Inceneritori in Sicilia, il grande sogno di Berlusconi
Inceneritori in Sicilia, il grande sogno di Berlusconi
da OsservatorioSicilia.it del 05/07/09
Era prevedibile ed è successo. La gara d’appalto europea per gli inceneritori, detti per convenienza politica e per gentile concessione a Enel ed altri interessati al CIP6, termovalorizzatori, è andata deserta.
La domanda che si pone ora è quale gioco e quale speculazione si starebbe attuando su questi impianti che sono la soluzione peggiore per risolvere il problema dello smaltimento dei rifiuti senza emissioni di particelle nocive e senza “scarti” di lavorazione che come noto, per gli inceneritori non sono “inerti” e necessitano di un sito di stoccaggio. Più o meno come le scorie nucleari.
Ma è il sogno di Berlusconi quello di incenerire la Sicilia quando esistono alternative più avanzate e tecnologicamente sicuri, ma con gli inceneritori i grandi gruppi industriali , Falck, della Waste Italia e della Sicilpower e dei grandi finanziari che stanno loro dietro, possono ottenere enormi ricavi a costo quasi zero e l’Enel, che acquisterà l’energia otterrà un prezzo doppio rispetto a quello di mercato. Come risultato generale si può dire che ai siciliani rimarranno i tumori e l’inquinamento ambientale oltre all’esoso pagamento dello smaltimento dei rififuti (si pagherà il prelievo e anche l’incerimento) agli imprenditori del nord ed alla finanza l’utile economico a rischio zero.
Perché dunque la gara è andata deserta? Chiaro, chi ha iniziato le strutture di morte hanno utilizzato tecnologie ormai superate e quindi oggi pensano di realizzano il massimo profitto sapendo a priori che tutto quanto da loro costruito è da demolire.
Se non ci fosse stato lo stop europeo, la politica italiana berlusconiana ci avrebbe regalato non solo gli inceneritori ma anche il biglietto per il “paradiso” considerato che avrebbero costruirto ben 4 “chernobil”.
Adesso il Presidente della Regione Siciliana sembra intenzionato a stoppare il tutto e rimettere in discussione quanto, per spinte economiche e politiche interessate, è stato fatto e per questo penserebbe di imporre all’Arra un cambio di strategia. Tutto da rifare quindi in prospettiva 2011 quando saremo finalmente costretti ad attuare almeno il 65% della raccolta differenziata, pena pesanti sanzioni dall’Europa. .
Finalmente Lombardo ha parlato dei per i disastri ambientali di Melilli e Priolo, ma questo gli impone di non smentirsi assecondando il sogno di Berlusconi.
Non è chiaro a cosa si vuole arrivare ma sembrerebbe che finalmente si comincia ad aprire gli occhi dalla nebbia che il governo nazionale, Berlusconi e i gruppi industriali del nord, Enel compresa, avevano calato sulle soluzioni economicamente più convenienti, sicuri, che non emettono sostanze inquinanti e non producono scarti, quali gli impianti pirolotici ed anaerobici i cui residui di lavorazione, inerti, si utilizzano per la costruzione di strade.
Lombardo penserebbe a soluzioni che non emetterebbe PM10 e punterebbe sul metodo ”pirolisi”, con processo di “gassificazione”, a fiamma “fredda”.
Sembra che esistano due possibili soluzioni, tecnologicamente contigue, già diffuse sia in Europa che negli Stati Uniti: la “dissociazione molecolare” ed i termovalorizzatori ”a torcia al plasma” .
Un impianto “a dissociazione molecolare” di media capacità si presume costi per la sua costruzione almeno il 75% in meno di un inceneritore e tra manutenzione e costi di esercizio arriverebbe a circa 6 milioni di euro/anno che sarebbero interamente coperti dal ricavo, ancora però tutto da quantificare, della vendita dell’energia elettrica.
Esistono però, come già più volte scritto, impianti pirolitici ed anaerobici che hanno il pregio di non produrre inquinamento e di costare poco sia come realizzazione che come costi di esercizio interamente coperti dalla vendita di energia e dei residui di lavorazione riutilizzabili, a differenza degli scarti “non inerti” degli impianti a dissociazione molecolare e degli inceneritori a torcia a plasma che devono essere stoccate come residui pericolosi come le scorie nucleari.
Ecco che questi impianti, tecnologicamente avanzati e sicuri, fonte di reddito e di manodopera, che non necessitano dell’obolo di stato, leggasi CIP6, non fanno comodo alle lobbies del nord Italia che spingono verso quelle soluzioni a loro più confacenti.
Gli occhi si starebbero aprendo e la nebbia governativa nazionale comincia a diradarsi ma ancora troppi dubbi gravano su queste operazioni che paiono sempre orientate da gruppi di potere dediti alla speculazione ed al guadagno sulla pelle dei cittadini.

Termovalorizzatori in Sicilia. La gara di appalto europea per i primi tre, del 30 giugno scorso, “aperta” a tutti ma andata deserta, sta spingendo il presidente della Regione ad imporre all’Arra un cambio di strategia. Se pensiamo che il “Piano dei rifiuti” che prevedeva i quattro mega termovalorizzatori in Sicilia (indipendentemente dagli obblighi e dagli obiettivi posti dalla Ue sulla raccolta differenziata) è del 2002, e non è mai passato dal vaglio dell’Ars, si comprende il perché dell’orientamento “revisionista” di Raffaele Lombardo.
La maglia nera del rischio usura spetta alla Campania. Seguono la Calabria, la Puglia e la Sicilia. A Nordest, invece, abbiamo l’area meno interessata, o quasi, da questo pericolo. Friuli Venezia Giulia, Emilia Romagna, Veneto e il Trentino Alto Adige infatti, sono tra le regioni italiane quelle meno interessate dalla piaga dello «strozzinaggio».
La Sicilia deve il suo “benessere” all’erogazione di risorse pubbliche ma queste, allo stato dei fatti, hanno determinato una deriva assistenzialistica che limita enormemente le possibilità di individuare percorsi autonomi di sviluppo centrati sul mercato, sulla libera concorrenza, sull’impresa.
Il tavolo tra banche e prefetti sulla verifica dell’erogazione del credito alle imprese comincia a mostrare i primi nervi scoperti. Più che altro, però, questo avviene nelle zone di provincia lontane dai grandi centri abitati. È quanto fa trapelare l’Abi, l’associazione bancaria italiana. I rappresentanti del Governo, secondo quanto riferito ieri dall’agenzia Radiocor, sono andati oltre quanto previsto dalla normativa – ovvero la segnalazione alla banca di un reclamo di un cliente – e hanno indetto riunioni a tre, Prefetto-banca-cliente al quale non é stato concesso il credito, per discutere, nel merito, i singoli casi. Un comportamento che ha spinto l’Abi ad avanzare una formale protesta nei confronti del ministero dell’Economia e dell’Interno, promotori, attraverso i ministri Roberto Maroni e Giulio Tremonti, dell’iniziativa di monitoraggio dell’andamento del credito nei confronti di famiglie e imprese nata con il decreto legge anti-crisi.
Mario Draghi in una circolare alle Filiali dell’istituto a marzo, li deve fornire solo via Nazionale. Dati che devono essere aggregati per territorio, senza dare indicazioni per singola banca. Da parte dei banchieri, inoltre, si lamenta anche il fatto che il decreto anticrisi abbia previsto la costituzione dei tavoli nelle singole Province, come emanazioni degli Osservatori regionali, solo nell’eventualità di problemi particolari segnalati da quel territorio. Nel frattempo la Banca d’Italia ha trasmesso al Parlamento la relazione sull’azione di controllo in sede ispettiva: nel 2008 sono stati effettuati 190 accertamenti (175 nel 2007), di cui 150 su banche, con attivi medi pari al 55% dell’intero sistema, e nei soli primi cinque mesi del 2009 ne sono stati avviati complessivamente 102. Questi dati, in verità, erano già stati in parte forniti in occasione della relazione annuale dell’istituto guidato da Mario Draghi. Nel triennio 2006-2008 gli accertamenti presso le banche e altri intermediari sono stati 559. I giudizi espressi a seguito di ispezioni di tipo “mirato”, si legge nella relazione, sulle banche di maggiori dimensioni (con attivi complessivamente pari al 39,6% del sistema), mostrano una prevalenza di valutazioni intermedie e sfavorevoli, circostanza che riflette la prassi di focalizzare gli accertamenti sui profili di rischio ritenuti ex ante generalmente più critici.
Sembrano bollettini della sconfitta i report degli ultimi periodi. E su quasi tutti i fronti. E non ci si stranisce più di tanto. In qualche modo le attese negative vengono confermate. E ci si chiede invece se si è già toccato il fondo e ci si può aspettare di nuovo la crescita.
PALERMO. «Chi ha meno: da; chi ha più: riceve». Questo, in sintesi, il titolo di apertura del 19° Report Sud, realizzato dalla Fondazione Curella e dal Diste Group, che traccia una dettagliata indagine sulla situazione economica nel Mezzogiorno. Lo studio, presentato ieri nella Sala dei Baroni di Palazzo Steri,evidenzia come il fattore «crisi internazionale» continua ad avere effetti negativi sull’economia delle regioni meridionali con un aggravamento della recessione, che nei primi tre mesi del 2009 ha toccato i picchi massimi. Secondo i dati presentati, viene fuori che le famiglie del mezzogiorno d’Italia spendono meno pervia della sempre più forte erosione del potere d’acquisto, del timore sul futuro della crisi, per la mancanza di certezze lavorative e per le inasprite condizioni di indebitamento. Nei primi tre mesi del 2009, il numero degli occupati si è posizionato a quota 6 milioni 255 mila unità con una variazione negativa dell’1 ,8% rispetto all’anno precedente. Nel Sud/Isole sono 950 mila le persone in cerca di lavoro mentre il tasso di disoccupazione fa segnare un aumento dello 0,2% passando al poco confortante 13,2%. Calo in picchiata delle esportazioni, che rispetto allo stesso periodo del 2008 hanno fatto registrare il -32%, mentre è allarme rosso per il settore turismo, lento a recuperare le perdite dell’anno precedente. Unico dato positivo del Report Sud riguarda l’agricoltura che ha chiuso il 2008 con un +1,2%. «Gli episodi recenti del mancato finanziamento del Cipe della società ponte sullo Stretto, dal mancato accredito ai fondi Fas alla Sicilia, del disimpegno della Fiat rispetto allo stabilimento di Termini Imprese - afferma Pietro Busetta, presidente della fondazione Curella - confermano la disattenzione del Governo centrale rispetto ai problemi del mezzogiorno». Rassicura l’assessore regionale al Bilancio Michele Cimino, che si sente «fiducioso anche in merito alla recente parificazione della Corte dei conti che ha dato risultati positivi al rilancio della pubblica amministrazione».
Il dibattito sulla “questione meridionale” sembra seguire oggi tre filoni. Ci si chiede intanto se il Mezzogiorno ha ancora voce. Si discute poi sull’efficienza dei fondi trasferiti negli ultimi anni nelle regioni del Sud. Ed, ovviamente, viene dedicata attenzione alle policy necessarie per risolvere divari, per superare variabili di rottura, per incrementare capitale fisico e sociale.
Si acuiscono le distanze tra il Mezzogiorno ed il resto del paese. La questione meridionale rimane metafora dello sviluppo ineguale del paese e banco di prova della sua capacità di cambiamento. Il federalismo fiscale rischia di aggravare tale condizione di difficoltà e può diventare per il Sud la pietra tombale. In tempi così oscuri, la questione meridionale torna a essere più che mai centrale ma non va usata dalle classi dirigenti locali come alibi per giustificare ritardi, pigrizie, errori e sprechi che sono da condannare senz’appello. Qualche mese fa tutti i Governatori delle Regioni Meridionali riuniti a Bari hanno chiesto al Governo Nazionale una Cabina di Regia Nazionale sul Mezzogiorno. Da mesi anche la Cisl ha formalizzato la richiesta al Governo di aprire una fase di confronto finalizzato alla sottoscrizione di un Patto di Responsabilità per il Mezzogiorno. Tutto questo però è inutile senza un profondo rinnovamento del ceto politico, professionale, intellettuale meridionale; senza una partecipazione più viva e incisiva delle forze sociali e dei giovani. C’è un chiaro orientamento antimeridionale nel Paese che allarga le distanze e le presenta come incolmabili. Le scelte più recenti sono ancora una volta penalizzanti: nel nome della crisi si tolgono risorse al Sud per concentrarle nelle aree industrializzate, si annullano progetti già finanziati. Se ne annunciano di improbabili, con tempi lunghi e senza copertura, si va a rilento con iniziative sparse e casuali. Ridimensionati tutti gli obiettivi di spesa, sono stati spostati a data da destinare migliaia di domande di investimento. La partita dell’uscita dalla recessione e della ripresa si gioca su altri terreni. Il dibattito sul Mezzogiorno deve recuperare dignità e cittadinanza, vincere i fantasmi del pregiudizio e dell’invettiva, riappropriarsi dei dati reali. Diventa oggi essenziale - di fronte alla sensibile riduzione del Fondo per le Aree Sottoutilizzate (FAS) (10 miliardi di euro) ribadire che le risorse per le politiche di equilibrio territoriale destinate al Mezzogiorno debbono rimanere qui. Non possono essere dirottate altrove, come sta accadendo. Prima la revoca delle risorse Fintecna a Calabria e Sicilia per dare copertura al provvedimento sull’Ici; con le risorse del Fas, per l’85% riservati al Mezzogiorno, il Governo finanzia spesa corrente nel Centro Nord, si sostiene il progetto dell’Expo a Milano ed il Mose a Venezia, la Gelmini investe 200 milioni di euro per residenze universitarie e borse di studio in tutte le Università Italiane. Il decreto salva auto per fronteggiare la crisi della Fiat viene coperto con le risorse revocate della ex legge 488 i cui fondi erano destinati al Sud; con la manovra estiva il Ministro Tremonti blocca il Credito d’Imposta per gli investimenti e per la Occupazione che si era rivelato strumento eccellente soprattutto nel Mezzogiorno, manda a dire che se ne riparlerà dopo il 2012 trascurando che all’Agenzia Nazionale delle Entrate sono fermi richieste per 4 miliardi, pratiche avanzate da imprenditori meridionali; prelevano da risorse destinate al Sud 180 milioni di euro per sostenere gli imprenditori del Nord sanzionati dalla Unione Europea per le vicende delle quote latte. Solo qualche esempio: dal 1996 agli inizi degli anni 2000 le Ferrovie dello Stato hanno investito il 30% del proprio bilancio al Sud ed il 70% nel Centro Nord. Nel 2005 la percentuale di spesa nel Sud è scesa a meno del 14%. Mentre al Centro Nord si è passati da 2.4 miliardi di euro a 7,3 miliardi di euro nel mezzogiorno un miliardo era e un miliardo è rimasto. Ciò significa che negli ultimi anni le Ferrovie dello Stato sono intervenute con opere di costruzione e manutenzione di reti ferroviarie nel mezzogiorno quasi ed esclusivamente in presenza di finanziamenti comunitari o nazionali a destinazione territoriale vincolata; con le risorse ordinarie del proprio bilancio sono intervenute nel Centro Nord. Analogo discorso anche per la Sanità. La spesa sanitaria nel Sud è circa l’8% inferiore alla media italiana. Nelle Regioni del Mezzogiorno vengono spesi 1.427 euro per abitante con punte inferiori ai 1.400 come in Calabria, Puglia e Basilicata contro i 1.607 euro delle Regioni del Centro Nord con punte particolarmente alte in Lombardia. Basterebbe restituire il “mal tolto” per ripianare il debito accumulato in questi anni dalla Sanità Calabrese, ma di questo ovviamente Tremonti e Sacconi non parlano!
Taormina. La Rete delle Università del Sud è pronta a ribellarsi alle politiche del governo. Governo che, mentre da un lato continua a ripetere che bisogna puntare per far ripartire il nostro paese e provare a far crescere il Pil (non potendo più spremere più di tanto le aree ricche del Centro e del Nord), dall’altro lato anche sul tema delicato e decisivo della formazione porta avanti scelte che i Rettori delle università del Sud giudicano, quanto meno, inique.
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