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Le Giornate dell'Economia del Mezzogiorno
Globalizzare la felicità

 

Gli opinionisti anche molto titolati hanno visto, in ragioni microeconomiche, le origini di una crisi che ha confronto solo       con quella del 29.  

 

Gli ultimi dati riguardanti le economie in via di sviluppo confermano, invece, alcune chiavi di lettura. Infatti si sta verificando che mentre i paesi occidentali ed industrializzati navigano nell’ordine medio di una decrescita che va oltre il 4% molti dei Paesi nuovi aspiranti entranti nel club dei paesi industrializzati marciano a tassi di crescita ancora interessanti. Tale situazione ci fa riflettere sui veri motivi della crisi e sulle modalità per superarla.

 

Perché un’altra spiegazione delle motivazioni profonde della crisi in atto si fanno risalire all’ incapacità dei paesi industrializzati di convivere ed accontentarsi di una parte minore della torta del PIl prodotto nel mondo.

 

In particolare gli Usa si sono indebitati ed hanno, quindi consumato, molto più di quanto abbiano prodotto negli ultimi anni, non volendo ridurre i propri livelli di consumo corrispondentemente alla riduzione della crescita del reddito prodotto. Tale meccanismo ha poi fatto scatenare un gioco del domino che ha portato alla recessione in tutti i paesi industrializzati, che stiamo vivendo.

 
Evidentemente l’esigenza dei salvataggi necessari del sistema bancario e di quello industriale hanno reso chiaro a tutti che i livelli di consumo raggiunti dai paesi industrializzati non potranno essere mantenuti.
 

E allora bisogna pensare a come ripartire, considerato peraltro che questo mondo del quale parliamo è quello che avendo il 20% della popolazione mondiale consuma l’80% delle risorse e che quando parliamo del boom della Cina siamo pur sempre di fronte ad un paese che con un miliardo e duecentomilioni di persone ha un reddito complessivo equivalente a quello dell’Italia che ne ha sessanta milioni.

 

E che se non si vuole risolvere la crisi che attraversiamo come lo si è fatto con quella del 1929 e cioè con una guerra, bisognerà ripartire dalla considerazione che da un lato le ingiustizie distributive vanno corrette e dall’altro che il livello del reddito non è certamente l’elisir della felicità. Considerato che per esempio gli Usa, con il loro reddito pro capite tra i più alti del mondo hanno poi un numero di obesi o un consumo di farmaci anti depressivi estremamente elevato.

 

Ed allora bisognerà agire all’interno dei paesi ricchi per una migliore distribuzione tra poveri e ricchi del reddito complessivo con tecniche redistributive che però non mettano in discussione la gallina dalle uova d’oro della crescita o del mantenimento dei redditi prodotti negli anni precedenti.

 
Ma per mantenere redditi adeguati bisognerà investire molto di più in ricerca e innovazione e formazione di eccellenza. L’Italia è in particolare il paese che a questi settori destina la metà del reddito che gli altri paesi sviluppati indirizzano. Come si può essere in questo modo competitivi nei settori trainanti considerato che quelli maturi non potranno non essere lasciati ai paesi nuovi entranti non è chiaro.
 
Il tema di quest’anno vuole proprio stabilire come riuscire a fare in modo che non vi siano paesi al limite della sopravvivenza ed altri spreconi. Quale strada dovrà intraprendere il nostro pianeta perché le grandi profonde ingiustizie vengano sanate.
 
Pietro Busetta
 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 
 





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