiettivi di spesa, sono stati spostati a data da destinare migliaia di domande di investimento. La partita dell’uscita dalla recessione e della ripresa si gioca su altri terreni. Il dibattito sul Mezzogiorno deve recuperare dignità e cittadinanza, vincere i fantasmi del pregiudizio e dell’invettiva, riappropriarsi dei dati reali. Diventa oggi essenziale - di fronte alla sensibile riduzione del Fondo per le Aree Sottoutilizzate (FAS) (10 miliardi di euro) ribadire che le risorse per le politiche di equilibrio territoriale destinate al Mezzogiorno debbono rimanere qui. Non possono essere dirottate altrove, come sta accadendo. Prima la revoca delle risorse Fintecna a Calabria e Sicilia per dare copertura al provvedimento sull’Ici; con le risorse del Fas, per l’85% riservati al Mezzogiorno, il Governo finanzia spesa corrente nel Centro Nord, si sostiene il progetto dell’Expo a Milano ed il Mose a Venezia, la Gelmini investe 200 milioni di euro per residenze universitarie e borse di studio in tutte le Università Italiane. Il decreto salva auto per fronteggiare la crisi della Fiat viene coperto con le risorse revocate della ex legge 488 i cui fondi erano destinati al Sud; con la manovra estiva il Ministro Tremonti blocca il Credito d’Imposta per gli investimenti e per la Occupazione che si era rivelato strumento eccellente soprattutto nel Mezzogiorno, manda a dire che se ne riparlerà dopo il 2012 trascurando che all’Agenzia Nazionale delle Entrate sono fermi richieste per 4 miliardi, pratiche avanzate da imprenditori meridionali; prelevano da risorse destinate al Sud 180 milioni di euro per sostenere gli imprenditori del Nord sanzionati dalla Unione Europea per le vicende delle quote latte. Solo qualche esempio: dal 1996 agli inizi degli anni 2000 le Ferrovie dello Stato hanno investito il 30% del proprio bilancio al Sud ed il 70% nel Centro Nord. Nel 2005 la percentuale di spesa nel Sud è scesa a meno del 14%. Mentre al Centro Nord si è passati da 2.4 miliardi di euro a 7,3 miliardi di euro nel mezzogiorno un miliardo era e un miliardo è rimasto. Ciò significa che negli ultimi anni le Ferrovie dello Stato sono intervenute con opere di costruzione e manutenzione di reti ferroviarie nel mezzogiorno quasi ed esclusivamente in presenza di finanziamenti comunitari o nazionali a destinazione territoriale vincolata; con le risorse ordinarie del proprio bilancio sono intervenute nel Centro Nord. Analogo discorso anche per la Sanità. La spesa sanitaria nel Sud è circa l’8% inferiore alla media italiana. Nelle Regioni del Mezzogiorno vengono spesi 1.427 euro per abitante con punte inferiori ai 1.400 come in Calabria, Puglia e Basilicata contro i 1.607 euro delle Regioni del Centro Nord con punte particolarmente alte in Lombardia. Basterebbe restituire il “mal tolto” per ripianare il debito accumulato in questi anni dalla Sanità Calabrese, ma di questo ovviamente Tremonti e Sacconi non parlano!

Claudia Mangano Rassegna Stampa , , ,

Per le università del Sud il rischio di scelte inique

29 giugno 2009

Per le università del Sud il rischio di scelte inique
da La Sicilia del 29 giugno 2009
di ANDREA LODATO

Oggi a Taormina vertice dei rettori del Meridione. Al centro dell’incontro anche i nuovi indicatori ministeriali che favorirebbero gli atenei in base alla percentuale di occupati post laurea o alla capacità di attrarre studenti da altre regioni.

img1Taormina. La Rete delle Università del Sud è pronta  a ribellarsi alle politiche del governo. Governo che, mentre da un lato continua a ripetere che bisogna puntare per far ripartire il nostro paese e provare a far crescere il Pil (non potendo più spremere più di tanto le aree ricche del Centro e del Nord), dall’altro lato anche sul tema delicato e decisivo della formazione porta avanti scelte che i Rettori delle università del Sud giudicano, quanto meno, inique.
Oggi a Taormina ne parleranno, dunque, i massimi vertici delle Università che vanno da quelle siciliane, alla Campania, a Molise e Basilicata, Puglia,Sardegna,Calabria. Ci saranno tutti, coordinati dal Rettore della Kore di Enna, il prof. Salvo Andò, pronti a dare battaglia perché le linee che il governo sta indicando e intende seguire, confermeranno oggi i Rettori, rischiano di penalizzare gli Atenei del Sud e di mortificare, di conseguenza, anche ogni aspettativa di crescita e di sviluppo.
Perché “le università meridionali, oltre i compiti istituzionali - hanno spiegato nell’ultimo incontro che c’è stato i Rettori – svolgono una funzione altamente sociale in difesa dei principi di democrazia e convivenza civile e per la legalità”.
Ma che cosa preoccupa particolarmente i Rettori? Per esempio il fatto che alcuni indicatori ministeriali con i quali si ripartiscono risorse ministeriali, non tengono conto dei diversi contesti regionali. Anzi, a leggere con un po’ di attenzione questi indicatori, si capisce chiaramente che la politica del governo sarebbe fortemente orientata a favorire chi sta già bene di per sé e chi agisce su territori ricchi che possono attrarre nuovi studenti da altre regioni.
“Attribuire valore premiale – spiegano i Rettori – alla capacità di attrarre studenti da altre regioni o a quella di avere finanziamenti dal territorio, oppure dare più soldi sulla base della percentuale degli occupati dopo la laurea, sono disposizioni decisamente inique e punitive per tutte le Università del Sud, il cui compito è, piuttosto, quello di attrarre e formare i giovani delle proprie regioni per metterli nella condizione di contrastare culturalmente i fenomeni di degrado e di illegalità con cui vengono a contatto e contribuire allo sviluppo economico dei proprio territori. Università il cui compito è anche quello di svolgere un ruolo di coesione sociale, offrendo una formazione universitaria ad una popolazione studentesca che, altrimenti, non avrebbe adeguate risorse per accedervi”.
Di questo si parlerà oggi a Taormina e al convegno è stato dato un titolo significativo e di ampio respiro: “Università e sviluppo del Mezzogiorno”, perché i due momenti sono strettamente legati e collegati fra loro. I Rettori ribadiscono anche oggi la necessità di dare vita ad una vera e propria “Rete delle Università del Sud”. “La rete intende essere – spiegheranno i Rettori – il supporto culturale e scientifico dell’azione svolta dagli enti territoriali nel campo dell’innovazione, mettendo a disposizione il patrimonio di conoscenze interdisciplinari accumulato dai propri centri di ricerca, patrimonio propedeutico a qualsiasi coerente progetto di sviluppo collaborando attraverso rapporti di partneriato, con altri Atenei del sistema universitario nazionale ed internazionale.

Claudia Mangano Rassegna Stampa , ,